Sicurezza

Piani collettivi di salvamento, il caso italiano

I piani collettivi avevano originariamente lo scopo di razionalizzare il sistema rendendolo meno costoso e più efficiente. Oggi spesso non è più così.

Riprendo il discorso, come promesso, sui piani collettivi di salvamento, già affrontato nell’ultimo articolo. Con peculiarità molto diverse da quelle del resto dei paesi europei i piani collettivi sono stati inventati in Italia, tanto per cambiare, in Romagna. Credo che il primato in assoluto si debba a Cattolica (nel 2025 la Cooperativa bagnini di Cattolica ha festeggiato i 60 anni di storia) e da lì si siano estesi a tutta la regione. Se non dimentico qualche località: Lidi degli Estensi, Ravenna, Cervia, Cesenatico, Gatteo mare, Bellaria-Igea marina, Rimini, Riccione e Misano. Oltre Cattolica, ovviamente. In alcune di queste località i piani collettivi, come a Rimini o Riccione, sono più d’uno.

Il servizio di salvataggio sulle spiagge italiane è nato invece più di trent’anni prima (1929) quando le Capitanerie hanno reso obbligatoria la figura del bagnino di salvataggio negli stabilimenti balneari addossando a quest’ultimi gli oneri del servizio, una soluzione molto diversa da quella dei paesi europei nei quali era lo Stato-Comunità – il Comune o, nel Regno Unito, la Contea – che si faceva carico della sicurezza dei bagnanti sulle spiagge, diventati ormai un fenomeno di massa. L‘origine è ancora riflessa nelle odierne ordinanze di sicurezza balneare delle Capitanerie di porto che regolamentano non il modo in cui debba essere organizzato il servizio di salvataggio su una spiaggia, ma come debba esserlo nel singolo stabilimento balneare. Una regolamentazione che ripete poi lo stesso modulo organizzativo sull’intero litorale che affianca uno stabilimento accanto all’altro.

La regolamentazione della spiaggia coincide con la regolamentazione dello stabilimento balneare ripetuta ad oltranza. Il servizio di salvataggio è rimasto, da allora, quasi soltanto in capo a concessioni demaniali private che si sono moltiplicate oltre misura in un panorama che non ha confronti con il resto d’Europa, quasi eliminando – al nord e al centro della penisola – lo spazio di pubblico accesso. L’obbligo di fornire un servizio di salvataggio conforme alle prescrizioni delle ordinanze di sicurezza balneare delle capitanerie di porto graverebbe, in teoria, nei tratti di spiaggia libera anche sui Comuni, ma il Comune può esimersi collocando semplicemente un cartello sull’arenile con cui si indica l’assenza del servizio di salvataggio. Su questa ed altre caratteristiche che rendono peculiare la situazione italiana ho già scritto un articolo con Francesco Bianchi che ho qui riassunto e al quale rinvio.

Vorrei sottolineare però il punto di partenza, che dovremo tenere a mente nel prosieguo dell’articolo: il singolo stabilimento balneare ha in concessione un tratto di arenile che può sfruttare commercialmente come contropartita dell’obbligo di gestire la sicurezza dei bagnanti con un proprio servizio di salvataggio così come è regolamentato dall’Autorità marittima (oltre alla pulizia dell’arenile e il pagamento di un canone, obblighi primari di un concessionario). Il servizio di salvataggio non è un atto di buona volontà, ma un obbligo di legge ricambiato da una lucrosa concessione. La garanzia di sicurezza inoltre non è offerta soltanto ai clienti dello stabilimento, ma a quanti siano presenti nel raggio d’azione di una postazione di salvataggio (come ho descritto nel mio ultimo articolo) conferendo al servizio un significato, in senso lato, pubblicistico, cosa che era del resto implicita nelle intenzioni originarie del governo – absit iniuria verbis – fascista. La sicurezza in mare dei bagnanti, una funzione pubblica, è garantita da imprese commerciali private.

Il piano collettivo nasce invece da una ulteriore autorizzazione – prevista dall’Ordinanza dell’Autorità Marittima – sulla base di una proposta degli stabilimenti balneari associati. Quella del piano, quindi, è una soluzione, diciamo, così, di “secondo ordine” (tanto è vero che lo stabilimento balneare che non aderisce al piano deve osservare quanto prescritto dalla ordinanza di sicurezza balneare con un proprio servizio).

I piani collettivi avevano originariamente lo scopo di razionalizzare il sistema rendendolo meno costoso e più efficiente. La moltiplicazione dei lidi in concessione aveva moltiplicato, come nel miracolo dei pani e dei pesci, anche i bagnini.  Un assistente bagnanti per ogni lido, ogni trenta metri o giù di lì, non si vede su nessuna spiaggia d’Europa. La soluzione del piano fu quindi quella di allargare il settore di sorveglianza di ciascuna postazione di salvataggio replicando poi ad oltranza lo stesso schema organizzativo.

Oltre la riduzione dei costi, i vantaggi erano i seguenti. In primo luogo, per un principio di continuità (il piano non poteva essere interrotto) il servizio collettivo era pensato per l’intera spiaggia coprendo così anche i tratti di spiaggia libera interstiziali tra gli stabilimenti balneari; in secondo luogo l’organizzazione del servizio non era più incentrata sul singolo bagnino, dipendente di uno stabilimento balneare, ma su un collettivo indipendente. Il vantaggio più grande – dal punto di vista della sicurezza garantita – era forse proprio questo: il servizio richiedeva un’organizzazione di squadra. Prevedeva, per esempio, l’esistenza di uno o più capi spiaggia (comunque fossero denominati), capaci di effettuare un controllo continuo sull’operato dei bagnini e di coordinarli, e una regolamentazione accurata dei rapporti tra le postazioni negli interventi di salvataggio e nella routine del servizio (il problema della comunicazione tra una torretta e l’altra ha visto negli ultimi trent’anni soluzioni tecnologiche allora impensabili). Anche il salvataggio di un pericolante diventava un affare collettivo nel quale ciascun soccorritore svolgeva un ruolo differenziato secondo procedure prescritte da un regolamento di servizio. Le norme cui attenersi erano scritte, precise, realistiche, criticabili se del caso. L’assistente bagnanti ne ricavava una maggiore professionalizzazione: non più dipendente di uno stabilimento balneare, aveva come unico compito quello del salvamento. Era, a tutti gli effetti, un soccorritore acquatico professionale. Pur avendo un’origine privatistica (l’iniziativa e le risorse erano quelle degli stabilimenti balneari), il servizio aveva assunto un tenore pubblico più confacente alla funzione di garanzia dei bagnanti. L’assistente aveva anche altri obblighi importanti (come quello di rapportare i propri interventi di salvataggio o gli incidenti accaduti) che, difficili da imporre al bagnino dello stabilimento (che rifiuta qualsiasi obbligo cartaceo reputandolo inutile “perché l’importante è salvare, e tutto il resto sono … inutili idiozie”), hanno incrementato il livello organizzativo e professionale del servizio.

Che il servizio costi complessivamente meno – e costituisca per il singolo concessionario un risparmio, la vera molla del sistema – non è qualcosa di negativo, ma al contrario un vantaggio finché il costo inferiore dipende da una maggiore efficienza. Si tratta di un processo economico consueto dovuto ad una innovazione tecnologica o una migliore organizzazione del lavoro. Aumentando l’efficienza si produce di più con meno e si abbassano i costi che si riflettono sul prezzo inferiore del servizio offerto ai clienti-consumatori. In Romagna un’ottima villeggiatura costa meno di altre parti, e una ragione ci deve essere. Col tempo però le cose sono cambiate. Il difetto del sistema – secondo la mia opinione, ovviamente – stava nel manico. L’ente che li gestiva non era un’impresa indipendente, ma una cooperativa degli stabilimenti balneari (qualche tempo fa si sarebbe detto, senza il pericolo di offendere qualcuno, un’associazione padronale) che aveva nel DNA il risparmio come imperativo categorico dei propri associati (meno spendo, più mi resta in tasca).

Con l’avvento delle Regioni, all’inizio del secolo, gli stabilimenti balneari hanno trovato – non solo in Emilia Romagna – una sponda compiacente. Comunque vogliano qualificarsi, le associazioni dei bagni marini sono forti e intraprendenti gruppi di interesse che, a livello locale o regionale, possono far sentire la loro pressione con maggiore efficacia (sono ben rappresentati e presenti del resto anche in Parlamento. Non arrivano all’Europa, che è difatti il loro nemico). I settori di sorveglianza si sono allargati a dismisura (ufficialmente 150 m, ma la distanza tra una postazione e l’altra raggiunge spesso i 200 m, contro gli 80 m di altri litorali), la durata del servizio accorciata a tre mesi (allungata di qualche settimana la scorsa stagione per via imperativa dello Stato), l’orario giornaliero ridotto (quest’anno l’Ordinanza regionale E. R., “allo scopo di assicurare un ristoro psico-fisico agli addetti” (!) prevede, tra le 12,30 e le 14,30 settori di 300 m). Lo scopo di rendere più efficiente il servizio razionalizzandolo si è invertito con quello di spendere meno a scapito della sicurezza garantita ai bagnanti. Su un settore di 300 m, 80 – 100 sono sorvegliati, gli altri 200 sono spiaggia libera incustodita di una spiaggia a pagamento. Le spese le hanno fatte le due variabili indicate sopra: l’organizzazione di squadra (resa quasi impossibile dalla eccessiva distanza tra una postazione e l’altra) e la professionalizzazione degli addetti, molti dei quali, per la durata troppo breve del contratto di lavoro (e paghe troppo basse), si sono convinti ad abbandonare il servizio cercando occupazioni più stabili e redditizie (di fronte alla conclamata penuria di bagnini, chi si lamenta dovrebbe chiedersi come mai il tasso di abbandono dei nuovi addetti dopo un solo anno di lavoro sia così alto e si debbano ogni anno rimpiazzare i numerosissimi fuggitivi). Un indicatore che attesta peraltro quanto sostengo – una ridotta efficienza di un sistema una volta eccellente – lo potete trovare peraltro nel numero eccessivo di annegamenti che si verificano nel Medio e Alto Adriatico e, segnatamente, in Romagna, come riportato dal seguente grafico che indica, per ciascuna regione, il numero delle vittime di annegamento nei sei anni 2016 – 2021, per Km lineari di spiaggia (balneabili). La Romagna – maglia nera! –  presenta un annegato per ogni 1,1 km di litorale balneabile nei sei anni 2016-2021.

Fonte: rapporto ISTISAN (Rapporti dell’Istituto superiore di sanità) 23/15

La seconda fase, in questo breve resoconto storico, comincia sulle sponde occidentali del nostro mare dove vengono realizzati due piani a Marinella di Sarzana (SP, Liguria) e Marina di Carrara (Toscana) (1997), gestiti dalla cooperativa Mare sicuro (di cui ero, sia detto per inciso, presidente). Il sistema inizialmente era, nell’essenza, quello romagnolo: coprire l’intera spiaggia con una squadra di bagnini allargando il settore di sorveglianza. La differenza stava nel fatto che adesso il gestore era un ente indipendente dagli stabilimenti balneari che dovevano soltanto presentare il piano in Capitaneria e chiederne l’affidamento alla cooperativa. Il servizio “chiavi in mano” è stato probabilmente un importante atout del sistema che toglieva ai concessionari quello che era diventato per molti solo un fastidioso impegno.  Un indice di successo del nuovo sistema è che, a quanto mi risulta almeno, non si è mai verificato un caso in cui una spiaggia, una volta utilizzato il piano collettivo, sia tornata indietro riorganizzandosi col modulo incentrato sullo stabilimento balneare. 

La squadra di Marinella di Sarzana (SP), 1997
La squadra di Marina di Carrara (MS), 1998
Castagneto Carducci (LI) Analisi e progettazione del piano della spiaggia di Donoratico. Nella carta la dislocazione degli stabilimenti balneari

La cooperativa Mare sicuro (con me presidente) ha gestito successivamente il salvamento su una ventina di spiagge dislocate tra la Liguria e la Toscana, ma il balzo in avanti avvenne però con la spiaggia di Donoratico (Comune di Castagneto Carducci, Livorno) dove, nel 2005, si era verificato un numero di annegamenti (cinque!) il cui scalpore aveva pesantemente nuociuto all’immagine della località. Gli annegamenti erano tutti avvenuti in correnti di ritorno sulle spiagge libere. L’iniziativa del piano infatti – era questa la novità importante – non era partita dagli stabilimenti balneari, ma dal Comune, che mi contattò per il servizio l’anno successivo. Il piano collettivo avrebbe coperto infatti ampi spazi di spiaggia libera, più o meno equivalenti a quelli degli stabilimenti balneari, in totale i circa 4 km di litorale frequentati dagli utenti. Per quanto ne so, era la prima volta che un Comune (e per di più piccolo! Circa 8,000 abitanti) investiva – onore al merito! – così tanto nella sicurezza delle proprie spiagge. Molti commercianti contribuirono alle spese. Anche questa era una novità importante: non sono solo gli stabilimenti balneari che usufruiscono della spiaggia. La parte restante del litorale – Castagneto Carducci ha più di 10 km di spiagge libere – difficilmente raggiungibile e non frequentata che da rari bagnanti occasionali, restava una spiaggia libera “a proprio rischio” (con tanto di cartelli).     I settori di sorveglianza erano in media di 140 m (laddove su tutto il Mar Tirreno la distanza massima tra una postazione e l’altra era di 80 m), ma la copertura di ciascuna postazione poteva variare a seconda del tratto di mare fronteggiato, più o meno pericoloso, e coprivano indifferentemente tratti di spiaggia libera o in concessione. Il Circomare (Ufficio Circondariale marittimo) di Piombino dimostrò – mi fa piacere ricordarne almeno il Comandante, Marco Landi – intelligenza e perspicacia e si stabilì il principio che i settori di sorveglianza potevano essere allargati se a beneficiarne fosse la spiaggia pubblica. Si aumentava il rischio da una parte, lo si riduceva dall’altra.   La cosa funzionò perché a Donoratico, anche con altri gestori del servizio di salvataggio, non ci sono stati più episodi di annegamento, nonostante si tratti di una spiaggia impegnativa, dominata dalle correnti.

Donoratico (Comune di castagneto Carducci, Livorno). Durante un’esercitazione – di spalle, il capo spiaggia (Leonardo Alivernini, Velletri), ruolo centrale nella gestione del piano

Il sindaco di Castagneto aveva emesso una ordinanza comunale con la quale vietava la balneazione con la bandiera rossa issata (quando il vento di libeccio superasse forza 4 della scala Beaufort). L’ordinanza fu criticata e osteggiata da molti (ma non dai bagnanti), e ci permise di introdurre importanti cambiamenti nel sistema modificando anche il rapporto tra gli avventori della spiaggia e gli assistenti bagnanti conferendo a quest’ultimi una autorevolezza che prima non possedevano. Negli anni seguenti fu allentata la presa permettendo il bagno anche col mare molto mosso ma solo su alcuni tratti di spiaggia, meno pericolosi perché prospicienti una secca, delimitati da due bandierine rosse piantate sulla battigia. Anche questo era un importante principio normativo nuovo: la delimitazione orizzontale – lungo la battigia – della spiaggia, che regolamentava extra legem il bagno nelle giornate più pericolose.  Il sistema offerto dal piano collettivo, anche se con varianti un po’m diverse, si è allargato poi a macchia d’olio: a Piombino, Rimigliano, San Vincenzo, Follonica, Marina di Grosseto…

Spiaggia di Levanto (SP, Liguria) – Delimitazione orizzontale della balneazione sicura. Le persone possono fare il bagno solo a destra della bandierina rossa

Chiamato alla direzione della Società Nazionale di Salvamento (Genova, 2007) – il lettore mi perdonerà se continuo con un racconto in parte autobiografico, ma è parte della storia – comincia una terza fase con la promozione da parte della direzione SNS di cooperative tra i suoi associati che gestissero mediante piani collettivi il sevizio di salvataggio sulle spiagge allargando il raggio di azione che si era creato in Toscana. Molti dei nostri direttori delle sezioni locali, come avevo fatto io, si trasformarono in imprenditori, gestendo il servizio nelle Marche, Abruzzo, Puglia, Lazio, Campania, Toscana, ecc. Inoltre, molti comuni del sud – spesso allo scopo di acquisire la bandiera blu – ci chiesero di ideare piani di salvamento collettivi in grado di rispondere alle richieste FEE. Il sud, come è noto, è un po’ diverso dal nord e dal centro anche in fatto di spiagge, e dovemmo inventare parecchio per adattare una normativa rigida e scarna alle scarse risorse, la diversa morfologia e lo sviluppo turistico del litorale meridionale. Grazie a questo impegno di lavoro credo di aver esaminato, se non tutti, una gran parte dei litorali italiani, ideato qualche decina di piani e conosciuto personaggi di grande valore (che è il beneficio più grande che io abbia ricevuto dalla mia attività professionale). Il mio rammarico è che adesso, di quella rete di relazioni, non esiste più nulla, distrutta dalla incauta dirigenza di questa associazione nel brevissimo corso di qualche anno.

La Federazione Italiana Nuoto – con la quale ho adesso un rapporto di consulenza – ha programmato un corso per questo mese di maggio con il quale intende formare un primo gruppo tra i suoi affiliati per la responsabilità della sicurezza della balneazione sulle spiagge e nelle piscine (Corso di coordinatore della pianificazione della sicurezza negli ambienti acquatici). E’ parimenti in formazione “un ufficio” che si occuperà di piani di salvamento (per la loro progettazione e la valutazione dei progetti). Del corso non dirò nulla (non è compito mio), tanto più che è pubblicizzato sul portale dell’ente.  Dirò invece che questo è un momento di grandi cambiamenti storici, anche sulle spiagge, ed è molto probabile che i piani di salvamento collettivo facciano un importante balzo in  avanti (soprattutto col ’27) e si entri in una quarta fase nella quale diventa determinante la figura di un beach safety manager, di un responsabile della sicurezza della spiaggia, comunque lo si voglia chiamare – un ruolo professionale ancora pressoché inesistente in Italia – che, nella progettazione di piani collettivi di salvamento (o anche nella loro gestione), sappia rapportarsi e operi in stretta sintonia coll’Autorità marittima, il Comune e gli stakeholder del settore.  

Quali competenze tecniche deve possedere questa figura professionale?  Ne do un elenco stringato:

  • conoscenza del regime demaniale delle spiagge
  • regolamentazione della balneazione
  • conoscenza della tipologia turistica delle spiagge
  • capacità di analizzare i pericoli presenti (geomorfologia delle coste, meteorologia)
  • capacità di analizzare gli eventi di annegamento e gli altri incidenti tipici delle spiagge (epidemiologia degli annegamenti)
  • organizzazione del salvamento, formazione e gestione di una squadra di salvataggio

Purtroppo in giro non c’è molto per chi volesse saperne di più. Può scaricare il Rapporto ISTISAN 23/15,  leggere il mio libro “Come si legge una spiaggia” (Amazon Publisher) o prenotarsi per il corso successivo (se, come mi auguro, verrò rifatto, visto che in questo i posti disponibili sono finiti in un giorno).  A breve è in uscita il mio libro “Sociologia dell’annegamento: il caso italiano” che si occupa in modo specifico dell’argomento. Credo, purtroppo, sia l’unico testo che lo affronta.

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Dario Giorgio Pezzini

Consulente della Federazione italiana nuoto per i problemi relativi alle spiagge, membro del Gruppo nazionale per la ricerca sull’ambiente costiero e dell'Osservatorio nazionale sull'annegamento dell'Istituto superiore di sanità. È stato per vent'anni alla direzione nazionale della Società nazionale di salvamento.