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‘Il nuovo governo si ricordi della questione balneare’

Tomei: 'Il problema entri a far parte delle priorità dell’agenda politica italiana'

di Cristiano Tomei

Dopo il parlamento, finalmente abbiamo anche un nuovo governo che, terminata la fase di definizione con la nomina di ministri, vice e sottosegretari, può tentare di iniziare a risolvere i problemi della nostra nazione.

Le versioni interpretative su questa compagine governativa sono svariate. Tra le più ricorrenti c’è chi ritiene che duri poco, appena il tempo di un paio di stagioni, e chi invece vi ripone le speranze per un mutamento radicale, in meglio.

Credo che ciò che interessi realmente al paese sia la ripresa del lavoro e della crescita per riconquistare almeno la speranza di un futuro, dove tornino prosperità e pace sociale. Per questo, più che sulla durata dell’esecutivo, tra le imprese ci si interroga sulla reale capacità di risolvere i nodi cruciali per la nostra economia.

A questo esecutivo compete la missione di reperire i mezzi per cogliere gli obiettivi che la gente si aspetta e metterli sul campo: più lavoro, più crescita, riduzione della pressione fiscale, sostegni al credito e al consumo, drastica diminuzione dei debiti della pubblica amministrazione, semplificazione burocratica, rappresentano i principali target del programma di governo.

Tra queste iniziative chiediamo che si torni ad affrontare la questione del turismo balneare per una sua definitiva soluzione, al fine di ridare certezza per il futuro a un settore imprenditoriale ed economico che contribuisce e partecipa fortemente al raggiungimento degli obiettivi governativi appena richiamati.

Stando alla ricerca di Unioncamere presentata nell’ambito della prima edizione degli Stati generali delle Camere di commercio sull’economia del mare, la blue economy delle regioni costiere fa registrare – in media – un valore aggiunto pari a oltre 800 milioni di euro, con un’incidenza superiore al 3% sul totale dell’economia e con circa 300 mila addetti. Le imprese operanti nell’economia del mare, anche in questo caso, rappresentano più del 3% rispetto a quelle complessivamente attive nel Paese. Il moltiplicatore del reddito di questa forza produttiva e di lavoro, e quindi degli euro messi in circolo sul resto dell’economia per ogni euro prodotto in termini di solo valore aggiunto, è pari a 1,3.

Insomma, stiamo parlando dell’industria del turismo e nella fattispecie del turismo balneare e costiero, che tira fuori numeri da macroeconomia. Per tutelare questi numeri, per far ripartire gli investimenti ormai fermi e per garantire i livelli occupazionali, evitando aste ed evidenze pubbliche alle attuali concessioni demaniali marittime; insomma per evitare che questa economia – ben conosciuta, affidabile, tenace – si fermi, è urgente riaprire in Ue la trattativa sulla questione balneare italiana.

Solo con una ferma posizione dell’Italia, dalla quale risulti che le attuali concessioni demaniali marittime sono estranee alla cosiddetta direttiva servizi, così come indicato nei documenti unitari sottoscritti dai maggiori sindacati del settore (Sib-Confcommercio, Fiba-Confesercenti, Cna Balneatori e Assobalneari-Confindustria), si può fornire una reale prospettiva, oltre la proroga del 2020, a un settore decisivo per la nostra economia.

Le Regioni, le Province e i Comuni – è noto a tutti – si sono espressi per evitare l’evidenza pubblica. Il parlamento italiano, con i suoi due rami, ha già fatto lo stesso. La proroga al 2020 è un risultato minimo, ma alla politica chiediamo adesso che la discussione non riparta da zero, ma dai punti che sono al centro della mobilitazione delle imprese turistiche italiane per attuare, anche con il sostegno degli europarlamentari, una strategia autorevole nei confronti dell’Europa, che riapra il confronto sulla vertenza balneare.

Occorre rivedere con l’Unione europea il capitolo delle attività da sottrarre alla direttiva, tra cui, in primis, le concessioni demaniali, nei confronti delle quali non è stata attuata una politica di liberalizzazione, ma di esproprio. Non si parla, infatti, di allargare la base delle imprese, ma di togliere le attività ad alcuni per darle ad altri attraverso gare. Ci si ferma a questo, senza prevedere quello che succederà.

Inoltre non si tratta di concessioni di servizi, ma di concessioni di beni – risorsa tutt’altro che scarsa – a imprese che prestano servizi di pubblica utilità, direttamente connessi ad aspetti salutari riguardanti le persone; attività che si configurano come veri e propri servizi di natura pubblica.

Sostegno alle tesi dei balneatori è arrivato da innumerevoli rappresentanze della politica italiana. Documenti politici di molti e importanti partiti hanno accolto, prima delle recenti elezioni, le tesi a sostegno della vertenza balneare, chiedendo di riaprire in Ue il confronto sulla direttiva servizi.

Viste queste premesse, è importante che la questione balneare entri a far parte delle priorità dell’agenda politica italiana.

Ci rivolgiamo, ringraziandoli, a quanti tra senatori, deputati ed eurodeputati si sono impegnati per la nostra causa e a coloro, tra questi, che sono stati chiamati ad assumere importanti ruoli governativi. È proprio a loro, compresi i rappresentanti di Regioni, Province ed enti locali, che chiediamo la riapertura del tavolo di confronto necessario per la tutela e il rilancio di questa economia turistica, fondamentale per il destino economico del nostra nazione e, nel dettaglio, di 15 regioni costiere, tra cui due isole e oltre 600 comuni rivieraschi. Restiamo in attesa, disponibili, come sempre, a fare la nostra parte.

Cristiano Tomei, coordinatore nazionale Cna Balneatori

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Cna Balneari

Cna Balneari è la sezione di Cna (Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa) che associa i titolari di stabilimenti balneari.
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