Nei paesi ad alto reddito (Europa occidentale, Usa, Canada, Oceania) gli incidenti di annegamento si contano in centinaia e avvengono per lo più durante i mesi estivi nel contesto della balneazione. In Italia le persone che annegano durante l’estate sono quasi i tre quarti del totale (cioè circa 270 casi su 370 circa annui). La maggior parte delle vittime sono persone che frequentano per svago la spiaggia del mare, impianti natatori o vanno a fare il bagno nei fiumi o nei laghi. In questi paesi “ricchi” si è sviluppato un turismo di massa che in Italia ha prodotto un’imponente industria di piccole imprese, per lo più a tenuta familiare: gli stabilimenti balneari. Le concessioni balneari per stabilimento balneare sono in Italia 12.166, quelle per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici sono 1.838. Il tratto di spiaggia sabbiosa occupata da concessionari balneari è il 42% (in realtà almeno il 50% se si escludono i tratti non fruibili; fonte: Legambiente, Rapporto spiagge 2021). Gli assistenti bagnanti impiegati sulle spiagge sono circa 60.000 (fonte: Società nazionale salvamento). Purtroppo, data l’ampia diffusione del lavoro nero sulle spiagge, non è possibile essere più precisi. Le attività balneari in concessione dallo Stato sono presidiate da assistenti bagnanti, mentre le spiagge libere (non assegnate in concessione) sono in gran parte abbandonate a se stesse. Su queste, ancora oggi, avviene la maggior parte degli annegamenti.
Nei paesi a basso reddito gli annegamenti si contano in migliaia, il contesto in cui annegano più frequentemente non è quello balneare (non sono persone in vacanza), ma quello della vita di tutti i giorni. In questi paesi la quasi totalità delle vittime annegano perché non sanno nuotare. Il gruppo più colpito è quello dei bambini. Sebbene la frequenza sia molto alta anche nei paesi dell’Europa dell’est e in genere in tutta l’Asia, l’Africa, l’America del sud, i picchi di annegamento si raggiungono nel sud est asiatico e nell’Africa equatoriale.
La ricerca che presentiamo, qui riassumendola, ha richiesto un lungo impegno, reso necessario dalla creazione di un apparato concettuale prima inesistente e dalla cronica mancanza di dati affidabili. I dati ISTAT disponibili sono stati integrati da altre fonti. Informazioni preziose sono venute da una ricerca sociologica che ha utilizzato come fonte la rassegna stampa, dalle schede di dismissione ospedaliera, la giurisprudenza e, per alcune stime, indagini a campione. Questa strada è stata seguita anche da altri paesi come la Gran Bretagna, gli Usa o altri che, come la Spagna, il Portogallo e il nostro, lasciano molto a desiderare nel reperimento di dati di provenienza istituzionale.
Le quasi 400 vittime che annegano ogni anno in Italia è un dato che si è stabilizzato alla fine degli anni ’90, dopo un trentennio virtuoso che ha visto decrescere gradualmente – da quasi 1400 morti alla fine degli anni ’60 – il numero annuale dei decessi per annegamento (cfr. E. Funari, M. Giustini (a cura di), “Rapporti ISTISAN 11/13, Annegamenti in Italia: epidemiologia e strategie di prevenzione”; M. Bonifazi, A. Sabatini, “Indagini statistiche sulle morti per sommersione e annegamento in Italia”, Federazione Italiana Nuoto, 2004). Ciò non toglie che, negli ultimi 25 anni di questo secolo, vi siano stati cambiamenti importanti.
Viene presentato qui un resoconto sommario sui dati relativi agli episodi di annegamento accaduti in Italia nel contesto della balneazione dall’inizio del secolo (mettendo a fuoco in particolare i sei anni 2016-2021 come valore esemplificativo e termine di confronto col passato). Verranno evidenziate anche quelle deficienze e quei punti deboli cui si può probabilmente porre un rimedio, differenziando il contesto delle spiagge da quello delle acque interne (fiumi e laghi) e delle piscine (argomenti dei quali mi sono già occupato su questa rivista; febbraio, marzo, aprile 2025). Il resoconto analitico dei dati è contenuto nel Rapporto ISTISAN 23/15.
Gli annegamenti sulle spiagge marine
Sulle spiagge marine l’elemento eclatante è un cambiamento nella distribuzione dei tipi di annegamento degli ultimi 25 anni rispetto alla fine del secolo precedente. In acque libere gli annegamenti in aree di balneazione possono essere classificati in cinque tipi diversi:
- annegamento di non-nuotatori: la vittima non sa nuotare e si trova improvvisamente in acqua fonda;
- annegamento improvviso (o annegamento per malore): per la perdita di coscienza o della più semplice capacità di galleggiare e tenere le vie aeree al di sopra della superficie dell’acqua in seguito ad un malore, un malessere o un piccolo incidente in grado di provocare la sommersione quasi immediata della vittima;
- annegamento di nuotatori (o ritorno impedito): quando, pur sapendo nuotare e in buona salute, un ostacolo impedisce ad una vittima di recuperare la terra ferma;
- annegamento per caduta: la vittima non si trova originariamente in acqua, ma vi cade dentro o vi è trascinata da un’ondata;
- annegamento durante l’attività di uno sport acquatico praticato con una attrezzatura specifica (surf, kite surf, canottaggio, ecc.).
Secondo una stima della Società nazionale di Salvamento, alla fine del novecento il 45% delle vittime erano ancora persone che non sapevano nuotare (non nuotatori) e altrettante erano le vittime delle correnti di ritorno (“ritorno impedito”), solo il 10% erano le persone che annegavano in seguito ad un malore. Il grafico seguente illustra invece la situazione odierna il cui elemento eclatante è l’abnorme aumento degli annegamenti improvvisi (o annegamenti per malore), il 42% del totale. Esamineremo questo tipo di annegamento come un fenomeno spia dei cambiamenti in atto rinviando l’analisi gli altri ad una prossima occasione.

Gli incidenti di questo tipo di annegamento sono nella quasi totalità episodi di mare calmo e colpiscono soprattutto persone anziane (gli ultra sessantenni rendono conto dell’87% degli annegamenti per malore). È un incidente difficile da rilevare anche sulle spiagge custodite: è silenzioso (la vittima non può gridare), passivo (non c’è il tentativo apparente di restare a galla), la sommersione avviene in tempi rapidissimi. Si tratta spesso di un incidente non testimoniato (la vittima annega in solitudine senza che gli altri se ne accorgano). Il numero molto grande degli incidenti di questo tipo rispecchia l’invecchiamento della popolazione italiana. Le vittime appartengono a un settore della popolazione, per lo più appartenente alle classi medie, che può permettersi di andare al mare in vacanza, quando prima andava a riposo frequentando il bar del paese, le panchine del parco, o restava in casa davanti la televisione. In Italia la popolazione anziana è aumentata esponenzialmente. Da 4,6 milioni, nel 1960, gli ultrasessantacinquenni sono passati a 10,3 milioni nel 2000, e a 13,8 milioni nel 2019 (il 22,8% della popolazione; cfr. C. Billari, C. Tomassini (a cura di), “Rapporto sulla popolazione, L’Italia e le sfide della demografia”, Bologna, Mulino, 2021; A. Rosina, R. Impicciatore, “Storia demografica d’Italia”, Carocci editore, Roma, 2023). Poco più di un quinto contribuisce a quasi il 90% degli annegamenti per malore. Come ho scritto più volte, l’annegamento è un fenomeno sociologico, sottoposto cioè agli effetti di variabili sociali.

La distribuzione regionale degli annegamenti rivela informazioni preziose. Come si evince dalla tabella, il primato degli annegamenti per malore spetta all’Emilia-Romagna (con 55 vittime durante i 6 anni 2016-2021) seguita dalla Toscana (51), le Marche (41), la Liguria (32). Queste quattro regioni assieme (14% delle coste italiane), totalizzano complessivamente – nei 6 anni 2016-2021 – 179 casi, il 51% del totale.
Come è noto, non abbiamo la necessità di ricordarlo, il problema più grande delle spiagge italiane è, diremmo da sempre, quello delle spiagge libere che, non custodite, rendono conto della maggioranza degli episodi di annegamento. In questo tipo di annegamento, tuttavia, il rapporto tra gli annegamenti in assenza di personale di salvamento e il totale dà un indice di 0,49, un risultato in se stesso paradossale che sembrerebbe configurare una situazione di “indifferenza”: che ci siano o no bagnini, il risultato non cambia. Gli anziani annegano nella stessa proporzione nelle spiagge libere che in quelle private degli stabilimenti balneari. Naturalmente, non è solo una defaillance del servizio di salvataggio, ci sono anche altre cause. Gli anziani che possono permetterselo preferiscono, pagando, le spiagge sorvegliate. Inoltre in queste quattro regioni, le spiagge libere sono minoritarie. Resta il fatto, però, che il numero delle vittime è eccessivo e che gli anziani pagano non solo per avere un ombrellone sopra la testa, ma anche per un servizio adeguato che ne tuteli la sicurezza anche in mare.
Considerati tutti i tipi di annegamento in tutta l’Italia, abbiamo registrato un indice generale di 0,60 (su 100 annegamenti, 60 si verificano in assenza di bagnini). Un risultato deludente rispetto alla stima di 0,91 calcolata quindici anni prima (2008),quando meno di un annegamento su dieci avveniva su una spiaggia sorvegliata. Il sistema aveva in pratica azzerato l’annegamento sulle spiagge italiane ove fossero presenti assistenti bagnanti.
Il calo nell’efficienza del sistema – da 0,91 a 0,60 – è di natura attentiva. Pensato soprattutto come un sistema in grado di riportare a terra un pericolante, l’organizzazione del salvataggio sulle spiagge sta rivelando i suoi limiti quando, come accade soprattutto nelle regioni del centro nord, la difficoltà più grande si rivela invece quella di individuare in tempo utile una vittima non in grado di inviare espliciti segnali d’aiuto. Il sistema infatti, tutto sommato (sono i numeri a dirlo), regge meglio al sud dove ancora persiste una struttura dell’annegamento di impronta ancora “novecentesca”. Dove la struttura dell’annegamento è cambiata, il sistema sta diventando cieco.
A ovest della nostra penisola (in Toscana, Lazio, Campania) i bagnini, salvo eccezioni, non stazionano su postazioni sopraelevate (come è regola inflessibile in tutto il mondo), ma sotto un ombrellone che decurta la loro capacità attentiva limitandone la visibilità. Su certi tratti, pur essendo obbligatoria una postazione sopraelevata, non è obbligatorio stazionarvi sopra con la conseguenza che essa diventa un inutile orpello della spiaggia, mai utilizzato. In questo modo gli assistenti bagnanti possono svolgere anche altri compiti – legalmente incompatibili con quello attribuito loro dalle ordinanze di sicurezza balneare delle capitanerie di porto – in grado di ridurre ulteriormente la loro attenzione. Ad est, sul Medio-Alto Adriatico, una migliore organizzazione del servizio – con postazioni sopraelevate, presidiate regolarmente, ma ad una distanza oggi eccessiva, 150 m una dall’altra – non risulta più adeguata quando sono richieste maggiori capacità attentive per il grande affollamento, la dispersione sul fondale, la presenza di numerosi anziani tra i bagnanti.
Il servizio di sorveglianza e salvataggio sulle spiagge si sta deteriorando di fronte ad una struttura complessiva dell’annegamento mutata e non sa rispondere alle sfide di una situazione resa diversa soprattutto dall’invecchiamento della popolazione italiana (e, in subordine, per la presenza degli immigrati che hanno tenuto alto il numero degli annegati non nuotatori contribuendo per più della metà a questo dato). Le Regioni hanno ridotto Il periodo in cui è obbligatorio il servizio di salvataggio, l’orario giornaliero del servizio, allargato il settore di sorveglianza di ciascuna postazione, talora in modo abnorme. Il punto dolente sembrerebbe non essere più soltanto quello delle spiagge libere, ma il rischio che l’efficienza del servizio di salvataggio sulle spiagge in concessione si deteriori sempre di più.
Un primo rimedio è stato offerto dalle ordinanze di sicurezza balneare delle Capitanerie di porto nell’anno appena passato che, con un provvedimento uniforme in tutta l’Italia (maggio 2025), hanno allungato il periodo in cui il servizio di salvataggio è obbligatorio (dal terzo sabato di maggio alla terza domenica di settembre) rimediando così a normative regionali che non rispondevano più alle esigenze odierne. Sarebbe auspicabile che questo periodo, ulteriormente allungato, coincidesse con l’intera stagione balneare (1maggio-30 settembre) visto che, in molte regioni è in questo periodo che la gente va al mare, fa il bagno, paga e comincia ad annegare. Inoltre è stato uniformato su tutto il territorio nazionale, unificandolo con l’Europa, l’uso delle bandiere sui pennoni degli assistenti bagnanti (verde, gialla, rossa, con una gradazione dei colori che, come quella del semaforo, è facilmente comprensibile da chiunque). E’ stato raccomandato vivamente l’uso di una cartellonistica monitoria (che indica divieti e pericoli delle spiagge) chiara e uniforme, utilizzabile anche per le spiagge libere (modello PERLA, progettato dalla Università di Firenze). Infine sono stati indicati nuovi criteri per la preparazione dei piani collettivi di salvataggio. L’auspicio è infatti quello che al sistema che vede nel singolo stabilimento balneare il destinatario delle norme di sicurezza, si sostituisca quello dell’intera spiaggia (comprese le spiagge libere), assoggettata ad un unico piano di salvamento. I Comuni, che ricavano dal turismo balneare ingenti risorse economiche, sia direttamente (da parcheggi, tasse di soggiorno, seconde case, ecc.), sia indirettamente da una popolazione turistica che talora decuplica quella stanziale, non possono esimersi dall’obbligo di tutelare la sicurezza balneare dei propri ospiti, essendo gli unici comuni che in Europa possono indicare, mediante un semplice cartello (“Non è assicurata la sorveglianza della spiaggia”), la propria irresponsabilità.
In definitiva gli accorgimenti normativi che ci sembra importante suggerire, come conseguenza dei numeri evidenziati dalla ricerca, sono i seguenti:
- coincidenza del periodo obbligatorio del servizio di salvataggio con la stagione balneare;
- distanza massima tra una postazione di salvataggio e l’altra di 80 m, con un lasco di 20 m se un piano collettivo di salvamento copre anche ampi tratti di spiaggia libera. Questa distanza viene utilizzata, del resto, con l’eccezione del litorale del Medio-Alto Adriatico, in tutta l’Italia, da qualche decennio, con buoni risultati;
- obbligo per il personale di salvataggio di sostare su una postazione sopraelevata da terra (o, in mare, sull’imbarcazione di salvataggio);
- l’uso dei piani collettivi di salvataggio come prima soluzione normativa (cui partecipano anche i Comuni), in grado di coprire i tratti di spiaggia libera maggiormente frequentata;
- coincidenza del periodo obbligatorio del servizio di salvataggio con la stagione balneare.
La seguente cartina, che indica in numero assoluto gli annegamenti su base regionale (anni 2026-2021) ed evidenzia la situazione insostenibile di alcune regioni, giustifica questi provvedimenti.

Il seguente grafico rende conto in modo più realistico alla questione rapportando il numero degli incidenti di annegamento alla lunghezza del litorale costiero (balneabile) di ciascuna regione. I 140 km della Romagna non sono i 1.643 della Sicilia (almeno metà dei quali balneabili). Nei sei anni presi in esame l’Emilia Romagna ha prodotto una vittima ogni 1,1 km di costa balneabile. A seguire tutte le altre.

Nota a margine
Ho ricevuto un pesante attacco su questa rivista da Raffaele Perrotta, al quale non intendo rispondere. Il mio è il piano dell’obbiettività e dei fatti, non quello sguaiato delle offese personali e di chi urla più forte quando non si hanno argomenti con cui controbattere.
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