Sib-Confcommercio

Balneari ed elezioni: le richieste del Sib alla politica

In vista del voto del 4 marzo, il sindacato di Confcommercio mette per iscritto sei punti da rivolgere al prossimo governo.

Durata trentennale per le attuali concessioni, riconoscimento del valore commerciale delle imprese, riforma dei canoni con l’abrogazione dei valori Omi, reintepretazione dei concetti di “facile/difficle rimozione” delle strutture per evitare gli incameramenti, apertura annuale delle spiagge e adeguamento dell’Iva al 10% come per le altre imprese turistiche. Sono le nuove richieste del Sindacato italiano balneari – Confcommercio, rivolte a tutte le forze politiche in questi giorni di campagna elettorale, per sollecitare una riforma definitiva delle concessioni demaniali marittime al prossimo governo, di qualsiasi colore sarà.

Redatte lo scorso venerdì, le cinque pagine di documento firmate dal Sib-Confcommercio sottolineano l’urgenza di risolvere il vuoto normativo in cui si trovano le migliaia di stabilimenti balneari italiani, in seguito al recepimento della direttiva europea Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi che – sostiene il sindacato – solo in Italia vuole essere applicata in maniera restrittiva, mentre «altri Paesi europei nostri competitori si sono dotati di leggi che hanno dato stabilità e slancio alle attività balneari».

«È ormai ampiamente condiviso che il turismo italiano costituisce un settore fondamentale per l’economia nazionale», esordisce il Sib, citando un peso complessivo dell’11% sul Pil e del 13,5% sull’occupazione. Eppure, «contrasta con questi rilievi il colpevole ritardo delle nostre istituzioni nell’affrontare e risolvere la grave situazione di profondo malessere del settore per un superato assetto normativo causa di contenzioso e di stallo negli investimenti e nell’innovazione. Sono trascorsi ben tredici anni dalle prime avvisaglie giurisprudenziali (sentenza del Consiglio di Stato n. 168 del 25 gennaio 2005) e otto anni (D.L. 30 dicembre 2009 n. 194) dalla formale abrogazione della norma che costituiva la fonte di stabilità nel tempo per queste imprese» (il cosiddetto “diritto di insistenza” o “rinnovo automatico”); «abrogazione che ha avviato un lungo periodo di precarietà e che ha causato il quasi totale blocco degli investimenti».

pouf Pomodone

La rabbia del Sib-Confcommercio è anche per l’impugnazione di tutte le leggi regionali che avevano tentato di colmare il vuoto nazionale: «Non possiamo non rimarcare con amarezza e preoccupazione che in tutti questi anni i vari governi che si sono succeduti (ben cinque!) non solo non hanno risolto il problema ma, nel contempo, hanno impugnato davanti alla Corte costituzionale tutte le leggi regionali (Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Abruzzo, Veneto, Marche, Liguria) che hanno tentato di proteggere i concessionari».

Tutto ciò implica, secondo il Sindacato italiano balneari, l’immediata e urgente revisione della normativa sulle concessioni demaniali marittime, disciplinata dall’ormai obsoleto Codice della navigazione del 1942. E «in tale riordino è di particolare centralità la salvaguardia delle aziende attualmente operanti nel rispetto di due principi giuridici e di giustizia tanto elementari quanto fondamentali proprio del diritto europeo: in primo luogo la tutela della certezza del diritto e della buona fede di chi ha confidato in un assetto normativo e amministrativo previgente, il cosiddetto “legittimo affidamento” che rischia di essere gravemente leso e offeso se non viene trovato il corretto e giusto rimedio»; e in secondo luogo «il diritto sulla proprietà della propria azienda costituzionalmente e comunitariamente tutelato».

D’altronde, sottolinea il Sib, «è miope e sbagliato pensare all’Europa solo come concorrenza e non anche come tutela della certezza del diritto e di salvaguardia della proprietà aziendale», ed «è inaccettabile che in Spagna le concessioni siano state prorogate di 45 anni e in Portogallo abbiano una durata di 75 anni (per non parlare della Croazia dove hanno una durata di 99 anni) mentre da noi debbano avere una durata di sei anni».

Per questo, il Sindacato italiano balneari fa proprie le richieste «che peraltro sono ampiamente contenute nello studio per la Commissione UE petizioni “Concessioni balneari in Italia e direttiva 2006/123/EC nel contesto europeo”», e che il documento del Sib riassume così:

  1. Una diversa più lunga durata delle concessioni demaniali marittime ad uso turistico ricreativo (nel minimo pari almeno a 30 anni) al fine di salvaguardare la peculiare caratteristica di gestione familiare della balneazione italiana attraverso la preminenza del fattore “lavoro” su quello del “capitale investito”. Tale nuova durata, in ossequio ai principi costituzionali di eguaglianza e parità di trattamento e nel rispetto del principio del legittimo affidamento, dovrà essere assicurata, anche alle imprese attualmente operanti, con modalità articolate e differenziate così come riconosciuto e declinato dalla sentenza della CGUE del 14 luglio 2016 Promoimpresa;
  2. riconoscimento del valore commerciale dell’azienda balneare da trasformarsi in ristoro a favore del concessionario nel caso di una cessione coattiva in favore di terzi così come già riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico, non solo regionale ma anche nazionale, e così come e comunitariamente doveroso a seguito della sentenza della CGUE del 28 gennaio 2016 “Laezza” […];
  3. la modifica dei criteri di determinazione dei canoni demaniali marittimi ex art 1, comma 251, legge 27 dicembre 2006, n. 296 che li renda ragionevoli, equi e sostenibili partendo dall’abrogazione dei valori OMI per i beni pertinenziali;
  4. una interpretazione definitiva e moderna al concetto di facile e difficile rimozione così da evitare che le iniziative di incameramento – comunque e a qualsiasi costo in corso da parte di varie Agenzie del Demanio in spregio alla sentenza del CdS n.626/2013 che ne impone l’esecuzione solo allo spirare della concessione e non al rinnovo – esasperino ulteriormente una situazione già di per sé pesante, con il rischio di dare corso ad un vasto e capillare contenzioso;
  5. il superamento della stagionalità nel mantenimento delle opere e delle attrezzature balneari per un utilizzo maggiore e per tutto l’anno della risorsa spiaggia e per evitare il conflitto istituzionale fra Regioni e Sovrintendenze;
  6. revisione e armonizzazione fiscale per le imprese balneari che parta dalla modifica del loro codice ATECO che attualmente non le inserisce nel Turismo, alla conseguente revisione dell’aliquota IVA (oggi al 22% per i servizi balneari) e anche alla luce della nuova direttiva comunitaria adeguandola a quella stabilita per tutte le imprese turistiche (10%), nonché a una definizione coerente e omogenea a livello nazionale delle imposte locali (TARI e IMU).

«La mancata adozione dei provvedimenti sopra menzionati – minaccia in conclusione il Sib-Confcommercio – potrebbe pregiudicare definitivamente e irrimediabilmente, non solo qualsiasi prospettiva di crescita turistica del Paese, ma persino il mantenimento degli attuali livelli occupazionali e di mercato garantiti dai servizi di qualità e di eccellenza sin qui forniti. Alla luce di queste considerazioni, riteniamo indispensabile una decisa scelta politica e un preciso impegno da parte delle forze politiche che saranno protagoniste nel prossimo parlamento e governo a tutela delle imprese turistico-ricreative esistenti e a difesa della balneazione attrezzata italiana quale irrinunciabile fattore di qualità e di vantaggio competitivo nel mercato turistico internazionale del prodotto “mare”, superando gli ostacoli normativi e burocratici che impediscono gli investimenti per il suo ulteriore sviluppo».

Il documento integrale redatto dal Sib è scaricabile cliccando qui (.pdf, 5 pagine, 150 kb).

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