Sicurezza

Due modelli alternativi sui piani collettivi di salvamento

Differenze, pregi e difetti dei sistemi adriatico e tirrenico

Uno spettro si aggira sulle spiagge italiane: il piano collettivo di salvamento. Che salverà la stagione balneare prossima ventura e quella dopo, e poi si vedrà. In verità, però, di piani collettivi in giro ce ne sono due, abbastanza diversi uno dall’altro, come cercherò di spiegare in questo articolo. Il primo è stato inventato in Romagna e esiste da più di 50 anni (Cattolica, 1965), il secondo, sulla terra di confine tra la Liguria e la Toscana (Marinella di Sarzana e Marina di Carrara, entrambi del 1997). Quello romagnolo (“modello adriatico”) è stato utilizzato poi, con qualche adattamento, su gran parte dell’Alto e Medio Adriatico, l’altro (“modello tirreno”) sul Tirreno e su tratti del Basso Adriatico.

Sulla origine del modello romagnolo ho già scritto, e ne ho scritto bene, elogiandolo. Intanto era un modo di uscire dal periodo “autarchico” (il servizio di salvataggio incentrato sul singolo stabilimento balneare era stato inventato dalla Capitaneria di porto nel 1929) e avvicinarci all’Europa (che negli anni ’60 era solo quella occidentale, esclusa la Spagna, ancora vivo Franco). Il punto da cui partire per costruirlo era l’intera spiaggia e non il singolo stabilimento balneare; rispondeva alla necessità di razionalizzare un servizio che stava diventando abnorme con un bagnino di salvataggio ogni trenta metri; era aperto a novità tecniche come le postazioni sopraelevate o imbarcazioni di raccordo, come le moto d’acqua, eccetera. In particolare, pur essendo promosso dalla molla del risparmio (il servizio collettivo costa al singolo stabilimento balneare molto meno di quello che costerebbe se gestito in proprio), il servizio di salvataggio diventava più efficiente rispondendo ad una esigenza economica e garantendo una maggiore sicurezza della balneazione.

Anche del secondo modello non potrei, neanche volendo, parlarne male. I primi piani “tirrenici” li ho redatti io (studiando con attenzione il modello romagnolo e con la fortuna di avere ottimi collaboratori: Marco, Angelo, Bruno, Cecchini, Nicciolina, Gennaro, Nicola, il Gabibbo, Marcone e altri cui faccio ingiustizia dimenticandomene, e trovando una sponda nelle Capitanerie della Spezia e Marina di Carrara). Il lettore mi perdonerà, spero, l’excursus storico personale (con l’età, volgendoci indietro, si diventa sentimentali), ma mi sembrerebbe scorretto addebitarmi un merito dovuto invece ad un collettivo. I due modelli si sono poi estesi ad altri litorali e si sono evoluti, come ho raccontato nel mio precedente articolo a cui rinvio. Do per scontato anche che il lettore sappia, per lo meno all’ingrosso, di che parlo, e cosa sia nell’essenza un piano collettivo di salvamento. Qui vorrei soltanto fare un confronto tra i due modelli così come si presentano oggi dopo un’evoluzione che negli ultimi trent’anni è stata lenta, ma continua.

I modelli che descrivo sono un “tipo ideale” (come si chiamano in sociologia gli idealtypen, ideati da Max Weber), una costruzione teorica che, per rendere comprensibile un fenomeno sociale, ne accentua unilateralmente alcuni tratti e ne riduce altri. I casi reali – nel nostro caso i piani collettivi effettivamente operanti – possono possedere (eccezionalmente) tutte, quasi tutte o la maggior parte delle caratteristiche di un tipo avvicinandosi ad uno dei due. I due modelli possono essere evidenziati in base ai seguenti punti-chiave:

  • il piano viene presentato da concessionari demaniali – un’associazione degli stabilimenti balneari o il Comune – alla Capitaneria di porto che, se lo approva, affida – su indicazione dei presentatori – il servizio di salvataggio ad un gestore terzo;
  • il tratto più importante del piano – dibattuto in un tira e molla con l’Autorità marittima – è l’ampiezza del settore di sorveglianza di ciascuna postazione che viene dislocata indipendentemente dagli stabilimenti balneari retrostanti;

Ci sono anche altre differenze importanti di carattere gestionale che non incidono però sui tratti essenziali del modello utilizzato, e non ce ne occuperemo.

piani collettivi salvamento
Cesenatico, modello Adriatico: il settore di 150 m viene replicato su tutto il litorale

Modello adriatico

  • L’iniziativa compete all’associazione degli stabilimenti balneari;
  • l’ente cui è affidata la gestione è, nella forma associativa, una cooperativa dei concessionari (“i bagnini” romagnoli – nella realtà sostanziale – un consorzio);
  • Il settore di sorveglianza tipo è di 150 m, estensibile fino a 220 m;
  • Il settore, in orari o periodi determinati, può essere esteso per la ridotta affluenza a 300 m. Nell’orario di pranzo (indicativamente nell’orario 12,30 -14,30) le postazioni restano attive in modo intermittente, una sì e una no; una proposta dell’ultima ora (proveniente dalla Marche), ma in linea con questa tendenza, è che metà delle postazioni siano in esercizio la mattina, l’altra metà il pomeriggio;
  • Il piano deve essere continuo, senza interruzioni, e comprende gli eventuali tratti di spiaggia libera interstiziali tra gli stabilimenti;
  • la spiaggia libera coperta dal piano non eccede il 10% del litorale coperto;
  • è utilizzato per lo più su spiagge cittadine, dalla forte affluenza, quasi del tutto in concessione a stabilimenti balneari privati;
  • Il motivo che giustifica l’allargamento del settore è la penuria degli assistenti bagnanti;
  • i settori hanno tutti la stessa lunghezza e le stesse dotazioni di salvataggio. Il settore-tipo viene replicato ad oltranza su tutto il litorale come fosse quello di uno stabilimento così come regolamentato dalla Ordinanza di sicurezza balneare;
  • le postazioni vengono collocate alla stessa distanza l’una dall’altra (con un certo lasco per adattarle alle caratteristiche del litorale);
  • collocata la prima postazione – alla distanza di un mezzo settore dal punto da cui inizia il piano – si raggiunge il punto finale dislocando via via le altre.

Modello tirrenico

  • L’iniziativa compete agli stabilimenti balneari e/o al Comune. Sempre più frequentemente è un Comune che prende l’iniziativa, emette un bando di gara e assegna il servizio al vincitore;
  • il gestore del piano è una impresa privata, indipendente dagli stabilimenti balneari;
  • è utilizzato su litorali che comprendono ampi tratti di spiaggia libera inframezzata da stabilimenti balneari (come nelle spiagge di paese) o esclusivamente spiaggia libera;
  • Il settore di sorveglianza-tipo è di 80 m;
  • il settore può essere esteso fino a un massimo di 150 m solo se comprende ampi tratti di spiaggia pubblica;
  • la giustificazione per l’allargamento del settore è la copertura della spiaggia libera;
  • l’ampiezza del settore, una volta stabilita, non può essere estesa ulteriormente né in bassa stagione né nella pausa pranzo;
  • fissato il numero delle postazioni, la distanza tra una postazione e l’altra può variare a seconda del tratto di mare fronteggiato, più o meno pericoloso. I settori non hanno tutti la stessa estensione;
  • Il piano può comprendere anche una o più postazioni isolate. In tal caso li piano è “collettivo” solo se nella postazione ci sono almeno due bagnini contemporaneamente presenti ed è inserita in una organizzazione e un regolamento d’uso della spiaggia che comprende la cartellonistica, l’uso delle bandiere e altri accorgimenti gestionali.  
Spiaggia libera del Comparini, Viareggio.
Spiaggia libera del Comparini, Viareggio.

Non si deve pensare che i due modelli siano una alternativa pacifica. Rispondono a richieste economiche e sociali contrapposte. Osteggiati dagli uni, ma sostenuti dagli altri, sono normalmente in conflitto tra loro. Sono espressione di interessi diversi. Il primo modello è quello sponsorizzato dalle associazioni dei bagni marini. Con l’avvento delle Regioni, all’inizio del secolo, gli stabilimenti balneari hanno trovato una sponda compiacente. Le associazioni dei bagni marini sono forti e intraprendenti gruppi di interesse che, a livello regionale, possono far sentire la loro pressione con grande efficacia. I settori di sorveglianza sono stati allargati a dismisura dalla legislazione regionale, la durata del servizio accorciata, l’orario giornaliero ridotto. Quella dell’Emilia Romagna di quest’anno (5 maggio 2026) prevede settori di 300 m tra le 12,30 e le 14,30 estendendo alle altre località quanto fatto a Rimini la scorsa estate. Rasenta il ridicolo quando sostiene che questa norma è “al fine di consentire una pausa […] per il recupero psico-fisico degli addetti al salvamento”. Probabilmente nella Regione ignorano che nel mondo del lavoro siano stati inventati da tempo, per raggiungere lo stesso risultato, i turni di servizio (che hanno però un costo maggiore per chi li deve pagare). Sullo scopo originario del piano – l’efficienza e la razionalizzazione – si è sovrapposto quello di risparmiare sulla sicurezza dovuta ai bagnanti. Riflette una tendenza politico-sociale che, negli ultimi trent’anni, non ha puntato su produttività e valorizzazione del capitale umano, ma su una dinamica di contenimento dei salari. Le conseguenze purtroppo non hanno tardato a farsi sentire.

Cervia. Piano collettivo adriatico: una postazione di salvataggio deve controllare uno specchio d’acqua compreso tra 15.000 e 30.000 mq. Per rendersi conto della cosa, basti pensare che in una piscina, quando la vasca eccede i 400 mq, sono obbligatori due bagnini. (DM 18 marzo 1996, art. 14, Piscine, Ministero dell’Interno).

A ciò si aggiunge il fatto che, su queste spiagge, l’affluenza è aumentata considerevolmente negli ultimi trent’anni e sono aumentati anche in via esponenziale gli annegamenti in seguito ad un malore (il 42% del totale) che richiederebbero, per essere contrastati, un aumento dell’attenzione prestata in mare e quindi un aumento del personale addetto al salvataggio, che è stato invece ridotto da questi accorgimenti normativi.   

viareggio
Viareggio, spiaggia di Levante. Qui il servizio è organizzato “bagno per bagno”, cioè ciascun stabilimento balneare ha un proprio assistente bagnanti. Il fronte mare di ciascun stabilimento è di 50 m, ma l’arenile profondo 200 m, accoglie un numero molto grande di punti ombra, ombrelloni e tende. Una postazione di salvataggio controlla uno spazio acqueo (frequentato da bagnanti) che va oltre i 5.000 mq, ciascuno dei quali comprende nei momenti di maggiore affluenza centinaia di persone. Ai due lati della spiaggia in concessione agli stabilimenti vi sono due ampi tratti di spiaggia libera. La questione in ballo è: quale modello di piano collettivo utilizzare?

Il secondo modello, impostato inizialmente su quello adriatico, si è orientato sempre di più sulla copertura delle spiagge libere e sull’affido del servizio ad un’impresa esterna, non disdegnando l’apporto degli stabilimenti balneari, se presenti, in un regime misto pubblico-privato. Sono sempre più numerosi i comuni che negli ultimi trent’anni hanno sentito l’esigenza di uscire dalla “logica del cartello”: quando, con un cartello, gli utenti di una spiaggia sono avvertiti che il servizio di salvataggio non c’è, e va bene così. Questa era la vergogna del sistema italiano, e su molti tratti dei nostri litorali lo è ancora.  Ad imprese balneari eccellenti per la pulizia dell’arenile, la gestione impeccabile del servizio ai clienti e il salvataggio – tutto però a pagamento – fanno da contraltare spiagge libere abbandonate a se stesse, a rischio e pericolo di chi le frequenta, nel disordine più completo. Alcune regioni del sud – la Sicilia, la Sardegna, la Puglia, la Basilicata — hanno cominciato a sovvenzionare i Comuni e incentivare il servizio sulle spiagge libere nella consapevolezza che la sicurezza balneare dei propri ospiti sia una cosa importante e un elemento spendibile nella pubblicità dell’accoglienza regionale.  Certo, resta ancora molto da fare, ma la strada è stata intrapresa. Il dispositivo utilizzato è l’organizzazione razionale della spiaggia, il servizio collettivo di salvamento.

Qualche anno fa, in una ricerca sugli annegamenti su litorali marini, avevo cercato di valutare l’efficienza del servizio di salvataggio in Italia utilizzando un indicatore molto semplice, costruito sul rapporto tra gli annegamenti totali e quelli avvenuti sulle spiagge libere incustodite. Il risultato fu deludente: l’indice rilevato (per gli anni 2016 -2021) era di 0,60. Il numero indicava che gli annegamenti sulle spiagge libere erano il 60% del totale di contro ad un lusinghiero 0,91 ottenuto solo qualche anno prima (2008) che, letto a rovescio, indica che poco meno del 10% degli annegamenti avvenivano dove c’era un servizio di assistenza ai bagnanti fornito dagli stabilimenti balneari. Devo ammettere oggi, col senno di poi, di aver fatto un errore di valutazione. L’indice non misurava soltanto la ridotta efficienza del servizio, ma anche il grado di avvicinamento tra i due settori, cosa di cui non mi ero ancora accorto. Le spiagge private, grazie al primo modello, hanno perso terreno, quelle pubbliche hanno recuperato parecchio grazie al secondo. Non ne sono sicuro. C’è da rallegrarsi?  


Questo articolo è tratto dalla relazione presentata al convegno “Verso una strategia nazionale per la prevenzione degli annegamenti”, Roma, 12 giugno 2026, Istituto Superiore di Sanità.

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Dario Giorgio Pezzini

Consulente della Federazione italiana nuoto per i problemi relativi alle spiagge, membro del Gruppo nazionale per la ricerca sull’ambiente costiero e dell'Osservatorio nazionale sull'annegamento dell'Istituto superiore di sanità. È stato per vent'anni alla direzione nazionale della Società nazionale di salvamento.