Le ordinanze di sicurezza balneare delle Capitanerie di porto prevedono che sulla spiaggia, a disposizione dell’assistente bagnanti, vi debba essere un’imbarcazione idonea al salvataggio. Nella grande maggior parte delle spiagge italiane, l’imbarcazione adottata è il pattino (o, come si dice in Toscana, “il patino”, con una t sola). Negli ultimi vent’anni si è aggiunta la possibilità di affiancare al pattino di salvataggio una moto d’acqua e molte ordinanze hanno cominciato a prendere in considerazione anche l’uso di una tavola da surf o di un SUP come mezzi di salvamento.
Su molti organi di stampa leggiamo le esternazioni o le proposte di “esperti” – che spesso non hanno alcuna idea di come si svolga un salvataggio, sprovvisti di qualsiasi esperienza sul campo – che considerano il pattino obsoleto, sostituibile da mezzi tecnologici più moderni come, per esempio, le moto d’acqua o i droni. In realtà alla distanza più consueta degli incidenti di annegamento (molto vicini alla battigia, entro 40-50 metri), i fondali, le caratteristiche del moto ondoso e l’affollamento delle spiagge italiane fanno del pattino un elemento ancora oggi prezioso per il salvamento.
La moto d’acqua non è adatta ai soccorsi vicino a riva
La moto d’acqua è utilissima per molti versi, ma ha un raggio d’azione più esteso che inizia a partire da una certa distanza dalla battigia (dove i bagnanti sono più rarefatti) ed esclude in pratica la zona dei più frequenti salvataggi, vicino alla riva. In questo tratto non avrebbe senso utilizzarla: il guadagno in termini di tempi sarebbe irrisorio e sarebbe probabilmente pericolosa per gli altri bagnanti, per la potenza e l’impatto devastante del mezzo. Per evitarli una moto d’acqua dovrebbe procedere a moto lento e verrebbe inesorabilmente rovesciata da frangenti che, vicino alla riva, sono intervallati tra loro da distanze troppo brevi. Difatti, le ordinanze di sicurezza balneare prevedono l’esistenza di un corridoio di lancio per raggiungere le boe, a 200-300 metri dalla battigia, e da lì essere operative. Per condurre una moto d’acqua, inoltre, è necessaria la patente nautica, per ovvi motivi. Bene hanno fatto quindi le Capitanerie di porto a considerarle come qualcosa che può affiancare il pattino, ma non sostituirlo. La moto d‘acqua è un utilissimo mezzo di salvamento per collegare le numerose postazioni di salvataggio di un piano collettivo e/o quando la distanza da controllare di una postazione isolata è molto grande, ma è in pratica inutile quando il servizio di salvataggio è incentrato sul singolo stabilimento balneare (come avviene in Versilia, per esempio). Ovviamente, tralasciamo del tutto la questione dei maggiori costi.
I droni sono utili, ma da soli non bastano
Un altro attrezzo su cui si punta sono i droni. Sicuramente anche questi hanno un futuro sulle spiagge. Si vedono utilizzare molto opportunamente nella Spagna atlantica, sul mar Cantabrico, ma come un occhio tecnologico per controllare i bagnanti in acqua e migliorare così l’attività di sorveglianza. Anche in questo caso il drone è un mezzo utilizzato su una spiaggia che si organizza con un piano collettivo e che possiede un centro operativo di controllo (che in Italia ancora non esiste). Come attrezzo di salvataggio – che trasporta un salvagente e lo recapita al pericolante – il drone fa parte invece di quella fantasia tipica di chi non è del mestiere che pensa sia sufficiente fornire a qualcuno in difficoltà, perché non riesce a tornare a riva, un aiuto al galleggiamento per salvarlo, mentre il problema vero è di riportarlo a terra. Sicuramente verranno idee migliori (ci sono già), perché i droni sono una promessa sicura anche in questo campo. Costi permettendo.
Il bagnino di salvataggio umano non può essere sostituito
Queste soluzioni “tecniche” (ce ne sono anche altre) nascono dall’idea e dal desiderio di rendere superflua l’azione dell’uomo sostituito da un mezzo meccanico, come se ci fosse uno strumento per spengere gli incendi che faccia però a meno dei pompieri. Per ora, almeno, sono fantasie. I pompieri sono ancora necessari. Nelle operazioni di salvataggio – quando qualcuno è in pericolo di vita – anche il soccorritore deve correre qualche rischio e talora deve dimostrare, come si dice, di avere gli attributi. Se non ce li ha, ha sbagliato mestiere. Non c’è mezzo che tenga.
Restando quindi con i piedi per terra, i vantaggi offerti dal pattino sono i seguenti:
- il pattino è un mezzo praticamente inaffondabile;
- con lo scafo costituito da due barchette stagne e senza chiglia (il pattino è in realtà un piccolo catamarano), può manovrare in spazi strettissimi: la sua manovrabilità tra i frangenti è eccezionale (il pattino può, contrapponendo le remate, girare su stesso di 360° restando fermo sul posto);
- se a mare mosso presenta limiti di intervento (perché può affrontare il mare solo di punta), a mare calmo può coprire un’area notevole in qualsiasi direzione;
- essendo molto basso sull’acqua, facilita l’operazione di imbarco dei pericolanti (che, con un’altra imbarcazione – una lancia, un gommone o un gozzo per esempio – è molto difficile caricare a bordo);
- ha una forma idrodinamica e i lunghi remi gli assicurano una buona velocità;
- piatto e leggero può scivolare in acqua dalla spiaggia (alare) assicurando all’intervento una prontezza eccezionale;
- può soccorrere più pericolanti.

Il pattino viene usato come mezzo di soccorso nella maggior parte d’’Italia. A mare calmo può essere utilizzato sempre e ovunque. Inoltre è un’ottima barca d’appoggio (che, come detto, può essere alata dalla spiaggia), cioè una imbarcazione da lavoro, perché fare l’assistente bagnanti implica il controllo e la gestione dello specchio acqueo antistante. In moltissimi tratti di litorale quello col pattino è ancora il salvataggio più frequente. Su molte spiagge dell’Adriatico un assistente bagnanti passa molto del suo tempo di lavoro effettuando la sorveglianza dal pattino, cioè da una posizione molto migliore di quella che avrebbe se restasse sulla terra.

La storia gloriosa del pattino di salvataggio
Il pattino appartiene tipicamente al naviglio italiano. La sua invenzione, contesa tra Viareggio e Rimini, risale alla fine dell’Ottocento. Il suo uso come mezzo di salvataggio si è poi diffuso in tutta la penisola, sostituendo altre imbarcazioni che non offrivano le stesse garanzie. La sua origine è assai più nobile di quanto si possa pensare oggi vedendone, dislocate sulle spiagge, repliche a buon mercato del modello originario, di plastica o in vetroresina. I pattini, fino a qualche decennio fa, venivano costruiti di legno da abilissimi carpentieri e garantivano eccellenti prestazioni tra i frangenti. Del resto erano stati ideati come imbarcazioni da pesca che in mancanza di un porto, su litorali di spiagge barriera estese per chilometri, potevano essere alate dalla spiaggia con qualsiasi tempo per calare in mare le reti o recuperarle. Proprio questa proprietà – operare tra i frangenti con qualsiasi tempo – è stata messa a punto quando poi alle reti o alle fascine per la pesca dei gamberi si sono sostituiti bagnanti in pericolo da recuperare e portare a riva. Con l’avvento incipiente del turismo balneare i pattini da pesca erano stati adattati, tra gli anni ’20 e ‘30 del secolo passato, a mezzi di salvataggio e venivano inoltre affittati d’estate ai villeggianti. Quando si dice di unire l’utile al dilettevole.

I pattini, a Viareggio, sono nati in una comunità di mare che viveva delle povere risorse della spiaggia di allora, sopravvissuta nella prima metà del secolo passato in una enclave sociale ai margini della società industriale. Una comunità così ben raccontata, per esempio, da Lorenzo Viani (Angiò uomo d’acqua), Rolando Viani (A Viareggio aspettiamo l’estate), Mario Tobino (Sulla spiaggia e di là dal molo) e da altri ancora. Una comunità che, sulla spiaggia, viveva “nelle baracche” dalla cui evoluzione sono nati poi gli splendidi stabilimenti balneari che oggi sono al centro di aspre polemiche, ma che testimoniano una parte importante e incancellabile della storia del turismo balneare italiano.
Personalmente, chi scrive ha vissuto da piccolo la fase ultima di questa storia negli anni ’50, essendo nati in uno stabilimento balneare in una famiglia di bagnini, con altri 5 fratelli, tutti bagnini, oltre il padre, “il padrone bagnino”. Probabilmente l’uso di chiamare “bagnini” in Romagna i concessionari balneari ha la stessa origine o una storia simile. Il nostro collega e amico Giorgio Gori di Rimini spero che ci fornirà qualcosa di analogo per pareggiare il conto con Viareggio. Una storia del “patino”, incentrata sulla Versilia, che illustra con dovizia di foto e figure, è quella molto bella di Luca Martinelli, Sul mare col patino, sfogliabile online.

Le differenze tra pattini in legno, vetroresina e plastica
Con l’avvento della vetroresina e della plastica sono giunti sul mercato, a prezzi molto bassi (un pattino di legno avrebbe oggi un costo da due a quattro volte superiore a quello di un buon pattino di vetroresina), pattini leggeri che, con una linea di galleggiamento troppo alta sull’acqua, sono più facilmente rovesciabili e in difficoltà nel vincere le onde per l’eccessiva resistenza provocata dallo scafo emergente (interamente pontato), senza offrire, del resto, quella capacità di manovra garantita dai vecchi pattini. In Romagna, e in genere sull’Adriatico – ma sono usati anche su certi tratti del litorale laziale – vengono costruiti ancora ottimi pattini di legno, chiamati “mosconi” (il nome “moscone” dovrebbe riferirsi al solo modello utilizzato nel salvataggio), più piccoli e semplici nella struttura, però manovrieri e azionabili anche a mare mosso da un solo operatore.
I bagnini non sanno più vogare come una volta
Al handicap dei nuovi modelli si aggiunge che non sempre i bagnini sanno utilizzare il pattino come si deve. Un tempo, quando si faceva un corso per bagnini di salvataggio (che è stato per molti anni parte del lavoro di chi scrive) si insegnava a fare le uscite col mare mosso, perché gli allievi del corso sapevano già remare. Oggi invece, in un corso per assistenti bagnanti si devono insegnare i fondamenti elementari della voga, lasciando poi alla pratica dei salvataggi la capacità di operare tra i frangenti. Se un bagnino, per le difficoltà iniziali, rinuncia a usarlo, non imparerà mai.
Sul Mar Ligure, sulla costa occidentale della Sardegna e in genere su tutte le spiagge ripide dove frangenti troppo alti, vicini alla riva, lo arrovescerebbero facilmente, il pattino non può essere utilizzato col mare mosso e si deve far ricorso ad altri mezzi come le tavole da surf, il SUP o altri attrezzi, utilissimi nel salvamento (ne parleremo in un prossimo articolo). Come sa chiunque si occupi professionalmente di salvataggi, un assistente bagnanti ha a disposizione più mezzi di cui deve valutare nel caso specifico l’impiego. D’altra parte, anche l’assistente bagnanti che ha preso il brevetto in Liguria può andare a lavorare in altre regioni dove la capacità di condurre questo mezzo è richiesta come condizione di assunzione al lavoro e deve imparare a usarlo.
In sostanza, per concludere, non esiste un mezzo che può essere utilizzato ovunque, con qualsiasi tempo, in qualsiasi situazione di mare. Il pattino però, anche se con qualche handicap come abbiamo indicato, vanta ancora numerosi vantaggi. Per tutte queste ragioni è previsto obbligatoriamente in tutti gli stabilimenti balneari e, per conseguire il brevetto di assistente bagnanti, l’esame di voga viene svolto quasi esclusivamente su di esso in tutta l’Italia.
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