Opinioni

Referendum 17 aprile: perchè i balneari dovrebbero votare SI

Gli imprenditori di spiaggia possono giocare un ruolo importante al voto di domenica, quando l'Italia sarà chiamata a esprimersi sulle estrazioni di idrocarburi dal mare.

Domenica gli italiani saranno chiamati al voto per esprimersi sulle estrazioni di idrocarburi in mare. Grazie ai nove consigli regionali che si sono fatti promotori del referendum, la popolazione potrà decidere se mettere una croce sul “sì” e abolire così la norma che consente alle società petrolifere di fare attività di ricerca ed estrazione di gas e petrolio a meno di 12 miglia marine dalla costa fino all’esaurimento naturale del giacimento.

Cosa c’è in gioco

In base ai dati forniti dal Ministero dello sviluppo economico, delle 66 attuali concessioni italiane per le estrazioni in mare, solo 21 si trovano entro le 12 miglia marine e quindi sono coinvolte dal referendum. Ma si tratta di dati incompleti secondo le associazioni ambientaliste, che stimano in più di 100 le concessioni estrattive in mare. In ogni caso non si tratta di numeri bassi, se si conta che su ogni concessione insistono decine di piattaforme estrattive.

Se il “sì” dovesse vincere, le concessioni al di sotto delle 12 miglia marine non potranno più essere prorogate e i relativi impianti dovranno chiudere tra cinque e vent’anni, a seconda della data di inizio della concessione. Al momento, invece, secondo l’attuale legge italiana le compagnie in possesso dei titoli possono chiederne il rinnovo fino all’esaurimento del giacimento – un caso unico al mondo.

Perché opporsi alle piattaforme

Della minaccia rappresentata dalle estrazioni di idrocarburi in mare abbiamo già parlato in maniera approfondita sulla rivista di Mondo Balneare (leggi articolo). Riassumendo:

  • Queste attività compromettono l’equilibrio marittimo e costiero della nostra penisola a causa delle tecniche distruttive praticate per la ricerca e le estrazioni: dall’airgun (l’utilizzo di esplosioni per la ricerca di giacimenti, che distruggono la fauna e la flora marittima) al contributo alla subsidenza (l’abbassamento del suolo a causa delle estrazioni di gas, con la conseguente erosione costiera).
  • Le concessioni estrattive favoriscono solo gli interessi delle potenti compagnie petrolifere, che nel nostro paese approfittano di royalties molto basse (7-10% contro il 20-80% degli altri paesi) e di canoni di concessione irrisori (non più di 57 euro al chilometro quadrato).
  • I governi di Mario Monti e di Matteo Renzi sono stati colpevoli di avere concesso condizioni sempre più agevolate e ampie alle società di estrazione di gas e petrolio, arrivando a permettere di perforare praticamente ovunque in mare Adriatico e mar Ionio, compresi alcuni tratti che si affacciano su aree naturalistiche di pregio.

Un tema caldo per gli imprenditori balneari

Gli imprenditori balneari sono particolarmente coinvolti da questo tema, e ci sono ulteriori motivi per cui la categoria dovrebbe andare in massa a votare “sì”:

  • La subsidenza e l’erosione costiera farebbero sparire per primi gli stabilimenti balneari e le spiagge. Opporsi alle piattaforme vicino alla costa significherebbe eliminare uno dei principali responsabili di questa grave minaccia ambientale.
  • Le piattaforme per le estrazioni di idrocarburi sono un pessimo biglietto da visita per le località turistiche. Su questo argomento c’è da fare una precisazione: i favorevoli alle piattaforme tendono a smentire questa accusa, sostenendo che l’Emilia-Romagna – regione con il più elevato numero di piattaforme vicino alla costa – è anche la regione italiana che fa più presenze in termini di turismo balneare. A ciò occorre ribattere, poiché questa osservazione non tiene conto degli effetti a lungo termine che queste piattaforme provocano a danno dell’ambiente e del paesaggio, e che porteranno inevitabilmente a un calo dei flussi turistici, se non si interverrà in tempo, anche a causa dell’aumento di sensibilità su questo tema.
  • Le compagnie petrolifere godono di concessioni prolungabili fino all’esaurimento del giacimento, mentre agli imprenditori balneari è stato tolto il rinnovo automatico delle concessioni. Si tratta in entrambi i casi di un bene pubblico e naturale, ma sono stati ingiustamente applicati due pesi e due misure diversi.
  • I canoni per le concessioni di estrazione in mare non superano i 57 euro al chilometro quadrato: una cifra infinitamente più bassa rispetto a quella dei canoni delle concessioni balneari, per cui tuttavia gli imprenditori balneari sono spesso accusati di essere dei “privilegiati” da parte dell’opinione pubblica.

Perché si vota su una legge così specifica?

Negli ultimi mesi la vicenda ha avuto sviluppi grotteschi: i promotori del referendum avevano elaborato sei quesiti per coinvolgere l’intero impianto normativo in materia di estrazioni, ma il governo, con l’ultima Legge di Stabilità, ha sospeso i nuovi permessi per le estrazioni marittime prima che la Corte costituzionale desse il via libera al voto. Di conseguenza, il referendum riguarderà solo i permessi già concessi, poiché già ora la legge vieta di concederne di nuovi.

Ma questa non è stata una vittoria anticipata, anzi. Una sospensione non è per sua natura definitiva, ma intanto la Corte costituzionale non ha accolto il quesito relativo alle nuove estrazioni perché ha ritenuto che fosse già stato superato. Ciò non toglie però che la legge, oggi giustamente restrittiva, possa nuovamente cambiare come è già successo negli ultimi anni (nel 2010 l’allora ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo vietò le attività estrattive sottocosta a seguito dell’esplosione della piattaforma messicana Deepwater Horizon, ma nel 2012 il ministro dello sviluppo economico Corrado Passera azzerò il decreto Prestigiacomo).

La chiamata alle urne su una legge così specifica si sarebbe comunque potuta evitare se i nostri amministratori di governo avessero usato più buonsenso nel perseguire lo sviluppo di energia da fonti rinnovabili, ma purtroppo ha prevalso un’ostinazione fossile in tutti i sensi. Nel frattempo, alcune multinazionali del petrolio come Shell e Petroceltic hanno rinunciato ad alcune concessioni già ottenute, forse in vista della possibile incertezza normativa.

Il valore simbolico del referendum

Il referendum ha quindi assunto un valore quasi più simbolico che concreto ed è già stato cannibalizzato dalla retorica politica e dalla disinformazione, purtroppo in entrambi gli schieramenti. Ma uno scenario ancora troppo probabile rimane quello del mancato raggiungimento del quorum, dal momento che la maggior parte degli italiani non è a conoscenza del voto, né soprattutto di cosa significhino realmente queste piattaforme, se pensiamo che queste sono sotto gli occhi solamente di una fascia ridotta di popolazione. Senza contare che, anche nelle località colpite dalla presenza delle estrazioni, le compagnie petrolifere hanno un elevato potere di controllo economico che si traduce in una facile manipolazione del consenso, talvolta più di quanto purtroppo possano fare i comitati per il “sì” con la loro propaganda.

Per il 17 aprile, insomma, anche gli imprenditori balneari dovrebbero fare uno sforzo per andare al voto insieme alle loro famiglie, i loro dipendenti e i loro clienti, e per sensibilizzare più persone possibili con l’obiettivo di raggiungere il difficile quorum. Il problema, anche se può apparire circoscritto e lontano, riguarda il mare che è una delle principali ricchezze naturali italiane nonché una fondamentale economia tra il turismo e la pesca, senza che ci sia bisogno di farlo diventare un colabrodo. Ma soprattutto, una vittoria del “sì”, oltre che un invito simbolico da parte degli elettori ad abbandonare lo sfruttamento di energia fossile a favore delle rinnovabili, rappresenterebbe un profondo gesto di dissenso contro l’attuale governo che, tra i permessi concessi senza tenere conto del fragile equilibrio ambientale, l’accanimento verso una politica energetica arretrata e la manipolazione che ha fatto della vicenda referendaria, è colpevole di avere mancato di rispetto i cittadini e la natura.

© Riproduzione Riservata

Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle coste. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
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