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Concessioni balneari: equivoci, verità e proposte per una soluzione

L'attuale settore garantisce ricchezza e servizi pubblici, ma ancora non è chiaro a politici, giornali e opinione pubblica

Visto il recente accanimento nei confronti del settore turistico balneare, è venuto il momento di chiarirsi le idee e di chiarirle ai nostri politici e all’opinione pubblica: il servizio di balneazione sulle nostre coste è un servizio di sostegno all’amministrazione pubblica e di assistenza ai turisti. Il concetto che i balneari facciano denaro sfruttando un bene demaniale non sta né in cielo né in terra: l’opera dei balneari non è altro che l’erogare servizi alla comunità (docce, acqua potabile, servizi igienici, sicurezza, giochi per bambini, sanificazioni anti-covid, pronto intervento sanitario, eccetera), che altrimenti dovrebbe erogare lo Stato aumentando le tasse. Sì, perché noi balneari, oltre al pagare il canone e i servizi, dobbiamo anche pagare tasse comunali e regionali, oltre a quelle nazionali.

Lo stabilimento balneare ha compiti diversissimi da quelli di un’attività cittadina: pulire le aree demaniali; erogare il servizio di sorveglianza per la sicurezza e il salvataggio in mare; provvedere, in caso di problemi, al primo intervento per la salute dei bagnanti; tenere pulite le spiagge fino alla battigia (non esistono gli spazzini del mare, pur essendo quello degli stabilimenti un suolo pubblico…); tutelare la sicurezza dei bagnanti verso eventuali male intenzionati. Ci sono poi i servizi di ristoro da offrire e la gratuità di servizi quali docce, wc, acqua potabile, giochi e parchetti per i bambini… Il tutto cercando di far quadrare il cerchio degli stipendi dei dipendenti, dei contributi da pagare, della manutenzione e del rinnovo delle attrezzature. Tutte queste attività nelle città sono svolte da vigili urbani, carabinieri, addetti alla spazzatura, centri ambulatoriali… e sulle spiagge verrebbero a costare molto di più se fossero fornite dallo Stato, con evidenti ricadute sulle tasse. Adesso, invece, si progetta di espropriare i concessionari a causa della direttiva europea Bolkestein!

Davvero si pensa di cacciarci così in malo modo e senza un motivo valido? Tanti sono coloro che hanno investito nelle attività balneari per assicurare un posto di lavoro per sé e per i propri figli, nell’inerzia dei nove governi che si sono alternati dal 2006 e che non sono riusciti a trovare una soluzione. E ora col decreto concorrenza si è arrivati a ipotizzare di indire le gare per mettere a bando le concessioni balneari italiane, in regime di proroga da decenni nonostante la direttiva Bolkestein.

Come uscirne? Noi ribadiamo che la soluzione vada ricercata dal parlamento italiano, ma sicuramente manca la volontà politica. Ecco perciò alcuni suggerimenti da chi di turismo balneare vive:

  • chiedere un incontro direttamente col presidente del consiglio Mario Draghi per illustrargli il disagio della categoria e per confermargli l’importanza del turismo balneare nell’economia italiana;
  • organizzare un incontro tra gli esponenti del governo competenti in materia di demanio marittimo e i rappresentanti delle associazioni balneari per chiedere il superamento della direttiva Bolkestein e nel frattempo il rinvio della sua applicazione;
  • definire un piano comune di sviluppo del turismo balneare e una soluzione condivisa di continuità per le nostre imprese e per i loro attuali conduttori.

Cari politici, amministratori dei beni dello Stato e ministri interessati al problema, è ora di risolvere questo pasticcio Bolkestein una volta per tutte, ricordando che il turismo balneare è una nostra ricchezza che dà lavoro a migliaia di persone, fa venire valanghe di turisti da tutto il mondo ed è un generatore di benessere per l’Italia. Quindi, che la vicenda Bolkestein non diventi una disfatta per noi balneari italiani, perché sarebbe una disfatta per tutto il nostro sistema turistico.

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Giuseppe Ricci

Presidente Itb Italia, associazione degli imprenditori turistici balneari con base a San Benedetto del Tronto.