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Spiagge, cambia la legge sulle aperture serali: ora decidono i sindaci

Oltre alla proroga di cinque anni, il decreto sviluppo ha reintrodotto la possibilità per i Comuni di regolamentare le feste negli stabilimenti balneari tramite ordinanze. La gestione del turismo è sempre più spostata verso gli enti locali, tanto da far sembrare alle Regioni "anacronistico e inopportuno" il ministero rappresentato da Gnudi.

di Alex Giuzio

Riguardo alle spiagge, il decreto sviluppo votato giovedì in Senato non conteneva solo una proroga di cinque anni delle concessioni demaniali. Un altro emendamento fatto approvare dal Pd è infatti riuscito a regolamentare, una volta per tutte, la questione delle aperture serali degli stabilimenti balneari per organizzare cene e feste.

Lo scorso anno, infatti, con la legge comunitaria il governo aveva abrogato la possibilità per i sindaci delle singole città costiere di regolare le feste serali in spiaggia tramite ordinanze, aprendo la possibilità agli operatori balneari di svolgere liberamente l’attività di ristorazione e discoteca senza alcun limite. Ma ora, con il decreto sviluppo, la pratica delle ordinanze è stata reinserita: alle Regioni è tornata la competenza di fissare i termini per le aperture serali, e ai Comuni la possibilità di recepire tali termini tramite ordinanze. Lo spiega Vidmer Mercatali, senatore Pd tra i principali promotori dell’emendamento: «Ci eravamo impegnati a cambiare la norma che impediva ai sindaci di regolare le aperture serali del proprio litorale, e lo abbiamo fatto. Era anticostituzionale privare Regioni e Comuni di legiferare sulle proprie spiagge, dato che ognuna ha caratteristiche differenti. Prima le ordinanze erano soggette a numerosi ricorsi, mentre dalla prossima stagione il primo cittadino di ogni città potrà liberamente regolare gli intrattenimenti della spiaggia».

D’ora in poi i titolari degli stabilimenti balneari, in caso il loro sindaco permetta le aperture serali, dovranno presentare un progetto contenente l’indicazione dell’area di pertinenza per gli intrattenimenti. Il decreto risolve in questo modo il problema della capienza: con la comunitaria era rimasta incerta la definizione dell’area da considerare passibile di verifica per il rispetto delle normative. Dalla prossima stagione, invece, la capienza varrà solo nei metri quadrati indicati dal progetto (articolo 34 quater, comma 6 bis: "i luoghi in cui si svolge l’attività di pubblico spettacolo o intrattenimento"), e le persone nella restante area demaniale non verranno conteggiate (escludendo, di fatto, la spiaggia "purché priva di recinzioni di qualsiasi tipo e di strutture specificatamente destinate allo stazionamento del pubblico per assistere agli spettacoli").

In questo modo, oltre a mettere fine all’incertezza normativa che ha caratterizzato questo tipo di attività in spiaggia nella passata stagione, i sindaci potranno decidere senza alcun impedimento non solo le serate di apertura degli stabilimenti balneari, ma anche le regole da far rispettare. In questo modo si potranno forse evitare i contenziosi che hanno caratterizzato alcune località marittime, divise tra gli operatori balneari e le altre attività turistiche come ristoranti e discoteche che si sentivano portare via la propria clientela. D’ora in poi spetterà invece alle giunte comunali essere in grado di garantire il giusto equilibrio.

Con questa nuova norma, il turismo si fa sempre più federale. Da tempo gli enti locali lamentano, infatti, una gestione troppo centralizzata di questo settore, che invece è composto da numerose realtà estremamente diverse tra di loro, e impossibili da regolare uniformemente da Roma senza commettere dannosi errori. Nella stessa direzione va un documento presentato ieri al ministro del turismo Piero Gnudi dalla conferenza delle Regioni, la quale si è espressa sul "Piano strategico del turismo" voluto da Gnudi e inserito nello stesso decreto sviluppo per avere, finalmente, canali di finanziamento europei per questo fondamentale comparto. Tuttavia le Regioni rivendicano una maggiore autonomia degli enti locali nel gestire l’economia turistica, definendo «anacronistico» il ministero del turismo. Così recita il documento firmato dal presidente della conferenza Vasco Errani: «È apprezzabile e condivisibile il metodo adottato, basato su un confronto aperto, per far riconoscere al turismo l’importanza che gli compete». Tuttavia «vanno definitivamente accantonate, in via pregiudiziale, le dispute in merito alle attribuzioni costituzionali con riferimento alla cosiddetta competenza esclusiva. La Conferenza, infatti, ritiene non utile, anche in termini di miglioramento dell’efficacia della governance del turismo, pensare ad una revisione del Titolo V della Costituzione che renda il turismo materia a legislazione concorrente tra Stato e Regioni, soprattutto in presenza di validi strumenti di concertazione Stato-Regioni cui far ricorso fin da subito». In questa fase, le Regioni ritengono «fuorviante condurre una discussione sulle competenze tra governo centrale e sistema regionale», e sono fortemente dubbiose della richiesta, avanzata nel Piano strategico del turismo, di avere un ministero con portafoglio. «L’idea di riportare in capo a un ministero la regolamentazione e l’incentivazione del settore – conclude la nota – è da ritenersi anacronistica e inopportuna».

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