Sicurezza

“Chi si tuffa con bandiera rossa e poi viene soccorso deve pagare”

La proposta provocatoria per dissuadere i tuffi irresponsabili dei turisti

Chi si tuffa da imprudente, paghi. Un po’ come quando si va in montagna e poi si chiede aiuto, perché ci si trova impreparati ad affrontare l’ambiente in cui ci si trova. È il ragionamento che arriva dalla Lega del Veneto dopo il caso del salvataggio dei sette giovani rimasti bloccati su un isolotto senza più riuscire ad arrivare riva per via di una piena del Piave a Fagarè di San Biagio di Callalta, nel trevigiano; e anche dopo che nel litorale di Sottomarina sono state salvate ben 15 persone in mare dagli assistenti bagnanti che li hanno soccorsi, e che erano entrate in acqua nonostante le condizioni meteo fossero da bandiera rossa. Questi episodi hanno spinto Marco Dolfin, consigliere regionale della Lega in Veneto, a dire che “non possiamo più assistere in silenzio a comportamenti sconsiderati in fiumi, lagune, specchi d’acqua e litorali, che mettono a rischio vite umane e gravano sui nostri sistemi di emergenza”.

Oltre a insistere sulla prevenzione e sugli appelli al senso di responsabilità, esattamente come si fa in montagna invitando a non andare sui sentieri con le infradito, Dolfin dice che “è necessario un intervento normativo deciso: dobbiamo avviare una riflessione seria sulla responsabilità individuale e sul principio ‘chi sbaglia paga’ la macchina dei soccorsi. Un segnale chiaro a chi si mette deliberatamente in pericolo”. Come in montagna, dove per i soccorsi eseguiti in determinate situazioni di difficoltà c’è da pagare una quota delle spese dell’intervento. Ma, appunto, non succede solo in montagna: “Ogni estate assistiamo a episodi di balneazione non autorizzata, tuffi in acque torbide, utilizzo improprio delle vie fluviali o delle aree protette della nostra regione e mancato rispetto della segnaletica e dei divieti”, segnala Dolfin. Delle imprudenze in acqua, però, “troppo spesso a pagare il conto, economico e operativo, sono i nostri servizi di soccorso e l’intera comunità”. Per cui, propone Dolfin, “è urgente, anzi urgentissimo avviare una campagna di sensibilizzazione mirata a 360 gradi, poiché non sono solo i giovani, ma anche gli adulti a commettere comportamenti imprudenti”. E in più serve “un intervento normativo deciso”.

La laguna, il litorale e i fiumi “non sono parchi giochi”, dice il consigliere. “Oltre al rischio umano, c’è il mancato rispetto delle regole; regole che servono proprio a tutelare le vite, sia di chi compie questi gesti sconsiderati sia di chi è costretto ad intervenire, come gli assistenti bagnanti o l’intero sistema di soccorso ed emergenze. E non sempre questi episodi, ahimè, hanno un lieto fine”.

È dall’inizio dell’estate che in Veneto si pone il problema degli imprudenti che cercano refrigerio nelle acque non sicure. Ad esempio, un mese fa la stessa Lega ha invocato “una recinzione per impedire l’accesso alla ‘spiaggetta della morte’, tristemente nota per la sua pericolosità”. Lì, in poco più di vent’anni, si sono verificati 10 annegamenti nello stesso punto ben delimitato, immediatamente a valle del ponte sul Brenta, in un’area che viene comunque frequentata da bagnanti, nonostante il divieto assoluto di balneazione e i cartelli ben visibili. Quel posto è considerato ad altissimo rischio per via delle pericolose correnti e della conformazione del fondale. “Vale la pena rischiare la vita per un bagno nel fiume?”, domandò allora il presidente del Veneto, Luca Zaia.

Lo stesso governatore ha definito “allucinante quanto sta accadendo lungo il Brenta a Campo San Martino”, dove “decine di persone ogni giorno ignorano i divieti di balneazione”. Eppure la gente ci va e sui social Zaia ha anche postato una foto che documenta la presenze. Ma lì, “il rischio di scivolare e farsi trascinare dalla corrente è alto. Evitate per favore l’ennesima tragedia”. Ma le tragedie ci sono state: un 16enne polesano è deceduto per aver tentato di salvare due bagnanti che si erano immersi in un canale vietato; nel trevigiano un 21enne ha perso la vita per un tuffo nel Piave durante una festa tra amici; lungo l’arenile di Jesolo il Comune ha lanciato una campagna per scongiurare i rischiosissimi tuffi dai pontili, che sono attracchi e non trampolini; a Campo San Martino ogni giorno “decine di persone” si tuffano nel Brenta dove è vietata la balneazione. Tanto che alla vigilia del primo weekend dell’estate Zaia tornò a dirlo: “Servono buonsenso, rispetto e responsabilità. Non dimentichiamocene perché è estate: nessuno è al di sopra delle regole, quando a rischio c’è la vita”. Quindi “responsabilità, perché se ti tuffi in modo e in luogo pericoloso metti a rischio la tua vita. Rispetto per le regole perché in caso contrario, come si è visto, diventi un problema anche per chi viene a salvarti. Evitate i tuffi dai pontili se è chiaro che sono rischiosi. Evitate la balneazione dove proibito. Evitate i tuffi nelle acque dei fiumi, che possono trascinare a fondo anche dove l’acqua è bassa”, esortò Zaia. Sul Brenta sono stati intensificati i controlli, poi è arrivato il caso dell’sos dal Piave (con nuovo appello di Zaia a evitare imprudenze rischiose) seguito dai soccorsi in mare. Ecco perché la Lega è tornata ad accendere i riflettori sul problema.

© Riproduzione Riservata

Clicca qui sotto e inizia a seguirci sulle nostre pagine social per rimanere aggiornato

Mondo Balneare

Dal 2010, il portale degli stabilimenti balneari italiani: notizie quotidiane, servizi gratuiti, eventi di settore e molto altro.
Follow Me: