Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata alla nostra redazione da Tiziano, bagnino di salvataggio a Marina di Bibbona (Livorno). Riteniamo sia un contributo che merita attenzione perché, nella sua semplicità, offre la prospettiva diretta di chi vive la spiaggia tutti i giorni.
Io sono Tiziano, ho 39 anni e faccio il bagnino. Non sono un avvocato e non voglio parlare come un giurista, però lavoro sulla spiaggia e questa situazione la vivo da vicino: per questo penso di avere il diritto di farmi qualche domanda.
Da anni ci sentiamo dire che le concessioni balneari devono andare a gara perché le spiagge sono una risorsa “scarsa”. E allora io, da bagnino, mi chiedo una cosa molto semplice: ma questa scarsità è stata davvero verificata fino in fondo? Perché se da questa parola dipende il futuro di un intero settore, fatto di famiglie, lavoratori e piccole imprese che da anni investono e lavorano sulla costa, credo che non dovrebbe essere una cosa data per scontata.
Prima di decidere il destino di migliaia di persone, secondo me sarebbe giusto sapere esattamente quanta costa è realmente disponibile, quanta può essere utilizzata per la balneazione e quanta invece è occupata da porti, aree protette, zone non accessibili o comunque non utilizzabili. Non sto dicendo che le gare non debbano esserci, non sto dicendo che i balneari debbano avere un diritto eterno sulla spiaggia; sto dicendo un’altra cosa: prima di cambiare completamente le regole del gioco, bisogna essere sicuri delle ragioni per cui lo si fa.
Perché dietro una concessione non ci sono solo numeri e carte, ci siamo noi. Ci sono persone che si alzano presto la mattina, che fanno il salvataggio, che controllano il mare, che puliscono, che sistemano le attrezzature, che lavorano d’estate con caldo, vento e giornate difficili. Ci sono famiglie che hanno costruito il proprio lavoro intorno a queste attività e ci sono anche tanti ragazzi e tanti lavoratori stagionali che da questo settore ricavano il proprio reddito.
Io sono un bagnino e so bene che cosa significa lavorare sulla spiaggia, per questo faccio fatica ad accettare l’idea che tutto possa essere messo in discussione senza che prima ci sia una risposta chiara a una domanda fondamentale: le condizioni che rendono obbligatoria la gara sono state davvero dimostrate?
E poi c’è un’altra cosa che non riesco a comprendere: se una persona perde la propria attività dopo averci investito per anni, dopo aver speso soldi, fatto lavori, comprato attrezzature e dedicato una vita a quel lavoro, cosa succede? Perché si parla tanto della gara e della concorrenza, ma molto meno di quello che dovrebbe succedere a chi quella gara la perde.
Io non sono contrario alla concorrenza. Sono contrario, però, all’idea che una persona possa perdere il lavoro costruito in una vita e non sapere con certezza quali saranno le conseguenze economiche. Se cambiano le regole, devono essere chiare per tutti e devono essere giuste anche per chi esce.
Io non chiedo privilegi. Non chiedo di avere la concessione per sempre. Chiedo semplicemente che, prima di prendere decisioni che cambiano la vita di un intero settore, si facciano tutte le verifiche necessarie. Perché una cosa è dire: “La risorsa è scarsa e quindi bisogna fare le gare”. Un’altra cosa è dire: “Non è stato dimostrato che la risorsa non sia scarsa”. Per me, da semplice bagnino, non è la stessa cosa e credo che sia una domanda che vale la pena porsi.
Perché quando si parla di spiagge, alla fine, non si parla soltanto di demanio, concorrenza e concessioni: si parla di persone che percepiscono degli stipendi, sui quali hanno fatto dei conti per pagarci l’affitto o il mutuo di casa, i libri per i figli, il finanziamento per cambiare l’auto e la spesa di tutti i giorni per vivere. E allora penso che sarebbe il caso di pensarci bene, perché è del futuro di tutte queste persone che state decidendo.
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