Nei mesi scorsi si sono verificati in piscina due tragici episodi di annegamenti di bambini che hanno rivelato all’opinione pubblica il problema di certi impianti, malmessi e trasandati. I due episodi sono stati provocati da una presa di fondo che, non a norma o difettosa, ha risucchiato i bambini sott’acqua annegandoli senza scampo. Questo tipo di incidente drammatico, pur facendo molto scalpore nell’opinione pubblica, è abbastanza raro e provoca, in media, una vittima l’anno. Non ho con questo l’intenzione di minimizzarne l’importanza. In Italia avvengono nelle piscine circa 25 annegamenti annui, più della metà dei quali riguardano bambini che hanno meno di 12 anni. Sono per lo più episodi che, pur presentando una meccanica diversa da quella dell’incidente provocato dal “bocchettone”, sono altrettanto drammatici, e spesso gridano vendetta. Nelle piscine infatti si annega, il rischio sicuramente più temibile. Gli incidenti di annegamento provocati dal funzionamento imperfetto di un impianto sono rari. Dovuti ad una presa di fondo difettosa, sono però un fenomeno spia della vera causa: l’incompetenza e la superficialità dei responsabili di piscina.
Sono comparsi in questi giorni anche due rapporti sugli annegamenti nelle piscine, uno dell’Istituto Superiore di Sanità e uno di Federalberghi, che, per l’impianto descrittivo, non sono in grado di identificare né le cause effettive degli annegamenti né la responsabilità delle istituzioni preposte. Inoltre, un disegno di legge del Governo – di cui è senza dubbio meritoria l’iniziativa – non sembra prendere, secondo me, nella considerazione dovuta la gravità della situazione ripetendo invece, con poche varianti e qualche novità di scarsa importanza, la falsariga di una normativa regionale che negli ultimi vent’anni si è dimostrata incapace di arginare questa tendenza.
Alla direzione della Società Nazionale di Salvamento (Genova), ho analizzato gli episodi di annegamento accaduti in Italia (circa 300 l’anno) e ho elaborato i dati relativi agli anni 2016 – 2021 differenziando quelli avvenuti sulle spiagge, nelle acque interne (fiumi e laghi) e nelle piscine. I resoconti degli incidenti nei primi due corpi idrici sono stati pubblicati in un rapporto ISTISAN 23/15 dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione: primo rapporto (a cura di F. Ferrara, E. Funari, D. G. Pezzini). Quello sulle piscine non è ancora stato pubblicato (i dati saranno comunque inseriti in un mio libro di prossima pubblicazione, Sociologia dell’annegamento). Nella prima parte di questo articolo mi riferirò quindi ai miei dati che, se un po’ più vecchi, li reputo più attendibili di quelli pubblicati oggi da altre fonti. Qui espongo soltanto un riassunto sugli aspetti più importanti del problema (che, in parte, ho già pubblicato con Francesco Bianchi su Mondo Balneare nel 2025). Nella seconda parte dell’articolo (che seguirà a breve, sempre su questa rivista) evidenzio invece alcune osservazioni e molte perplessità sollevate dal disegno di legge attualmente in discussione al governo.
In Italia annegano circa 370 persone l’anno, di cui 270 in media durante la balneazione, un’attività ricreativa in cui si entra in acqua per gioco o divertimento, per il semplice piacere di farlo: quando si va a fare il bagno o a nuotare. Gli episodi che accadono durante la balneazione devono essere tenuti ben distinti da quelli accaduti in altri contesti (il “contesto” indica un tipo di attività nella quale l’incidente di annegamento è ricorrente e tipico). La meccanica degli incidenti richiede una diversa spiegazione: le cause, come dovrebbe essere ovvio, sono diverse. L’incidente dei tre ragazzi che sono affogati nel Canale Villoresi, domenica 21 giugno scorso – perché il loro SUV è sbandato in una curva per la velocità eccessiva – appartiene al contesto della circolazione stradale che presenta episodi di annegamento che, come questo, non sono assimilabili a quelli di chi entra nel fiume per fare il bagno o nuotare, così come quelli che accadono d’inverno per l’esondazione di un fiume o un torrente non hanno nulla a che vedere con gli annegamenti estivi degli immigrati che si riversano sulle sponde di un fiume come fosse una spiaggia marina. Gli annegamenti che avvengono in un corpo idrico devono essere distinti secondo il contesto di riferimento. E’ una caratteristica dei paesi ricchi, ad alto reddito come l’Italia, che la maggior parte degli annegamenti (misurabili in poche centinaia) avvenga durante la balneazione, mentre nei paesi a basso reddito (come nell’Africa equatoriale o nel Sud Est asiatico) il grosso degli annegamenti (misurabili in migliaia) avviene nelle attività quotidiane, nella vita di tutti i giorni. Delle 270 vittime annegate in Italia durante la balneazione, quelle in mare (sulle spiagge) sono il 58%, nelle acque interne (fiumi e laghi) il 32%, nelle piscine il 9% (grafico 1).

Nella letteratura scientifica la questione della sicurezza balneare delle piscine è affrontata, con poche eccezioni, molto superficialmente e quasi tutta l’attenzione è dedicata alla gestione dell’acqua come se l’unico o il più grande pericolo presente sia quello di contrarre verruche, dermatiti o una malattia esantematica. In gran parte ciò è dovuto anche ad un atteggiamento degli “esperti” che, per lo più chimici o biologi di professione, non hanno né una formazione giuridica né una competenza in materia di sicurezza balneare per affrontare la questione “annegamento”. Nelle piscine infatti si annega, il rischio sicuramente più temibile, e di questo ci occuperemo nell’articolo. Scopriremo facilmente che la questione della sicurezza balneare non concerne, come è ovvio, il funzionamento dell’impianto per la purificazione dell’acqua, ma quasi esclusivamente la conduzione della piscina. Non è il trattamento dell’acqua ma la gestione dei bagnanti il punto critico. Il pericolo più grande è la cattiva, superficiale organizzazione gestionale.
Il grafico qui sotto (grafico 2) indica il numero delle vittime (annegate) nelle piscine nei 6 anni 2016 – 2021. Nei fenomeni sociali la differenza tra un anno e l’altro – se non interviene, come nel 2020, l’anno del covid, “un cigno nero” – non è mai molto grande. Prendendo in considerazione una spanna di 6 anni si ottengono medie e altri indicatori statistici che descrivono bene l’andamento e offrono un quadro realistico del mondo. I dati 2016 – 2021 non evidenziano una tendenza a crescere o a ridursi e possiamo pensare quindi che nemmeno oggi (2026) vi siano stati cambiamenti eclatanti ma rientrino in un campo di variazione compreso tra 19 e 31 (escludendo il dato del 2020).

L’Accordo o Atto di Intesa 2003 tra lo Stato e le Regioni e le province autonome di Trento e Bolzano è una fonte giuridica importante da cui partire per comprendere l’attuale quadro normativo. Fissa i principi base e definisce i parametri igienico ambientali a tutela della salute pubblica per tutto il territorio nazionale. Purtroppo, la regolamentazione effettiva è stata demandata alla legislazione regionale: l’Accordo 2003, infatti, non ha forza di legge. La classificazione delle piscine prevista dall’Atto riveste comunque un’importanza particolare perché, identificando il tipo di piscina, combinato con quanto disposto dalla legislazione di una regione particolare, si può capire quali siano le modalità gestionali cui si è tenuti (se, per esempio, la presenza di un assistente bagnante sia obbligatoria o, se non obbligatoria, come e con che poterlo sostituire, ecc., argomenti cruciali per la questione di cui ci stiamo occupando). Come vedremo poi, i tipi di piscina sono diversamente correlati agli episodi di annegamento e potremo concludere che alcune piscine sono più pericolose, o meno sicure, di altre.
Per evitare una terminologia di stampo burocratico, opaca e poco comprensibile, utilizzeremo tuttavia le seguenti dizioni per indicarle:
- piscine aperte al pubblico di proprietà pubblica o privata: chi vi accede paga l’ingresso, un abbonamento o una quota associativa unicamente per accedere alla vasca;
- turistiche (piscine ad uso collettivo) cui accedono solo gli avventori (ospiti, clienti, soci) della struttura recettiva di cui fanno parte (hotel, agriturismi, bed & breakfast, ecc., ivi comprese le piscine demaniali degli stabilimenti balneari);
- piscine domestiche, pertinenza di una abitazione privata;
- parchi acquatici, complessi attrezzati destinati al gioco acquatico.
Le piscine condominiali, quelle termali o curative, nonché le piscine comunali coperte (utilizzate per lo più nella stagione “invernale”, in genere da ottobre a maggio) verranno complessivamente indicate nei grafici seguenti come “altro” perché il numero delle vittime è così esiguo da essere in pratica statisticamente irrilevante. Ciò non significa, d’altra parte, che da esse non vengano – e proprio per questo motivo – informazioni importanti. Le piscine aperte al pubblico indicate sopra designano quegli impianti di proprietà pubblica o privata che l’estate svolgono attività all’aperto con una impostazione tipicamente commerciale (affittano ombrelloni o lettini sul bordovasca) e costituiscono in molte zone un’alternativa alla spiaggia e agli stabilimenti balneari. Anche se di proprietà pubblica, devono essere tenute distinte dalle piscine comunali coperte (che presentano una vasca divisa in corsie assegnate ad associazioni diverse, con qualche spazio per il nuoto libero), per lo più attive solo nei mesi non estivi.
Lo scopo della classificazione è di guidarci verso meccanismi e scenari di incidenti di annegamento tipici di ciascuna classe. Il tipo di piscina – per le caratteristiche tecniche e gestionali possedute – fornisce infatti una parte importante della spiegazione, del perché le persone vi annegano. Ciascun tipo di piscina presenta un proprio rischio specifico. Non è soltanto un impianto natatorio fatto di acqua e calcestruzzo, ma un microcosmo sociale in cui interagiscono attori con ruoli e atteggiamenti diversi da quelli dei contesti esaminati in altri corpi idrici. Questa è la ragione per cui dobbiamo distinguere tra i tipi di piscina – ambienti fortemente differenziati tra loro da un punto di vista comportamentale e diversamente regolamentati – per afferrare e comprendere i meccanismi causali capaci di provocare incidenti di annegamento.
Il grafico 3 indica la distribuzione dei casi di annegamento nei vari tipi di piscina:

I due grafici seguenti (4 e 5), che illustrano in forma diversa la stessa distribuzione, ci rivelano che il grosso delle vittime, tra il 53 e il 55%, sono bambini della classe di età compresa tra 18 mesi e 12 anni. Il bambino piccolo che annega (il 37% delle vittime ha meno di 4 anni) è un bambino che, sfuggito all’attenzione dei genitori, cade in acqua senza che nessuno se ne accorga e, per farlo, deve essere in grado di camminare abbastanza speditamente. Bambini più piccoli, annegati in piscina, non ci interessano (interessano invece la Procura della repubblica). Bambini più grandi, ma “non nuotatori”, annegano anche perché, giocando, finiscono nell’acqua fonda di vasche che presentano un fondale inclinato o un pozzetto per i tuffi. La forma della piscina e la pendenza del fondale sono una parte importante della spiegazione. Gli annegamenti si interrompono poi bruscamente all’età di 12 anni. La spiegazione di questo fatto va cercata in un dato culturale della nostra società, e una conferma possiamo trovarla nei dati relativi agli altri corpi acquatici esaminati. Nelle classi di età relativi agli annegamenti in mare o nei fiumi, gli annegamenti cominciano ad addensarsi proprio a cominciare dai 13 anni in su. Il bambino, a 13 anni, diventa “adolescente”, un “teen-ager” (come efficacemente viene riflesso dalla lingua inglese). In “età da terza media” – nell’estate che la precede – gli viene accordata dalla famiglia quella libertà che prima non gli veniva concessa e comincia ad andare in giro da solo. Una norma culturale riflessa anche dalla normativa regionale: nelle piscine infatti non si può accedere, se non accompagnati da un adulto, fino a 12 anni (con l’eccezione della Regione Toscana che indica in 14 anni il limite). Una volta acquistata la libertà, però, non va più in piscina sotto la tutela di mamme o papà o dei nonni ma, quasi sempre con un gruppo di coetanei, va al mare, o nei fiumi, a fare il bagno, spesso ad insaputa degli stessi genitori. Non annega più nelle piscine, ma in altri corpi idrici che presentano pericoli ben diversi. Il numero molto ridotto dei bambini piccoli che annegano in mare (come vedremo) dipende invece dal fatto che il mare viene considerato dai genitori un ambiente molto più pericoloso della piscina e porgono ai propri figli un’attenzione molto maggiore.

La classe successiva – dai 13 ai 19 anni – è in forte calo, ma conserva una certa significatività. Una voce importante qui è probabilmente quella della epilessia (che mette lo zampino, purtroppo, in molti episodi di annegamento di adolescenti), ma non abbiamo dati in grado di confermare l’ipotesi o di quantificarla data la reticenza che circonda questa malattia e la difficoltà di recuperare informazioni (sappiamo d’altra parte, da associazioni contro l’epilessia, che un ragazzo epilettico presenta una probabilità di annegare venti volte più grande di un ragazzo sano). Probabilmente – questa è l’ipotesi – il ragazzino che ne è affetto continua a frequentare la piscina, anche dopo i 12 anni, perché si sente più sicuro o protetto in un corpo idrico circoscritto, non soggetto a quei pericoli tipici delle acque aperte.
Le classi successive dai 20 ai 59 anni (che, nel grafico 4, sono raggruppate) presentano un plateau che rivela l’assenza di cause sistematiche capaci di differenziarle e le vittime riprendono a salire solo con i 60 anni (Grafico 5). Il numero accentuato degli ultrasessantenni che annegano oggi è un fenomeno diffuso in tutti corpi idrici. Sono incidenti legati indubbiamente alla loro fragilità specifica, ma sono motivi di carattere demografico ed economico a produrli. Gli anziani, ultrasessantacinquenni, sono il 22% della popolazione italiana (più numerosi degli under 14, un dato demografico a dir poco allarmante). Anche in pensione, continuano la loro vita andando in vacanza sulle spiagge o a nuotare in piscina. Ce ne siamo occupati in un articolo passato su questa rivista e non ci torneremo sopra (L’annegamento degli anziani sulle spiagge italiane, Mondo Balneare, 13 gennaio 2026). Le due classi di età critiche (18 mesi – 12 anni; >60;) rivelano che gli annegamenti tipici delle piscine sono quelli di bambini non-nuotatori o di anziani colpiti da un malore o preda di un piccolo mancamento in acqua. Rivelano anche che il problema dell’annegamento nelle piscine sia un problema “attentivo”. Bambini (e, in subordine, anziani) annegano perché nessuno se ne accorge. Dovremo tenere bene a mente questo aspetto dell’annegamento nelle piscine nel prosieguo dell’analisi.

Le classi di età sono un utile strumento concettuale per evidenziare e capire ciò che accade in molti contesti sociali, ma devono essere improntate alla realtà da rappresentare. Ben calibrate, possono fotografare il mondo individuando e spiegando “le svolte” (evidenziate dalla ripidità improvvisa di una curva di regressione) prodotte da variabili sociali, culturali, demografiche o politiche. A tredici anni crollano gli annegamenti, a sessanta riprendono lena. L’annegamento è un fenomeno sociologico. Sono variabili sociali, culturali, demografiche che, in ultima analisi, spiegano l’andamento di un processo storico che evolve nel tempo. Devono essere presi in considerazione anche i rapporti di forza tra i gruppi sociali che, portatori di interessi diversi, intervengono nel processo politico. La legislazione riflette le pressioni che i vari stakeholder, agendo come gruppi di interesse (lobbies), riescono ad esercitare sulla classe politica influenzandola, spesso distorcendo per il proprio tornaconto l’interesse pubblico. Lo studio scientifico del mondo sociale – anche dell’annegamento, come fenomeno sociologico – passa attraverso considerazioni di questo genere. Credere di poter spiegare qualcosa fermandosi al computo descrittivo dei morti è solo una ingenuità disarmante.
Il grafico 6 indica in quale tipo di piscina si verificano gli incidenti in cui sono vittime bambini:

Quello seguente (grafico 7) ci dà invece le percentuali dei bambini (18 mesi – 12 anni) che annegano complessivamente nei vari corpi idrici. Su 100 bambini annegati, 23 annegano in mare, 14 nelle acque interne, 63 nelle piscine. Va da sé che, pur non essendo in grado di ponderare i dati, possiamo ipotizzare che i bambini che frequentano le spiagge siano di gran lunga più numerosi di quelli che, d’estate, vanno in piscina o a fare il bagno nei fiumi. Se ce n’era bisogno, ci dice che la piscina – il luogo più sicuro dove fare il bagno – è quello invece di gran lunga più pericoloso per questa classe di età.

In piscina si annega, ed indicarla come “luogo più sicuro in cui fare il bagno” non significa che una piscina sia esente da questo rischio, ma che i pericoli presenti possano essere posti facilmente sotto controllo. Non vi sono quei rischi legati ad un ambiente esposto a forze naturali (onde, correnti, vento); delimitata e circoscritta, si presta ad essere sorvegliata facilmente anche con un numero esiguo di assistenti bagnanti; il fondo ha una forma regolare e l’acqua limpida permette di poterlo controllare integralmente. Un impianto messo “a norma”, con un piano di sicurezza ben fatto può escludere, quasi del tutto, questo pericolo (salvo “il caso fortuito”, nel senso giuridico del termine: quel fatto che esula dal rischio tipico di un’attività e di fronte al quale non c’è nulla da fare). Come abbiamo accennato, la fonte più grande di rischio in una piscina è infatti l’assenza o la scarsa qualità del controllo per la leggerezza con la quale viene talora gestita da responsabili improvvisati. Vogliamo sottolineare ancora che il problema degli annegamenti, legato soprattutto a quello dei bambini “non-nuotatori”, è di natura attentiva e che il pericolo più grande è una gestione maldestra della sorveglianza: del controllo che il gestore di una piscina, custode di una cosa pericolosa – ha creato un pericolo del quale è responsabile (e dal quale trae un vantaggio economico) – dovrebbe assicurare alle persone che sono sotto la sua garanzia.
La piscina, a ragione, non incute il timore che incute il mare o il fiume. I frequentatori adulti, però, sottovalutano facilmente la fragilità dei bambini non-nuotatori, esposti ad un pericolo mortale. Il concetto di fragilità è la chiave interpretativa del rischio legato a qualsiasi corpo idrico. Indica il fatto che un gruppo sociale – nelle piscine i bambini, gli anziani oggi in mare, gli immigrati nei fiumi – sia particolarmente sensibile ad un pericolo, laddove gli altri gruppi ne sono immuni. Il pericolo, in pratica l’unico o quasi, delle piscine è la profondità dell’acqua. Ciò provoca una sottovalutazione del rischio da parte della massa degli utenti adulti e, purtroppo, nel nostro caso, di gestori spesso improvvisati, che può rivelarsi letale per la supponenza e la superficialità dei loro atteggiamenti.
Il rischio di annegare in una piscina è sottovalutato: non dalle vittime però che, come accade in mare o nei fiumi, sottovalutano o ignorano l’esistenza di grossi pericoli, ma dagli adulti responsabili di vittime innocenti. Molte persone non si rendono conto del pericolo mortale che hanno attivato in casa propria o nella propria attività. Se si trattasse di una voragine aperta nel terreno sull’orlo di un precipizio, un pericolo non più temibile per un bambino non-nuotatore di una vasca piena d’acqua, si renderebbero immediatamente conto del pericolo che hanno creato. Caderci dentro, non visto, significa per il bambino che non sa nuotare morte certa. A differenza di una voragine, la piscina è invitante. L’acqua chiara, azzurrina, circondata da siepi e fiori, è l’ornamento di un fabbricato o di una abitazione. Il fatto che, unita alla sua attrazione seducente, non sia affatto pericolosa per adulti e persone che sanno nuotare alla bene meglio, induce a sottovalutare il pericolo mortale corso da quei bambini che ancora non sanno farlo.
Ci occuperemo, nella seconda parte dell’articolo, del disegno di legge attualmente in discussione al Governo.
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