La paura gioca un ruolo fondamentale in ogni occasione in cui gli uomini hanno a che fare con l’acqua. Nell’apprendimento del nuoto, quando un bambino da non-nuotatore comincia a trasformarsi in “nuotatore” riuscendo a galleggiare e fare i primi spostamenti in acqua fonda, la paura è un ostacolo emotivo da vincere, se vuole imparare a nuotare. Questa fase dell’apprendimento non indica soltanto l’acquisizione di abilità motorie acquatiche elementari, ma anche – come è descritto in un ottimo manualetto – il superamento della paura dell’acqua (Invernizzi, L. Eid, M. Rigamonti, La scoperta dell’ambiente acquatico e il superamento della paura, Milano, 1997). Per chi non sa nuotare l’acqua più alta delle vie respiratorie è un pericolo mortale. Ciò non toglie che, in altre circostanze, l’acqua cessi di costituire un rischio anche per un nuotatore. “Acqua” è un termine generico, non indica soltanto lo specchio circoscritto della vasca di una piscina o quello immobile di uno stagno, ma anche il mare in tempesta, le rapide di un fiume, i gorghi dello stretto di Messina. I corpi idrici (mare, laghi, fiumi) presentano pericoli specifici propri, provocati da grandi masse di acqua in movimento, e potremmo indicare infatti molteplici cause di annegamento che possono colpire anche un provetto nuotatore.
La maggior parte degli annegamenti sulle spiagge avvengono a pochi metri della riva (il 90% entro i 30-50 m dalla battigia). Come possa annegare anche una persona che sa nuotare e galleggiare con sicurezza, pur essendo così vicino alla terra – per quanto pericoloso possa essere il mare – può apparire talora come un mistero. Le correnti di ritorno, la causa più importante dell’annegamento in mare di nuotatori, normalmente non sono efficaci per più di 10 minuti. L’effetto di queste correnti non è di attirare verso il fondo, ma di allontanare dalla riva e, una volta finito l’effetto, nulla dovrebbe impedire ad una vittima di tornare a terra con un percorso diverso. Com’è possibile allora che una persona che ha imparato a nuotare, talora in modo eccellente, perda in un tempo brevissimo quella capacità di galleggiare e di spostarsi in acqua che, una volta acquisita, diventa una abilità automatizzata, quasi istintiva? Com’è possibile che un uomo, trasformato da qualche accorgimento motorio in un pezzo di legno inaffondabile, vada a fondo?
In questo articolo – che conclude l’analisi di questo tipo di annegamento (“il ritorno impedito”) – cercheremo di descrivere il processo di apprendimento nelle prime fasi del nuoto sotto un profilo psicologico: come si diventa nuotatori superando la paura dell’acqua, e, nella seconda parte, daremo una traccia della progressione emotiva che trasforma a ritroso, in un processo regressivo, un nuotatore in un non-nuotatore cercando di svelare uno dei misteri dell’annegamento.
Come si esce da una buca?
Questo abusato cartello mostra come si possa uscire indenni da una corrente di ritorno, una rip current, una “buca”, come sono chiamate in Toscana. Purtroppo, nessuna persona in pericolo utilizzerà mai queste indicazioni per salvarsi. I suggerimenti degli esperti sono infatti di (1) non nuotare contro corrente, (2) di cambiare direzione e nuotare parallelo alla riva o (3) di lasciarsi andare finché la corrente non è finita.Queste indicazioni hanno un carattere razionale. Sono tutte corrette: ti dicono cosa fare se vuoi prendere la decisione giusta per salvarti la vita. Funzionano, però, con persone in grado di ragionare (e di orientarsi), quando invece la persona che si sente in pericolo è in preda alle proprie emozioni, e ragiona con quelle. La reazione di un pericolante è sempre, quasi ineluttabilmente, di puntare con tutte le sue forze verso riva.

In una corrente di ritorno – come quella raffigurata nel disegno di sopra – puntare verso riva significa nuotare diametralmente contro corrente, una decisione pressoché suicida. Cercheremo di spiegare il perché di questo comportamento irrazionale: per quale motivo un pericolante, pur sapendolo, faccia in pratica proprio il contrario di ciò che dovrebbe fare in teoria. Vorremmo far notare, però, prima di procedere nell’analisi, che nuotare verso riva non è sempre un comportamento controproducente. Le correnti non si stancano e sono in grado di spossare in brevissimo tempo un nuotatore, e questa è la ragione per cui una buca “verticale” – come la chiamano i bagnini, cioè con un canale di erosione perpendicolare alla linea di riva – è un killer, una buca assassina, finirci dentro accidentalmente significa con buona probabilità non uscirne vivo. Molto meno letali sono invece le buche “in diagonale”. In queste, la direzione verso riva della nuotata si combina con quella della corrente dando comunque un buon risultato e il nuotatore, suo malgrado, può spesso salvarsi da sé (come crediamo, meglio delle parole, spieghi il disegno).

Il ruolo della paura nell’apprendimento del nuoto
Non esiste un solo modo di insegnare a nuotare. Si possono seguire didattiche diverse: in mare o in piscina, in acqua bassa o immediatamente in acqua fonda. Si può anche imparare a nuotare da sé. Con un istruttore professionale in piscina, d’altra parte, si fa prima, e molto meglio. Ed è quindi questa la situazione di partenza che analizzeremo. Nella prima lezione di nuoto l’istruttore fa esplorare la vasca ai propri allievi facendoli girare attorno al perimetro e poi attraversandola in lungo e in largo. La vasca è una vasca per bambini che non supera i 60 – 90 cm di profondità. L’allievo, che ancora non sa nuotare, e ha dell’acqua una giustificata paura, si rende conto di poter agire in un luogo per lui sicuro: nella piccola vasca, tocca dappertutto. Una volta verificata la profondità dell’acqua per tutta l’estensione del suo spazio di gioco, comincia a trovarsi a suo agio e può cominciare ad imparare.

Questa forma di adattamento psicologico si chiama assuefazione e indica un processo nel quale una persona impara a controllare una situazione ansiogena esponendosi ripetutamente ad un pericolo, prendendone le misure. L’assuefazione gioca un ruolo essenziale nell’apprendimento del nuoto e lo ritroveremo anche in fasi successive, quando l’allievo dovrà passare dall’acqua bassa all’acqua fonda e, quindi, dalla sicurezza della piscina all’incertezza di un‘acqua aperta, in mare o in altri corpi idrici. Nel processo di assuefazione una persona impara a controllare le proprie emozioni – a padroneggiarsi – mano a mano che impara a prendere le misure ad un pericolo prima temuto, potendo così dirigere la propria attenzione verso qualcos’altro (per esempio, l’apprendimento di un gesto imparando, un gesto dopo l’altro, a nuotare). Col processo di assuefazione, si alza la soglia della paura e diventa più difficile spaventarsi creando uno spazio emotivo all’interno del quale concentrare l’attenzione – prima catturata dalla paura – su altre attività.
Contrario dell’assuefazione è la sensibilizzazione ad un pericolo. Nel caso dei bambini – e anche degli adulti, ma con un processo più complicato che spesso sfocia in una fobia, argomento che ci guarderemo bene dall’affrontare – la sensibilizzazione al pericolo “acqua” può essere originata da più cause. Un bambino può aver avuto una brutta esperienza correndo il rischio di annegare o, ma è il caso di gran lunga più frequente, sono gli stessi genitori (o uno dei due) che, non sapendo nuotare e avendo paura dell’acqua, lo hanno sensibilizzato al pericolo suggestionandolo. Con la sensibilizzazione si abbassa la soglia della paura, e basta poco per trasalire e spaventarsi.
Nell’apprendimento del nuoto svolge un ruolo importante il modo in cui gli esercizi vengono presentati agli allievi: sotto forma di gioco. Si tratta di un trucco da prestigiatore. “Esercizio” e “gioco” sono infatti sinonimi nel linguaggio di un istruttore di nuoto. E’ proprio giocando che i cuccioli di molti animali imparano a fare le cose, e l’uomo non fa eccezione a questo (S. Millar, Psychology of Play, Harmondsworth, Penguin Books, 1968, Cap. 3, The Play of Animals). Il gioco provoca in un bambino una forte emozione capace di offuscare la paura. Così, per fargli aprire gli occhi sott’acqua – forse la paura più tipica all’inizio dell’apprendimento del nuoto – si fa “il gioco dei colori” (l’allievo deve recuperare dal fondo una bacchetta di un colore: per farlo deve tenere gli occhi aperti) o, per insegnargli ad andare sul fondo, quello dei “pescatori di perle” (per prenderle deve aprire gli occhi). Sono cose che, comandate o richieste per quello che sono (come un esercizio per imparare o vincere una paura), un bambino non farebbe, ma è invece disposto a fare come parte di un gioco (G. Visintin, Il nuoto semplice, Libreria dello sport, Milano 2006). Siamo in un campo che molti qualificherebbero come “irrazionale” perché ci troviamo nella sfera delle emozioni e non in quello dei ragionamenti, delle azioni o delle argomentazioni logiche. Dovremo ricordarcelo quando parleremo di annegamento.
Il processo di assuefazione è pilotato dall’istruttore che progressivamente mette i propri allievi in grado di affrontare l’acqua insegnandogli ad assumere una posizione orizzontale per spostarsi, a galleggiare, andare verso il fondo, avanzare. La fase di ambientamento si conclude, d’altra parte, quando l’allievo sa fare queste cose dove non tocca (nella “vasca dei grandi”) e, una volta conclusi questi preliminari, si cominciano ad insegnare le nuotate. Il superamento della paura dell’acqua è un processo psicologico che, parallelo a quello dell’apprendimento motorio, mette l’allievo in grado di muoversi in acqua tenendo sotto controllo le proprie emozioni. La paura, infatti, è un’emozione così forte che, anche quando è debole, tende a cancellare o mettere in ombra tutto il resto. L’apprendimento motorio (che richiede una notevolissima dose attentiva per imparare nuovi gesti) e la paura (che avoca a sé tutta l’attenzione) sono incompatibili tra loro, non vanno d’accordo. Bisogna tenerla sotto controllo, se si vuole imparare a nuotare.

La paura in acque aperte
Il processo psicologico riparte quando poi, una volta imparato a nuotare, si deve affrontare in proprio – non più sotto la guida di un istruttore – l’acqua aperta del mare o di un lago. Qui le paure si moltiplicano perché non si è più nell’ambiente artificiale, protetto, della piscina, ma in quello naturale del mare. Non è l’acqua di un ambiente circoscritto che incute timore, ma i molti aspetti sconosciuti di un ambiente totalmente nuovo, capaci di creare uno stato d’ansia nel novello nuotatore. L’ansia è una forma di paura meno intensa – un’emozione che appartiene alla stessa famiglia delle paure – dettata dall’incertezza di una situazione, da un fattore sconosciuto o da qualcosa che non c’è, ma si teme che potrebbe esserci. In particolare, la mancanza di confini precisi che ne circoscrivono il campo d’azione consiglierà al nostro nuotatore, dapprima, di restare molto vicino alla riva, possibilmente in acqua bassa, per poi allontanarsene un po’, una volta assuefatto alla distanza che lo separa dalla sicurezza della terra ferma. Potrà, a seconda della dose di coraggio e della dimestichezza col nuoto acquisita, restare coi piedi per terra nella zona del bagno (nell’acqua in cui tocca), o nuotare in acqua fonda appena poco più in là.
Quali sono le paure che il mare è capace di incutere? Una persona può essere impressionata dalla profondità dell’acqua quando questa è trasparente e lascia intravedere il fondale; oppure, proprio al contrario, perché l’acqua torbida di molte delle nostre spiagge impedisce di vederlo, di valutare la profondità o nascondere chi sa quale pericolo dietro un’acqua verdastra. D’altra parte, si possono fare chissà quali brutti incontri con animali marini! Queste paure – almeno nel nostro mare – hanno un carattere ansiogeno e non sono dettate, come nel caso della paura vera, da un pericolo reale e imminente, ma dalla incertezza di una situazione sconosciuta, fuori controllo, e hanno una leggera impronta fobica. (Cfr. l’intervista di una notissima campionessa di nuoto, al Costanzo Show: “Ho paura del mare perché noi nuotatori quando ci tuffiamo in mare aperto abbiamo paura. Da sola non riesco a tuffarmi in mare aperto. Nella nostra piscina conosciamo i nostri limiti. Invece, l’ignoto del mare ci fa paura”).
Sono più realistiche le paure causate da un’eccessiva distanza dalla riva e, soprattutto, dalle condizioni dello stato del mare. Alla distanza eccessiva dalla riva e al mare mosso – capace di produrre veri pericoli anche per chi sappia nuotare – è associato infatti il rischio molto reale di annegare. Gli utenti di una spiaggia, anche quando vanno a nuotare, come detto, non si allontano per più di qualche decina di metri o, i pochi più coraggiosi, cento o duecento. Quando le condizioni del mare non sono ottimali, stanno per lo più vicino alla riva o fanno il bagno restando sulla battigia. Sono atteggiamenti giustificati dalla prudenza che azionano il loro comportamento.

E’ ben diversa la situazione emotiva in cui si trova la persona che è in difficoltà e non riesce a tornare a riva perché, senza volerlo, è rimasta, per esempio, intrappolata nella corrente. Questa situazione tipica, ricorrente delle spiagge, sfocia talora in un annegamento, l’annegamento di un nuotatore. Questo incidente passa attraverso una progressione che comprende più fasi (descritte nell’articolo precedente a questo), due delle quali (la fase di difficoltà, dettata dalla paura, e quella di panico) sono contrassegnate da connotazioni tipicamente psicologiche. E’ su queste che concentreremo adesso la nostra attenzione.
Che cos’è la paura?
“Ansia”, “paura”, “panico” sono termini facilmente confusi tra loro nel linguaggio ordinario perché indicano, come detto, emozioni che appartengono alla stessa famiglia. “Si ha paura” degli esami, dell’uomo nero o “degli altri” (quando, per esempio, si deve parlare in pubblico), Si tratta in questi casi, in realtà, di stati emotivi di tipo ansiogeno, normalmente leggeri. L’ansia indica infatti uno stato emotivo dettato da una situazione spiacevole di incertezza o da un pericolo lontano o immaginario, laddove la paura è la reazione emotiva che l’uomo prova di fronte ad un pericolo reale, imminente. Del “panico” diremo più sotto.
Solitamente la paura viene identificata con lo stato emotivo percepito, quando si tratta invece di un sistema difensivo complesso, scritto nel nostro cervello. La paura è un’emozione di grande importanza per la nostra sopravvivenza perché è grazie ad essa che possiamo affrontare un pericolo. E’ una reazione del nostro organismo verso qualcosa che minaccia la nostra incolumità. Se di notte per strada sentiamo un rumore dietro di noi, la paura ci mette in uno stato di allerta, acuisce le nostre facoltà percettive, sospende ogni altra attività, assorbe tutta la nostra attenzione. E’ un segnale d’allarme che fa parte di un meccanismo difensivo predisposto nel nostro sistema nervoso che ci prepara ad affrontare un pericolo. (Cfr. la bella, chiarissima introduzione all’argomento di M. R. Ciceri, La paura, Bologna, Mulino, 2001; cfr. anche A. Oliverio Ferraris, Psicologia della paura, Torino, Boringhieri, 1998). Nel “ritorno impedito” un processo regressivo trasforma un nuotatore che non riesce a tornare a riva in un non-nuotatore facendolo annegare. Abbiamo già descritto – descrivendone anche gli stati emotivi – ciò che accade alla vittima di un annegamento in questo caso. Qui metteremo brevemente a fuoco, invece, i processi fisiologici che presiedono a questa progressione regressiva. Come ha scritto J. Gray: “alla lunga qualsiasi resoconto del comportamento che non si accorda con la conoscenza dei sistemi nervosi ed endocrini, ottenuta attraverso lo studio diretto della fisiologia, deve essere considerata errata” (J. Gray, The Psychology of Fear and Stress, New York, McGraw Hill, 1971).
In un libro, oggi celeberrimo, J. Le Doux J. (Il cervello emotivo, Milano, Baldini e Castoldi, 1998) racconta un fatto accaduto, in una o l’altra forma, a chiunque nella vita di tutti i giorni. Cammino per il sentiero di un bosco; vedo improvvisamente vicino ai miei piedi qualcosa che potrebbe essere un serpente; ritiro immediatamente, con uno scatto, il piede prima ancora di aver accertato che non si tratta di un serpente, ma di un ramo la cui forma ricorda quella di un serpente. Questo è oggi l’esempio di scuola. Chiunque può ricordare situazioni più consuete, però, della vita di tutti i giorni. Nell’attraversare la strada, un rumore assordante mi fa sobbalzare e fermare di botto prima di rendermi conto che si tratta della innocua perforatrice di un operaio, e non di un camion che mi viene addosso. Credo di essere solo in casa, mia moglie apre improvvisamente la porta della stanza in cui mi trovo facendomi sobbalzare. Non è un ladro, però. Ecc. ecc. La spiegazione di questi brevi episodi ci aiuta a spiegare perché il nuotatore, intrappolato dalla corrente, non riesce ad utilizzare una soluzione razionale per salvarsi.
Il circuito neuronale della paura
Il nostro sistema nervoso è estremamente complicato, e il nostro cervello è senza dubbio l’organo più sconosciuto che abbiamo. E’ formato in realtà da tre circuiti neuronali che si sono sovrapposti durante l’evoluzione della nostra specie. Al cervello rettiliano che presiede alle funzioni più primitive (sesso e cibo), si è sovrapposto quello limbico, sede delle emozioni, e infine quello razionale della corteccia corticale (K. H. Pribram, I linguaggi del cervello, introduzione alla neuropsicologia, Milano, Franco Angeli editore, 1980).
Il sistema limbico è il circuito primitivo della paura. Situato nell’encefalo, è formato dal talamo, l’ipotalamo, l’ippocampo e dall’amigdala…

L’amigdala è un piccolo organo a forma di mandorla (ἀμυγδάλη significa infatti “mandorla” in greco) che controlla con una incredibile rapidità tutte le informazioni che giungono al cervello dai nostri sensi per individuare eventuali segnali di pericolo (movimenti improvvisi, forti rumori o una qualche forma che potrebbe essere un animale pericoloso, ecc.). E la risposta è immediata (ritira il piede!) prima ancora di avere accertato che si tratta di una minaccia reale (era un ramo, non un serpente!). Come scrive J. Le Doux, non reagire al pericolo costerebbe molto di più che rispondere in modo inadeguato ad uno stimolo innocuo. Il circuito della paura ci predispone al pericolo prima ancora di comprenderne l’eventuale minaccia. E’ meglio ritirare il piede per sbaglio una volta di più che non ritirarlo sbagliando una volta di meno. Le risposte alla paura, geneticamente programmate nel cervello umano, fanno parte di un repertorio prestabilito e, forse, sono rozze, ma non è tanto importante che siano precise quanto che siano rapide.
L’ippocampo confronta le nuove informazioni con informazioni già memorizzate (è un serpente o un ramo?); l’ipotalamoregola la secrezione di importanti ormoni dell’emergenza (corticotropina, adrenalina, noradrenalina), neurotrasmettitori che attivano e predispongono il nostro corpo ad una reazione; il talamotrasforma i segnali in informazioni che il cervello può leggere e le avvia alla corteccia… Il lettore competente mi scuserà per il modo veloce e grossolano con cui lo descrivo, ma questa semplificazione è necessaria per non perdere il filo di una spiegazione complicata. Perché, a questo punto, la parola passa – con un attimo di ritardo – al circuito razionale del nostro cervello (la corteccia corticale) che può, così, scegliere una risposta adeguata. Come gli è stato insegnato: non nuotare contro corrente! nuota parallelo alla riva! lasciati andare! Risposte che appartengono ad un repertorio più articolato che prevede modalità più evolute per affrontare un pericolo. Ragionate, razionali, tipicamente umane.
Perché, nel nostro caso, questo passaggio di consegne invece non avviene? Perché queste indicazioni non vengono seguite? La risposta sta nello stato emotivo del pericolante: non è la paura di un serpente – per quanto possa essere grande la paura di un rettile – ma quella improvvisa di una morte che incombe imminente: stai per morire! Un pensiero insopportabile che scatena con un’esplosione una tempesta emotiva, il panico, una forma incontrollabile e irreversibile di paura. Il locus coeruleus, azionato dall’ipotalamo, rilascia una quantità eccessiva di noradrenalina e altri neurotrasmettitori in eccesso sopraffanno l’intero sistema portandolo al panico e alla confusione (Ciceri). La parola non passa al circuito razionale ma resta chiusa dentro il sistema limbico che aziona una risposta scritta nel nostro cervello da sempre, lotta o fuggi! che, in acqua, significa invariabilmente la stessa cosa: raggiungi la riva con tutte le forze che hai!
E’ una risposta terrestre che, in acqua, non potrebbe essere la più sbagliata. Muovendosi in acqua – per tornare al punto iniziale da cui siamo partiti in questo articolo – ci sono due “leggi” da rispettare rigorosamente nell’economia dei movimenti, ben note nel mondo del nuoto. La prima è la “legge quadratica”, che dice: se raddoppio la velocità di esecuzione dei miei movimenti, la resistenza dell’acqua aumenterà di 4 volte (va al quadro!); la seconda, è “la legge cubica”: se raddoppio la velocità, il consumo di ossigeno e di energia richiesta aumenta di 8 volte (va al cubo!). Non sono regole dei movimenti terrestri. In acqua la forza da vincere per avanzare non è la gravità – sempre uguale – ma la resistenza di un liquido viscoso che aumenta in modo molto più che proporzionale con l’aumentare della velocità con cui si avanza. Nuotare controcorrente è come correre su una salita che aumenta la propria pendenza in modo vertiginoso con l’aumentare della velocità della nuotata. Entrambe le leggi sono desunte dalla meccanica dei fluidi e dalla fisiologia, ma espresse nella forma presentata sono senza dubbio più comprensibili al lettore e più attinenti all’argomento che stiamo affrontando. In acqua un aumento anche piccolo della velocità viene pagato con interessi da strozzino e, se acceleriamo improvvisamente, è possibile sfiancarsi in un tempo brevissimo.
I teorici offrono sempre soluzioni razionali. Nella pratica la gente continua ad annegare quando si trova in balia della corrente e delle proprie emozioni. Una persona in difficoltà dovrebbe reagire in questo caso “con calma”. Anche questa fa parte del repertorio di risposte razionali che il competente di turno (questa volta il sottoscritto) dà al bagnante, se dovesse trovarsi in pericolo, ma forse, è la più accessibile. Le leggi che abbiamo esposto sopra possono infatti essere lette alla rovescia: riducendo della metà l’andatura, la resistenza dell’acqua va alla radice quadrata e il consumo di energie, a quella cubica. A piccole riduzioni dell’andatura corrispondono grandi guadagni, molto più che proporzionali. “Sta’ calmo!” è un consiglio che non può essere messo in atto da una persona che teme per la propria vita, ma: “nuota lentamente, al solo scopo di galleggiamento, non importa quando, ma che tu arrivi a terra”, in un soprassalto di freddezza, forse potrebbe essere realizzabile. Si dice infatti – tra bagnini – che, se un pericolante è ancora vivo dopo 10 minuti (non è ancora andato a fondo), “è vivo”, cioè si è salvato, perché questo è il tempo che di regola impegna una corrente di ritorno per rilasciare un pericolante (vivo o morto) dalla trappola tesa. I tempi di questo annegamento (“il tempo di lotta” prima dell’affondamento, tra 2 e 5 minuti) sono purtroppo di regola più brevi del tempo di “rilascio” (come abbiamo spiegato nell’articolo precedente): il tempo di sopravvivenza di un pericolante viene accorciato proprio dal tentativo di tornare a terra con ogni forza. Un suicidio assistito.

Per concludere, il cartello non deve essere utilizzato sulle spiagge? Credo di sì, invece. In primo luogo, è un ottimo segnale, noto in tutto il mondo, che ci avverte con efficacia della presenza del pericolo (la foto qui sopra, inviatami da Enzo Pranzini, viene dall’Ecuador). In secondo luogo qualcuno, infischiandosi della mia analisi, potrebbe utilizzare comunque le indicazioni ricevute. Chi potrebbe mai dirlo? Non abbiamo scoperto che non tutti i cigni sono bianchi ma che esistono, in Australia, anche cigni neri? Un ultimo consiglio però – e forse è il migliore – che mi sento di dare a chi possa trovarsi in pericolo, è di gridare o di segnalare la propria difficoltà alzando un braccio o la mano nella speranza che qualcuno ci venga a prendere. Se ci sono bagnini, è questo quello che di solito funziona meglio.
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