Il 28 settembre il Ministero delle Infrastrutture parrebbe aver tenuto un altro confronto, forse l’ultimo, sul bando-tipo che regolerà le gare per le concessioni demaniali marittime. Il Coordinamento dei concessionari pertinenziali, sempre convocato fino a luglio, questa volta non è stato invitato: lo abbiamo appreso dalla stampa nazionale. Le cronache riferiscono che nell’ultima bozza resterebbe il punteggio extra per le strutture alberghiere con concessioni confinanti e la possibilità di offrire rialzi sul canone (con verosimili conseguenze d’inaudita gravità, che solo il tempo potrà certificare). Una cosa, invece, continua a mancare: il riconoscimento della categoria dei concessionari pertinenziali. Ma i problemi non si risolvono togliendo la sedia a chi li solleva.
Chi sono i pertinenziali? Non sono gestori di un tratto di spiaggia con ombrelloni e chioschi da smontare a fine stagione. Gestiscono edifici in muratura sul demanio marittimo, spesso costruiti con capitali privati e diventati per legge proprietà dello Stato. Sono, in altre parole, custodi a proprie spese di un patrimonio pubblico. Questa custodia ha un prezzo che nessun altro operatore del comparto sostiene. Il pertinenziale paga l’IMU ingentissima su un immobile che non è suo, ma dello Stato. Paga la TARI sull’intera superficie coperta e per tutto l’anno, anche se lavora pochi mesi. Deve eseguire, a pena di decadenza dalla concessione, la manutenzione ordinaria e straordinaria e ricostruire il fabbricato quando le mareggiate lo danneggiano. Versa un canone commisurato anche a superfici coperte e volumi.
Per una singola azienda parliamo di canoni sino a 100.000 euro e, anche oltre all’anno, contro importi medi anche inferiori a 3.000 per una concessione di sola area da attrezzare con ombrelloni e lettini; di IMU fino a 50.000 euro; di manutenzioni che possono superare i 150.000 euro annui. Negli anni dei canoni calcolati sui valori OMI, gli aumenti per i pertinenziali hanno superato in molti casi il 1.000%, e diverse aziende familiari si sono perse per strada a tarda età.
C’è un paradosso che va ribadito con chiarezza: per anni, quando il comparto balneare veniva accusato di pagare canoni irrisori a fronte di incassi importanti, si è risposto esibendo proprio i numeri dei pertinenziali: le somme ingenti di IMU su beni dello Stato, la TARI, i canoni esosi, le manutenzioni onerose. Insomma, la categoria è stata usata come scudo da tutti ma, quando si è trattato di scrivere le regole, è sparita dentro la media, forse perché considerarla avrebbe significato soprattutto esporre ad aumenti gran parte del comparto, rappresentato da concessionari di mere aree demaniali attrezzate con strutture amovibili. La categoria non è mai stata difesa né valorizzata nella sua diversità, pur sopportando un rischio d’impresa elevatissimo.
Il bando sa distinguere, ma non per i pertinenziali. Si obietta che il diritto europeo impedirebbe ogni differenziazione, ma lo smentisce lo stesso bando-tipo. Riconosce un punteggio agli alberghi confinanti in nome di una “infungibilità funzionale”. Premia lautamente chi acquista lettini e ombrelloni del concessionario uscente, per garantire la “continuità funzionale”. Tutela, cioè, la continuità dell’attrezzatura mobile e ignora quella dell’edificio.
Se si può riconoscere la specificità dell’albergo vicino, si deve riconoscere quella di chi gestisce un immobile dello Stato. Trattare allo stesso modo situazioni diverse, mentre se ne trattano diversamente altre, non è neutralità: è disparità di trattamento.
Il nodo più grave è l’indennizzo. La formula di legge rimborsa al concessionario uscente gli investimenti non ancora ammortizzati e un’equa remunerazione su quelli degli ultimi cinque anni. Applicata senza correttivi alla pertinenza, produce un’ingiustizia evidente: chi ha realizzato una struttura in muratura, o rifatto il tetto o consolidato l’edificio lo consegna al successore rinnovato, e riceve un rimborso calcolato come se l’opera fosse destinata a esaurirsi con la concessione. Invece resta allo Stato, che ne ricava un canone più alto, e al subentrante, che ne gode per anni.
Il quinquennio fotografa poi solo l’ultimo tratto di storie imprenditoriali spesso lunghe decenni, e premia chi ha investito ieri a scapito di chi ha custodito bene per trent’anni. Non si chiede che lo Stato paghi un edificio che già gli appartiene, ma che gli investimenti fatti, a beneficio del bene pubblico, siano misurati con criteri adeguati alla loro natura. Poche regole, tutte compatibili con la direttiva europea, che all’articolo 12 consente di tener conto nelle gare della salvaguardia del patrimonio culturale e di altri motivi imperativi di interesse generale.
Che i bandi dichiarino quando un lotto comprende una pertinenza. Che gli interventi sull’immobile demaniale siano riconosciuti come investimenti e ammortizzati sulla loro vita utile, non sulla durata del titolo. Che la remunerazione tenga conto del capitale immobilizzato e del rischio. Che per le pertinenze non si faccia un’asta al rialzo su un canone che è già di mercato ed esosissimo, oltre ad altri balzelli. Che l’esperienza nella conservazione di immobili pubblici sia valutata in gara, come oggi si valuta quella nella gestione di un lido. E che lo Stato, prima di mettere a gara questi beni, li conti: oggi nessuna banca dati pubblica dice quante e quali siano le pertinenze demaniali in Italia.
Il Coordinamento ha formalizzato queste proposte in una memoria rivolta al Ministro delle Infrastrutture. Il tempo per correggere il testo c’è ancora, ma è poco. Dopo, ogni lacuna del bando-tipo si propagherà a tutti i bandi comunali d’Italia, e le correzioni dovranno essere cercate davanti ai giudici, nazionali ed europei.
I pertinenziali sono una minoranza numericamente marginale rispetto al totale delle concessioni demaniali marittime. Proprio per questo, forse, non possono contare sulla forza dei numeri, ma solo su quella degli argomenti o, quando sono utili per resistere ad attacchi dell’opinione pubblica, forse a volte non proprio sbagliati….
Si chiede allo Stato e perché no, ad alcune associazioni di categoria, di smettere di usarne la diversità quando conviene e di negarla quando costa. Signor Ministro delle Infrastrutture, se questa è la realtà, non possiamo che prendere atto di una politica che sicuramente giusta non è, e soprattutto che, ad un certo punto, ha illuso con prediche di giustizia ed equità.
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