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Proroga al 2020 in pericolo: deciderà la Corte UE

Una sentenza del Tar Lombardia dubita della compatibilità del provvedimento con la direttiva Bolkestein.

di Alex Giuzio

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È giunto un duro colpo per gli imprenditori balneari italiani. La proroga delle concessioni demaniali marittime dal 2015 al 2020, decisa dal governo Monti per avere più tempo per legiferare in materia, è stata messa in dubbio da un pronunciamento del Tar Lombardia, che rimette la questione in mano alla Corte di giustizia europea.

La sentenza n. 2401 del 26 settembre 2014 riguarda il demanio lacustre (in particolare, l’occupazione di un’area demaniale con chiosco sul Lago di Garda), ma costituisce una pericolosa minaccia anche per il demanio marittimo, poiché chiede un parere pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue. Il dubbio del Tar Lombardia è se la proroga delle concessioni al 31 dicembre del 2020 sia compatibile con la normativa comunitaria, avendo impedito di indire le evidenze pubbliche come prevederebbe la direttiva europea 2006/123/CE (conosciuta come "Bolkestein"). L’intervento della Corte di giustizia dell’Unione europea è stato chiesto proprio per risolvere la questione.

Il decreto legislativo 179/2012, con l’articolo 34-duodecies, ha portato fino al 31 dicembre 2020 le concessioni che scadevano il 31 dicembre 2012 (e che erano già state prorogate al 31 dicembre 2015). Questa misura, secondo i giudici milanesi, sottrae il demanio al confronto competitivo tra operatori, alterando la concorrenza, consolidando posizioni di monopolio e impedendo a nuovi aspiranti di prendere il posto dei vecchi gestori.

Questa l’allarmante domanda conclusiva della lunga e articolata sentenza, disponibile in versione integrale cliccando qui: «I principi della libertà di stabilimento, di non discriminazione e di tutela della concorrenza, di cui agli articoli 49, 56, e 106 del TFUE, nonché il canone di ragionevolezza in essi racchiuso, ostano ad una normativa nazionale che, per effetto di successivi interventi legislativi, determina la reiterata proroga del termine di scadenza di concessioni di beni del demanio marittimo, lacuale e fluviale di rilevanza economica, la cui durata viene incrementata per legge per almeno undici anni, così conservando in via esclusiva il diritto allo sfruttamento a fini economici del bene in capo al medesimo concessionario, nonostante l’intervenuta scadenza del termine di efficacia previsto dalla concessione già rilasciatagli, con conseguente preclusione per gli operatori economici interessati di ogni possibilità di ottenere l’assegnazione del bene all’esito di procedure ad evidenza pubblica?».

In seguito all’abrogazione del rinnovo automatico delle concessioni demaniali marittime, deciso dal governo Monti per uscire dalla procedura di infrazione europea, le concessioni sarebbero scadute il 31 dicembre 2015, ma lo stesso governo le ha prorogate al 31 dicembre 2020 per avere un margine più ampio per legiferare su questa materia complessa. In realtà, tre governi si sono succeduti da allora, senza che nessuno sia riuscito a risolvere il problema che riguarda 30.000 piccole imprese italiane, le quali hanno effettuato notevoli investimenti sulla base di un contratto con lo Stato che assicurava l’eternità della concessione.

La pronuncia del Tar di Milano non annulla la proroga delle concessioni, ma rende ancora più preoccupante il problema, e proprio a pochi giorni dal termine del 15 ottobre 2014, che il governo Renzi si è auto-imposto per riordinare i canoni demaniali marittimi e la normativa in merito.

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