Attualità Federbalneari

Papagni (Federbalneari): ”Il futuro delle spiagge è a doppio binario”

''L'evidenza pubblica non può essere un problema, se la riforma del governo tutelerà il valore d'impresa'', dice il presidente dell'associazione con cui prosegue il nostro ciclo di interviste.

Quinto appuntamento con le nostre interviste di agosto ai presidenti nazionali delle associazioni balneari. Oggi è il turno di Renato Papagni, presidente Federbalneari Italia (nella foto).
Abbiamo sottoposto cinque domande uguali per tutti, al fine di confrontare le posizioni e fare il punto della situazione. Queste sono le precedenti uscite: Vincenzo Lardinelli di Fiba-Confesercenti (leggi »), Cristiano Tomei di Cna Balneatori (leggi »), Antonio Capacchione di Sib-Confcommercio (leggi »), Giuseppe Ricci di Itb Italia (leggi »).
Non abbiamo avuto ancora le risposte dai presidenti delle altre associazioni nazionali a cui abbiamo rivolto la medesima richiesta di intervista, ma sarà nostra cura pubblicarle se riceveremo riscontro.

Il nuovo governo è composto da due forze politiche che in campagna elettorale hanno avanzato proposte molto diverse per riformare le concessioni balneari: la Lega si è opposta alle evidenze pubbliche, mentre il Movimento 5 Stelle le ha accettate. Ora che i due partiti dovranno per forza accordarsi per scrivere una legge, cosa si aspetta che succederà nei prossimi 18-24 mesi?

«Federbalneari Italia è una rappresentanza di categoria “non sui generis” e dialoga in modo costante con la Lega così come con Fratelli d’Italia e Forza Italia. Il Movimento 5 Stelle sta divenendo forza di governo e proprio i suoi ministri, a partire da Di Maio, hanno mostrato la loro piena disponibilità a sostenere le micro e piccole e medie imprese e tra queste ci sono proprio quelle balneari. Dunque siamo pronti a discutere il nuovo provvedimento con tutte le forze di governo che abbiano a cuore il rilancio del sistema turistico e balneare italiano.
Abbiamo coniato noi otto anni fa l’idea del “doppio binario” e dunque entro 18/24 mesi si dovrà puntare a scrivere insieme una legge di riordino del comparto che dovrà vedere subito le aree disponibili in evidenza pubblica e solo successivamente le attuali concessioni demaniali, individuando nella legge di riordino il valore d’azienda, la storicità delle concessioni e definire un periodo transitorio a fronte di un programma di investimenti da attuarsi per esempio in rete di imprese e che abbia una durata pari a 25/30 anni per giungere all’attuazione della nuova legge. L’evidenza pubblica non può rappresentare assolutamente un problema, poiché la norma deve essere scritta contestualmente individuando i margini di tutela e potendo così meglio garantire le imprese balneari attraverso parametri quali il valore d’azienda, la storicità e dunque l’opportunità per le imprese di fare rete e di promuovere con decisione le proprie progettualità in un’ipotesi di evidenza pubblica leggera».

Se fosse lei a dover scrivere la riforma delle concessioni, quali sarebbero le tre priorità da convertire in legge?

«Innanzitutto il riordino dei canoni di concessione demaniale, nel senso di una decisa semplificazione anche alla luce dei contenziosi, delle incertezze sui pertinenziali, delle decadenze di concessione che credo rappresentano tuttora una follia del sistema attuale, laddove il gettito sul bilancio dello Stato non viene neanche garantito dall’attuale legge statale. Vi è la necessità di semplificare le procedure di calcolo dei canoni demaniali puntando a due parametri quali le aree coperte e quelle scoperte, garantendo un gettito certo per il bilancio dello Stato.
In secondo luogo, un periodo transitorio di 25/30 anni che consenta all’attuale sistema di poter sopravvivere a una nuova riforma del sistema delle concessioni ormai inevitabile.
Infine, un nuovo progetto di legge che collochi il demanio marittimo dentro un contenitore di più ampio respiro turistico, poiché oggi è considerato materia a se stante, mentre il turismo necessità di una più attenta programmazione. Si devono poter attuare strategie di posizionamento che consentano la dovuta integrazione tra le varie componenti di filiera turistica italiana, come per esempio quella ricettiva, che dovranno essere incentivati attraverso l’emissione di strumenti di finanza agevolata (bandi pubblici e incentivi di filiera su varie tematiche). Il tutto va fatto scrivendo delle chiare linee guida per il rilancio del turismo italiano che consentano di dare avvio alla riconversione del “nuovo prodotto balneare” d’intesa con le Regioni».

Quanto ritiene importante un ritorno alla completa unità tra associazioni di categoria per risolvere l’annosa questione balneare? E quanto è disposto a lavorare in questa direzione?

«Il sistema delle associazioni di categoria italiano è ormai vetusto e si fanno ancora battaglie di retroguardia, cercando di difendere posizioni ad oggi non più in linea con i tempi. Lo dice una persona che ha partecipato alle varie fasi del cambiamento del modello delle rappresentanze di categoria e si è accorto che questo modello non tiene più.
Federbalneari Italia ha pochi anni di vita e non si preoccupa certamente di fare o perdere iscritti, bensì di lavorare con le proprie territoriali dal Veneto alla Puglia, dal Lazio alla Sardegna, per risolvere i problemi sui singoli comuni attivando vere progettualità di sistema e non mandando i propri associati a protestare sotto il ministero sbagliato con lettini e pattini, come qualche altra associazione fa da anni. Ognuno ormai sta giocando da player solitario per cercare di soddisfare esclusivamente la propria base o, se in difficoltà, cercando di portare qualche associato in più o in meno al proprio sistema, ma questi sono aspetti poco rilevanti e gli annunci a effetto poi non sono confermati dalle norme (mi riferisco alle dichiarazioni tardive del sig. Frits Bolkstein).
Essendo tra le otto associazioni datoriali riconosciute dal governo, dalle regioni e dai comuni, come Federbalneari facciamo l’ennesimo appello a unirci in un “parlamentino delle rappresentanze” per scrivere realmente le posizioni di sistema nel post 2020, quando non sarà affatto garantita la sopravvivenza dell’attuale sistema turistico balneare italiano, che potrebbe subire profondi cambiamenti entro due anni».

Un altro problema che minaccia la scomparsa delle imprese balneari è l’erosione costiera, diventata un’emergenza nazionale e dunque non più gestibile solo dalle amministrazioni comunali e regionali come fatto finora. Cosa dovrebbe fare secondo lei il governo per contrastare il fenomeno?

«Credo che si debba puntare a un progetto nazionale che definisca un’attenta e programmata azione per il contrasto all’erosione mediante l’impiego dei fondi europei e puntando al rilancio delle infrastrutture, a partire dalla stesura di una proposta turistica integrata tra ricettività, tempo libero, cultura e mare. Proprio da questo mix, la norma statale di rilancio del turismo dovrà contenere le linee guida alle quali attenersi per la “ricostruzione” delle località turistiche e dunque delle spiagge. Questi processi sono slegati tra loro e occorre che siano messi a sistema affinchè si possa parlare concretamente di turismo.
Il governo deve programmare il rilancio del turismo e non può farlo prescindendo dalla scrittura di una strategia che contenga delle linee guida, includendo al loro interno le azioni di contrasto all’erosione. Dobbiamo immaginare dunque che il ministro del turismo riunisca al tavolo i vari soggetti pubblici, incluse le società di settore statali e la rappresentanza delle Regioni e dei comuni, per ridisegnare una norma generale sul turismo che dia attuazione all’azione politica di “rilancio del sistema turismo Italia” come modello integrato, riscrivendo le linee guida che dovranno essere attuate da Regioni e Comuni in azioni temporali certe e definite. Solo così potremo coinvolgere con regole certe il sistema delle imprese balneari, organizzato in rete, verso degli investimenti che diano certezze nella durata pluriennale al nuovo sistema delle concessioni demaniali italiane, salvaguardando dunque le imprese attente a questi processi di sviluppo turistico e integrandole in modo serio nella partecipazione alle varie fasi di sviluppo partecipato del turismo e dei vari flussi, evitando di sopravvivere perché si esercita vicino a città importanti o meno.
Federbalneari Italia ha particolarmente a cuore il tema dell’erosione e proprio le nostre associazioni territoriali e regionali ci segnalano periodicamente cosa accade, avviando sul territorio una corretta interlocuzione con Regioni e Comuni costieri e dunque ponendo il fenomeno dell’erosione della costa al primo posto. Per le attività di studio e monitoraggio ci stiamo avvalendo della nostra struttura tecnica all’interno del tavolo del ministero dell’ambiente, con la finalità di individuare le modalità di studio e l’avvio delle varie proposte finalizzate al contrasto dell’erosione sulle singoli tratti di costa italiana e presto prepareremo una pubblicazione frutto dei vari studi federali e ministeriali sulla tematica».

Mettiamo da parte per un attimo i problemi e pensiamo al futuro del settore. Nonostante il blocco degli investimenti, non mancano le aziende che stanno proponendo innovazioni sulla spiaggia, soprattutto nel campo della tecnologia. Come si immagina che saranno cambiati gli stabilimenti balneari tra 10-20 anni, una volta risolta la situazione normativa?

«Attualmente la visione della spiaggia italiana è quella degli anni ’60 e ’70: un ritrovo, un club e una location di grande appeal. Le spiagge libere sono invece mal servite, mancano servizi e sono dunque insicure e male organizzate.
Sono necessari oggi grandi progetti di trasformazione per ospitare le famiglie in spiagga. Si deve guardare al “resort diffuso” con vari servizi e attività di intrattenimento organizzate anche di notte, e così pure per l’attrazione internazionale che oggi rappresenta solo il 18% dell’offerta turistica complessiva. La spiaggia va insomma considerata come elemento essenziale della domanda di turismo in Italia. Ad oggi il turismo locale vale poco poiché è slegato da un sistema turistico nazionale e regionale che deve invece garantire standard di qualità e modello organizzato a filiera con città d’arte, enogastronomia, qualità e vivibilità dell’ambiente e della storia. Le spiagge rappresentano una parte delle città e c’è bisogno d’integrarle con le stesse città e con la filiera. Questo è quello che va inserito in una legge quadro da condividere con Regioni e Comuni».

intervista a cura di Alex Giuzio

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