È glaciale la freddezza con cui il governo di Giorgia Meloni ha disciplinato le gare delle concessioni balneari. Dopo avere promesso di escludere gli stabilimenti dalla direttiva Bolkestein (sono ancora freschi nella memoria i passionari interventi della leader di Fratelli d’Italia a difesa della categoria), l’esecutivo di centrodestra ha partorito una norma debole e pasticciata, che introduce una finta proroga fino al 2027 (a discrezione dei Comuni che potranno anche non usufruirne) e degli indennizzi inadeguati (basati solo sugli investimenti non ammortizzati degli ultimi cinque anni, un periodo in cui i concessionari non hanno investito proprio a causa della scadenza delle concessioni), per poi disciplinare le gare senza sufficienti riconoscimenti per chi ha sempre svolto questo lavoro. Non si pretendeva certo che quelle promesse fossero mantenute per intero, ma almeno si sperava che potessero servire per portare a casa qualche favoritismo in più. Invece, per il governo l’importante sembra solo avere creato le condizioni affinché la Commissione Ue possa chiudere la procedura di infrazione: «La collaborazione fra Roma e Bruxelles ha consentito di trovare un punto di equilibrio tra la necessità di aprire il mercato delle concessioni balneari e l’opportunità di tutelare le legittime aspettative degli attuali concessionari italiani. Abbiamo approvato un decreto che introduce disposizioni per risolvere definitivamente 16 procedure d’infrazione che la Commissione Ue ha aperto nei confronti dell’Italia», ha dichiarato il ministro agli affari europei Raffaele Fitto, artefice della mediazione e della riforma, grazie alla quale forse si è guadagnato il posto di commissario europeo. Non una parola di solidarietà nei confronti di migliaia di famiglie tradite ed espropriate, né da lui né da nessun altro esponente del governo.
Oltre al danno, c’è poi la beffa: la proroga al 2027 è stata raccontata dai media come l’ennesimo favore alla categoria, ma in realtà i balneari non l’hanno mai chiesta né la volevano. Il governo Meloni ha fatto tutto da solo, senza confrontarsi con le associazioni e con le Regioni. Che le proroghe non si possano più fare, lo sanno ormai anche i muri; perciò i balneari non hanno certo preteso questo allungamento temporale. Tutto si aspettavano, tranne che venisse disposto l’ennesimo rinvio. Tuttavia, non è detto che la questione sia finita qui. Innanzitutto perché la norma deve ancora passare al vaglio del Quirinale, che lo scorso anno aveva già espresso la sua contrarietà alle proroghe; e poi perché la Commissione Ue ha detto che attenderà l’effettiva applicazione della norma, prima di chiudere la procedura di infrazione: «L’adozione del decreto legge è un passo importante nella giusta direzione e speriamo di chiudere la procedura d’infrazione, ma lo faremo soltanto quando la legislazione italiana sarà pienamente in linea con il diritto Ue», ha detto ieri una portavoce. «Il governo ha preso una decisione importante, ora deve essere trasformata in realtà». In sostanza le gare devono essere concluse, e per farlo occorrerà attendere ancora tempo, poiché il governo si è preso fino al 31 marzo 2025 per emanare il decreto attuativo con i criteri sugli indennizzi. Prima di questo, i Comuni non possono procedere.
Che la Commissione europea non si opporrà alla proroga al 2027, lo certifica il beneplacito arrivato subito dopo l’approvazione del ddl. Ma come detto, per come è scritta la misura non è un rinvio automatico e generalizzato, bensì una facoltà dei sindaci. Bisognerà vedere quanti sfideranno il rischio di ricorsi al Tar e diffide dell’Agcm, dato che il Consiglio di Stato aveva imposto il termine tassativo del 31 dicembre 2023. Anche per questo, ha dell’incredibile l’appoggio della proroga da parte di Bruxelles, mentre fino all’altro ieri si è sempre opposta.
Per quanto riguarda i concessionari che hanno accolto con favore i due anni di tempo in più, c’è poco da festeggiare: non solo perché non sono scontati e rischiano di generare ulteriore caos, ma soprattutto perché significano solo due anni di agonia, sapendo che alla fine ci saranno le gare. Ma le più penalizzate sono le aziende fornitrici del settore, ovvero le circa cento imprese produttrici di lettini, ombrelloni, puliscispiaggia, cabine eccetera: si tratta di imprese altamente tipiche e specializzate, 100% italiane, che sono già in grave sofferenza per gli investimenti bloccati dal 2021 e che rischiano di non sopravvivere a un altro anno di fermo. A loro il governo dovrebbe pensare con degli interventi di sostegno, visto che le difficoltà sono causate dai rinvii della politica.
Ma questo sembra non importare al governo Meloni, interessato solo a intestarsi il risultato di avere avviato le gare sulle concessioni balneari, ben sapendo che la misura attira più consenso, rispetto alla difesa di una categoria malvista dall’opinione pubblica, a causa delle campagne di fango e disinformazione in corso da anni sui media generalisti. Tuttavia, nel disciplinare le gare, le forze di centrodestra sembrano essersi dimenticate degli impegni passati. Come se le promesse non contassero nulla; come se l’onore e la coerenza non fossero i valori di cui questo governo ha sempre fatto un vanto. Tuttavia un po’ di imbarazzo aleggia: gli esponenti delle opposizioni hanno attaccato il testo, mentre dai parlamentari di maggioranza è arrivato solo un imbarazzato silenzio, soprattutto da chi si è sempre esposto a favore dei balneari.
Senza che questa considerazione voglia avere un colore politico, si può dire che, in confronto al ddl Meloni-Fitto, la proposta di legge di Arlotti-Pizzolante era un paradiso. Si tratta della legge che nel 2016, durante il governo Gentiloni, stava per regolamentare le gare con criteri molto più favorevoli ai balneari rispetto a oggi. Allora la norma fu osteggiata da alcune forze politiche e associazioni, quelle che hanno continuato a credere nell’esclusione totale dalle gare, e che oggi si ritrovano con un pugno di mosche in mano e una colossale presa in giro da parte di chi si proclamava amico. Nemmeno si può contare sugli indennizzi, scritti molto peggio rispetto al passato; anche se su questi, la battaglia continuerà nel decreto attuativo da emanare entro marzo.
Resta il fatto che, con l’approvazione del ddl odierno, sembra compiersi il disegno iper-liberista europeo, quello che si nasconde dietro a bei concetti come “concorrenza”, che invece celano la svendita del patrimonio pubblico ai grandi capitali. Già, perché è questo ciò che accadrà, con la possibilità di presentare offerte al rialzo sugli indennizzi prevista dal ddl Meloni-Fitto. A poco serve elencare gli altri criteri sulle gare (assunzione di giovani lavoratori, progetti a favore di accessibilità e ambiente, eccetera), davanti al parametro economico che rappresenta un assist agli apparati finanziari. È vero, le gare sono inevitabili (su Mondo Balneare lo scriviamo da anni, prendendoci insulti da alcuni concessionari che hanno sempre negato la realtà; e ciò non significa che siamo d’accordo con le gare, bensì che siamo realisti e abbiamo sempre voluto tenere all’erta la categoria per prepararsi al peggio); ma si potevano senz’altro regolamentare meglio di così. A partire dal calcolo degli indennizzi sul valore aziendale, che sono un diritto degli attuali gestori. Perché le spiagge sono un bene pubblico e questo nessuno lo mette in discussione, ma le imprese che vi sorgono sopra sono private e hanno diritto a un riconoscimento economico totale, se vengono cedute a qualcun altro.
Dalle associazioni di categoria, per il momento, le dichiarazioni di contrarietà non mancano e alcuni si stanno già organizzando per qualche forma di protesta. E la battaglia continuerà anche in parlamento, con gli emendamenti che potranno proporre modifiche e col ddl che dovrà regolamentare il calcolo degli indennizzi. Ma siamo certi che i concessionari daranno filo da torcere anche nei tribunali, non appena le gare si avvieranno. Ciò significa che il settore sarà bloccato nel caos, per colpa di una legge scritta male che avrebbe potuta essere scritta meglio.
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