Attualità Toscana

L’ombrellone, capro espiatorio d’Italia

Il processo alle spiagge

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Marco Daddio, balneare della Versilia. Un’analisi lucida e controtendenza che offre una prospettiva diversa sulla situazione attuale, mettendo in discussione le polemiche sul “caro-ombrellone” e facendo luce sui reali problemi che gravano sulle vacanze degli italiani.

Ogni estate la stessa liturgia: tolleranza zero sul lettino, silenzio su tutto il resto

C’è uno sport nazionale che d’estate batte perfino il beach volley: aspettare la Bolkestein. Arriva, non arriva, forse arriva l’anno prossimo. Nel frattempo, puntuale come le zanzare di agosto, parte l’altra disciplina olimpica: la caccia al balneare. Peccato che chi guarda l’ombrellone in realtà stia guardando il dito.

Quello che è cambiato davvero

In Versilia, chi lavora sulla battigia se n’è accorto da un pezzo: la vacanza lunga non esiste più. Le due settimane fisse, stesso stabilimento, stessa cabina, stesso vicino d’ombrellone per vent’anni, sono diventate un ricordo. Oggi la gente spezzetta: tre giorni qui, un weekend lì, quattro notti altrove. Insegue l’offerta breve, il pacchetto scontato, la finestra di prezzo. Non è capriccio, è aritmetica famigliare.

Perché nel frattempo è successa un’altra cosa: il potere d’acquisto si è assottigliato. E si è assottigliato lungo tutta la filiera della vacanza, molto prima che uno metta piede sulla sabbia.

Facciamo il conto della serva, quello vero, quello che si fa in macchina con la calcolatrice del telefono.

Il pieno di carburante. I pedaggi autostradali. Il caffè all’autogrill, dove ormai una sosta con due brioche vale quanto un pranzo. Il parcheggio in località, intorno ai due euro l’ora, moltiplicati per una giornata, moltiplicati per una settimana. Sommate tutto e poi ditemi se il problema d’Italia è l’ombrellone.

Eppure, ogni luglio, il dibattito nazionale si concentra lì. Trentacinque, quaranta euro al giorno per ombrellone e due lettini diventano l’emblema del Paese che affonda. Non l’energia, non l’acqua, non le gabelle assicurative e bancarie, non i mutui, non gli affitti. L’ombrellone.

Il gioco delle parti

Il meccanismo è collaudato. Un video girato davanti al cartello dei listini più cari della costa, un titolo a effetto, qualche migliaio di condivisioni, e il gioco è fatto: tutti gli stabilimenti della Toscana diventano piccoli Twiga.

Chi lavora qui sa che la realtà è un’altra. La stragrande maggioranza degli stabilimenti versiliesi sono imprese familiari, con margini ordinari, che tirano su una stagione di tre mesi per campare dodici. Ci sono i disonesti? Certo che ci sono. Come in ogni mestiere del mondo, dall’edilizia alla ristorazione alla consulenza finanziaria. Ma trasformare l’eccezione in categoria è un trucco vecchio, e chi lo usa lo sa benissimo.

E soprattutto: i listini toscani sono accessibili a tutte le tasche. Si parte dai 35 euro al giorno per ombrellone e lettini, cifra che scende — e scende parecchio — nel momento in cui si prende un pacchetto settimanale, che è poi quello che fa la maggior parte delle famiglie. Non è la stessa cosa che titolare sul prezzo di punta del sabato di ferragosto nel locale più esclusivo della costa, ma ha il difetto di essere vera.

Del resto la costa toscana è fatta così: ci si arriva con la Panda e ci si arriva con la Ferrari, e trovano posto entrambe. È la sua caratteristica storica, non un’anomalia da correggere. In pochi chilometri di litorale convivono il bagno dove la famiglia prende l’abbonamento stagionale da trent’anni e il locale con il servizio in spiaggia e la lista d’attesa. Raccontare solo il secondo e chiamarlo “la Versilia” è come descrivere Milano fotografando esclusivamente Montenapoleone.

Il paradosso più gustoso è che l’indignazione arriva spesso da chi, la sera, si fa il selfie proprio in quei locali che dice di detestare, o dal ponte di una barca in rada. Grandi servizi per sé, spiaggia libera per gli altri. È una posizione comoda: costa niente e rende parecchio in visualizzazioni.

Perché di questo si tratta, in buona parte: di un’economia dell’indignazione, dove la denuncia estiva è un prodotto stagionale come il gelato. Si vende bene, si produce a costo zero, e non ha bisogno di essere vera.

La spiaggia libera come panacea

Poi c’è il capitolo spiagge libere, presentate come la soluzione di tutti i mali.

Domanda semplice, e senza polemica: chi pulisce l’arenile? Chi lo fa ogni mattina, tutti i giorni, per mesi? Chi garantisce la sorveglianza, di giorno e — soprattutto — di notte? Chi risponde se qualcuno annega dove non c’è nessuno a guardare? Chi mette i bagni, le docce, le passerelle per chi non cammina bene?

Le spiagge libere servono e devono esserci: nessuno discute il diritto di stendere un telo sulla sabbia senza pagare. Ma raccontarle come alternativa integrale al sistema balneare significa non aver mai gestito un metro di arenile in vita propria.

E qui arriva il dato che quest’anno ha spiazzato parecchi commentatori: l’aumento della clientela straniera. Sono venuti, hanno guardato, e hanno scelto la spiaggia attrezzata. Anche i tedeschi, che a casa loro di spiagge libere ne hanno quante ne vogliono. Vengono in Italia per i servizi, per la sicurezza, per il fatto che qualcuno si occupa di tutto e loro devono solo decidere se il caffè lo prendono prima o dopo il bagno.

Domanda per gli albergatori delle località di mare, e la faccio seriamente: pensate che avreste gli stessi flussi se davanti alla vostra struttura ci fosse una distesa di sabbia incontrollata, aperta a chiunque, a qualsiasi ora, senza nessun presidio? La risposta la conoscete. Il sistema regge insieme, o non regge.

Se non vi fidate di me, chiedetelo alle persone comuni. Non agli opinionisti: alle famiglie. Chiedete perché scelgono uno stabilimento. Vi risponderanno: perché mio figlio può andare in acqua e c’è qualcuno che guarda. Perché mia madre ha ottant’anni e ha bisogno della passerella. Perché voglio lasciare la borsa sul lettino e andare a fare il bagno.

La lotta di classe tra poveri

C’è un effetto collaterale di tutta questa campagna che merita di essere detto ad alta voce.

Mentre si discute animatamente se quaranta euro di ombrellone siano un furto, chi fa fatica ad arrivare a fine mese si prende due giorni di mare dove riesce, per trovare un po’ di luce in una vita complicata. Quella persona non ha bisogno di essere aizzata contro il bagnino. Ha bisogno che qualcuno si occupi del costo dell’energia, dell’acqua potabile, delle commissioni bancarie, dei premi assicurativi, di tutte le voci che le erodono lo stipendio undici mesi l’anno.

Aprire una guerra tra chi ha poco e chi ha appena un po’ di più è il modo più efficace per lasciare le cose esattamente come stanno. Perché i ricchi, in tutto questo, restano ricchi. Non li sfiora nemmeno il dibattito. Anzi: lo commentano.

Un’ultima cosa

Ai molti che d’estate si scoprono improvvisamente esperti di demanio e di rendite di posizione, e che spiegano quanto sia scandaloso che un privato gestisca un bene pubblico, vorrei ricordare una cosa banale. Anche le autostrade sono concessioni, anche gli autogrill lo sono. Di natura diversa, con regole diverse, per carità, ma sempre concessioni. Chissà perché il pedaggio non diventa mai il problema?

Marco Daddio – Bagno Venezia – Lido di Camaiore

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