Opinioni

Rapporto Turismo 2016, Italia balneare in crisi per Iva e Bolkestein

Il comparto turistico relativo al mare è in stagnazione: colpa, secondo il CNR, di una grave situazione di incertezza normativa.

Potevamo vivere di turismo balneare. Ma perché usare l’imperfetto e non declinare la stessa domanda al futuro? Questo potrebbe essere uno dei buoni propositi del 2017. Infatti l’Italia che soffre la crisi, con conseguenze economiche e sociali evidenti, ha ancora un asso nella manica: si tratta dell’industria delle vacanze, da tempo considerata come volano per la ripresa del nostro paese. Eppure, non sono mai state apportate misure di investimento per lo sviluppo dell’economia in questa direzione. Lo stesso World Economic Forum riconosce al Belpaese il primato mondiale per patrimonio storico culturale e l’eccellenza per il turismo naturalistico (siamo al secondo posto nel ranking), ma l’Italia resta dietro a Spagna, Portogallo e Grecia, paesi affacciati sul Mediterraneo che presentano comunque criticità simili, e in alcuni casi assai peggiori, rispetto al sistema economico italiano in sofferenza.

Cosa ci manca allora? Per competere nel mondo, occorre la volontà di puntare sul settore turistico, da sempre troppo lontano dalle priorità dei nostri governi in termini normativi, di sblocco di investimenti in infrasttrutture, di piani di marketing territoriale e di azioni mirate alla competizione sui mercati internazionali.

Secondo le stime del recentissimo “Rapporto sul turismo italiano 2016” del CNR, coordinato da Emilio Becheri e Giulio Maggiore, negli ultimi dieci anni l’Italia ha aumentato le proprie presenze complessive (straniere e nazionali) del 9,3%, valore di molto sotto tendenza rispetto alla media dell’Unione europea che segna oltre il 20%, ben inferiore non solo dei paesi del Nord Europa (Svezia +22,5%, Finlandia +19%), ma come anticipato in precedenza, anche sotto ai paesi dell’area del Mediterraneo (Spagna +17,3%, Portogallo +31,8%, Grecia +81%).

Se invece si analizza il mercato nella sua totalità, uscendo dal Vecchio Continente, l’Italia resta al quinto posto per arrivi internazionali con 50 milioni di persone, dietro a Francia (84,5 milioni), Stati Uniti (77,5), Spagna (68,2) e Cina (56,9).  E pensare che il paese più bello del mondo nel 1970 era al primo posto. Se valutiamo poi il parametro economico degli incassi, scivoliamo al settimo posto dietro la Gran Bretagna e la Thailandia.

In questo quadro, cosa manca al nostro paese sotto il profilo dell’offerta culturale, gastronomica e balneare? Secondo il rapporto, i prezzi sono troppo alti per l’eccessiva tassazione, l’offerta è obsoleta e non riesce a rinnovarsi per la paralisi amministrativa, e soprattutto manca un piano promozionale che riposizioni nel mondo il made in Italy balneare, ancorato a un modello di vacanza all’italiana ormai tramontato.

Il 35% del mercato del turismo è costituito dal mare e circa il 24% è prodotto dai turisti internazionali. Analizzando il posizionamento internazionale del prodotto “mare”, l’Italia conferma la sua forte crisi, per la scarsa attrattività che il nostro paese nutre verso il turismo internazionale. La ragione principale è la presenza di un’offerta alternativa estremamente aggressiva, più moderna e meno costosa in diverse zone del bacino del Mediterraneo (Spagna e, con trend crescenti, altri paesi come Turchia e Croazia). Lo stesso “Rapporto sul turismo italiano” evidenzia le difficoltà del nostro turismo balneare: mentre gli altri turismi sono aumentati nel loro complesso del 20,6%, a un tasso medio annuo dell’1,3% nel periodo che va dal 2000 al 2015, il comparto balneare italiano segna una situazione stazionaria: appena lo 0,01% di crescita.

Non si può, a fronte di questo risultato così negativo, non interrogarsi sulle cause che hanno prodotto tali effetti. Certamente la crisi economica congiunturale, che continua a indirizzare la spesa verso il risparmio; ma alla crisi sta contribuendo ancora di più l’annosa fase di incertezza normativa che ha destabilizzato l’intero comparto turistico balneare, causato dalla cosiddetta “Direttiva Bolkestein” che fissava per il 2015 la messa a bando delle concessioni demaniali (poi prorogata al 2020 con la legge n.221 del 17 dicembre 2012), paralizzando ogni iniziativa di investimento e bloccando sul nascere progetti di sviluppo turistico balneare.

Le associazioni di categoria hanno proposto al governo delle soluzioni compatibili con il diritto europeo per riordinare finalmente le concessioni demaniali marittime con dei criteri certi di evidenza pubblica che si fondano sui concetti di investimento, sul riconoscimento dei valore d’azienda per gli operatori uscenti dai bandi, sulla presentazione di un business plan per ammodernare l’offerta turistica con criteri di pubblica utilità. Il principio medioevale della discendenza diretta del titolo balneare non può più passare in un’Europa che fonda i propri principi costitutivi sulla libera concorrenza. Ma a tutti i livelli della filiera amministrativa – Governo, Regioni, Comuni – si vive una stagnazione procedurale. Forse il World Economic Forum si riferisce a questa situazione quando posiziona l’Italia al 147° posto per il “Business Enviroment”, evidenziando le gravi lacune per il contesto ambientale di chi fa impresa, a causa dei lacciuoli amministrativi, fiscali e normativi.

Resta poi il tema dei prezzi, relativo alla tassazione: il settore balenare sconta l’Iva al 22% e ciò condiziona in negativo i prezzi dei servizi di spiaggia che i concessionari delle località balneari, interessate dalle correnti dei flussi stranieri, non riescono più a mantenere competitivi nell’ambito del mercato europeo. È significativo che i paesi europei turisticamente più rilevanti praticano regimi Iva con aliquote inferiori al 10%, assestandosi su percentuali anche del 5,5% come in Francia o del 7%, come accade in Spagna.

Verrebbe da domandare, infine, al ministro Dario Franceschini che sottolinea l’ottimo risultato nel turismo dopo avere individuato nella città di Mantova la “Capitale italiana della cultura”, che piani ha sulla reale capitale italiana: Roma registra quasi 20 milioni di turisti l’anno, più di un terzo dei flussi internazionali italiani, ma vivendo senza un progetto turistico ed essendo bloccata nel suo sviluppo verso sud, la famosa Coda della Cometa, senza un investimento promozionale o una nuova attrattiva da integrare al centro storico. Una capitale internazionale da city break, dove non si superano i tre giorni di permanenza, e che riflette nel passato senza la prospettiva di futuro. Quante potenzialità inespresse! Un esempio: nel mondo nessuno sa che Roma è l’unica capitale europea sul mare.

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