Toscana Vacanze al mare

Fuga al Giglio: i sapori della terra, l’artigianato e il silenzio di Giannutri

La cucina di resistenza, i vini eroici e il fascino selvaggio di Giannutri

(Seconda parte di Fuga al Giglio)

Se le spiagge e i borghi definiscono la geografia visiva dell’Isola del Giglio, sono la sua tavola e le sue tradizioni più nascoste a svelarne l’anima più intima. Qui la vita scorre lenta, scandita dal ritmo del mare e da una cultura che ha saputo fare della resistenza e dell’isolamento una straordinaria risorsa di bellezza.

La tavola dell’isola: ricette di resistenza e viticoltura eroica

La cucina del Giglio è lo specchio fedele della sua storia: un ricettario solido, nato dall’esigenza di unire i frutti di un mare generoso alla scarsità di risorse di una terra strappata alla roccia. Un esempio perfetto è il Pesce in Scaveccio, una preparazione d’altri tempi in cui la minutaglia di scoglio viene infarinata, fritta e poi sigillata in una marinatura bollente di aceto, rosmarino, aglio e peperoncino.

Molto amata è anche la Tonnina, il tonno sott’olio della tradizione locale lavorato a crudo con la classica insalata gigliese a base di pomodori, sedano e cipollotti, oppure saltato in padella con patate a cubetti e peperoncino.

Cercando sapori ancora più identitari si incontra la Palamita alla gigliese, i cui tranci vengono lessati insieme a sedano, arancia e limone, per poi riposare sotto un filo d’olio aromatizzato all’alloro e al rosmarino. I Totani ripieni rappresentano invece il piatto della domenica, con una ricca farcitura di uova, mollica di pane bagnata nel latte e l’aggiunta di un tocco di mortadella che dona sapidità all’intingolo. I primi piatti celebrano sughi di carattere, come i ragù di mendole o di lupacante, senza dimenticare gli spaghetti saltati con le lampade, le patelle raccolte a mano lungo la costa.

Un ricco piatto di cacciucco, simbolo della saporita e verace cucina marinara dell’isola

Quando le giornate si rinfrescano, la tradizione contadina si riappropria della tavola con la Minestra di Fagioli, una zuppa di cannellini e pasta all’uovo arricchita da verza, sedano e finocchietto selvatico. Per un aperitivo veloce bastano le storiche Olive sotto pesto, schiacciate e condite con olio, aglio, semi di finocchio e scorze d’arancia.

Il capitolo dolce è dominato dal Panficato, una pagnotta densa, scura e speziata che racconta una vicenda storica precisa. A metà del Cinquecento, dopo i saccheggi del pirata Barbarossa e la deportazione di gran parte degli abitanti, i Medici ripopolarono Giglio Castello con coloni arrivati dal senese. Costoro portarono con sé la tradizione del panforte, riadattandola con i prodotti disponibili sul posto: nacque così un impasto a base di fichi neruccioli essiccati al sole, noci, uvetta, pasta di pane e vinella, un vino leggero ottenuto dal lavaggio delle vinacce. Oggi la ricetta include mandorle, cacao e pinoli, ma il morso resta denso e antico.

Il Panficato del Giglio, il dolce storico dell’isola preparato con fichi, noci, mandorle e uvetta.

Questo patrimonio gastronomico trova la sua spalla ideale nell’Ansonaco, un vino bianco ambrato, secco e minerale, ottenuto dall’omonimo vitigno autoctono coltivato su terrazzamenti ripidi che dominano il mare. Tra i filari resistono ancora i palmenti, piccole vasche in pietra dove un tempo i contadini pigiavano l’uva sul posto per evitare la fatica di trasportare i carichi risalendo i sentieri dell’isola. Per chi vuole vivere appieno questa cultura, l’appuntamento imperdibile è l’ultimo fine settimana di settembre, quando la Festa dell’Uva e delle Cantine Aperte trasforma i sotterranei in pietra di Giglio Castello in un percorso di degustazione diffuso.

Soste d’autore: la mappa dei ristoranti gigliesi

L’experience gastronomica dell’isola si esprime attraverso una rete di indirizzi storici e gestioni familiari. A Giglio Porto, la veranda della Vecchia Pergola rappresenta una tappa fissa per gli amanti della cucina marinara classica, capace di declinare i piatti del giorno anche in chiave vegetariana o con menu dedicati per i clienti celiaci. A poca distanza, il ristorante Sopravvento – Wine & Food offre un’atmosfera più intima e contemporanea, grazie a un giardino interno dove si cena tra cocktail curati e una cantina ben selezionata.

Spostandosi verso i litorali, l’atmosfera si fa più informale. Sulla spiaggia orientale, il Ristorante Pizzeria Bar Le Cannelle copre ogni momento della giornata, dalle colazioni vista mare ai pranzi veloci in costume, fino alle cene a base di pesce fresco e pizze cotte nel forno a legna, spesso accompagnate da serate con musica dal vivo.

Sul fronte opposto, nella baia di Campese, il ristorante Da Tony consente di cenare quasi con i piedi sulla sabbia, proponendo un menu attento alle varianti vegetariane e senza glutine, con una filosofia apertamente dog‑friendly che accoglie senza problemi gli animali domestici. Infine, sempre a Campese, lo Zio Meino accoglie gli ospiti in un ambiente informale e caloroso, perfetto sia per una cena sostanziosa sia per prolungare la serata con un drink tra amici.

Mani e materia: l’artigianato che resiste

Nelle botteghe del Giglio sopravvive un artigianato che evita le logiche dei souvenir in serie. Le ceramiche dell’isola sono il frutto di una tradizione manifatturiera che unisce la pulizia formale della scuola toscana ai colori intensi della macchia mediterranea. Ogni pezzo viene foggiato al tornio e dipinto a mano, traducendo sulle superfici smaltate il giallo delle ginestre e il turchese delle baie.

Esplorando i vicoli di Giglio Porto e del Castello ci si imbatte inoltre in piccole sartorie specializzate nell’arte del ricamo tradizionale: seguendo motivi geometrici derivati dall’antica scuola fiorentina, il lino e il cotone grezzo vengono trasformati in tessuti d’arredo e capi unici che portano con sé il rigore e la luce delle isole toscane.

Il prolungamento del mito: la solitudine di Giannutri

Nessun viaggio al Giglio può dirsi completo senza una deviazione verso l’isola di Giannutri, un frammento di roccia calcarea lungo appena cinque chilometri e largo cinquecento metri, sospeso nel silenzio del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. L’isola è quasi priva di strade e automobili: la vita si concentra attorno alla piccola piazzetta di Cala dello Spalmatoio e ai due soli punti di approdo, la stessa Cala dello Spalmatoio e Cala Maestra.

Proprio a ridosso di quest’ultima baia affiorano i resti monumentali di una villa romana edificata tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C. dalla famiglia dei Domizi Enobarbi, antica gens senatoria di importanti commercianti, alla quale apparteneva Gneo Domizio, marito di Agrippina, madre dell’imperatore Nerone. Colonne, pavimenti e terrazzamenti emergono tra la macchia mediterranea, lambiti dal vento carico di sale.

Giannutri possiede una doppia anima. Sotto la superficie del mare si apre un paradiso per i subacquei, con pareti verticali ricoperte di vita e i resti di relitti come l’Anna Bianca, nave da carico affondata nel 1971, e il Nasim, mercantile colato a picco nel 1976.

Fuori dall’acqua, l’isola è un ecosistema prezioso, dove la flora accoglie piante di origine tropicale insolite per queste latitudini e il cielo è il territorio privilegiato degli appassionati di birdwatching. Tra le scogliere nidificano stabilmente la berta minore, la monachella, la magnanina sarda e grandi colonie di gabbiano reale. Camminare lungo i percorsi di Giannutri, immersi nel profumo selvaggio dell’elicriso, restituisce il senso profondo dell’andare per mare: una sensazione di isolamento assoluto, mistico e necessario.

Se non hai letto la prima parte clicca qui

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