Sicurezza

Annegamenti in mare, congestione e idrocuzione sono delle false cause

Un fantasioso articolo pubblicato dalla pagina "Agenzia Nazionale per la Prevenzione" ha avuto un'enorme diffusione sui social network, ma è del tutto infondato.

I drammatici fatti di cronaca degli ultimi giorni hanno visto l’aumento molto preoccupante dei casi di annegamento nei bambini, tanto da indurre l’Istituto superiore della sanità a richiamare l’attenzione su tale problema, che scaturisce in primo luogo dalla scarsa o mancata vigilanza del minore da parte dell’adulto, oltre a inadeguate misure di prevenzione della struttura ospitante. In seguito a questi tristi avvenimenti abbiamo assistito a un grande ritorno, sui social media, di molte fantasiose ipotesi sulle cause di questi incidenti. Al primo posto nella hit parade dei miti e delle leggende padroneggia la congestione: l’Italia infatti vanta un primato mondiale sulla mortalità da annegamento a causa di questa patologia, che non è riportata in nessun testo di medicina, ma solo nelle tradizioni nazionali tramandate da generazioni, e la cui cura più efficace sarebbe quella di evitare di fare il bagno dopo aver mangiato per almeno tre ore.

Dopo la congestione, un mito che per fortuna sembra essere stato sfatato e che resiste ormai solo per pochi irriducibili, oggi troviamo ancora molti improvvisati esperti che scrivono articoli a proposito dei “ragazzi di oggi che non sanno cos’è la sindrome da idrocuzione”. Il problema è che in alcuni casi questi articoli arrivano a spiegare il fenomeno fisiologico dell’idrocuzione in questo modo: “Se passi due ore al sole, ti sei fatto un kebab appena uscito da scuola e magari sotto al sole hai anche fatto due tiri a calcio, NON DEVI entrare in acqua. Specialmente evita di fare tuffi! Il tuo corpo è a 37/39°C e l’acqua del mare, o peggio di lago e di fiume, non supera probabilmente i 18°C. Il cervello riceve un sovrastimolo che crea uno shutdown del sistema. La respirazione si ferma, si sviene e trovandosi in acqua spesso si affonda in quanto, specie in laghi e fiumi, l’acqua non essendo salata non aiuta a sorreggere il corpo, e si finisce per annegare. Se si conoscessero i sintomi dell’idrocuzione come ronzii alle orecchie, nausea, senso di freddo improvviso, riduzione del campo visivo e affaticamento, si potrebbero salvare molte più persone. Purtroppo l’idrocuzione è infida. Può essere rapida e completamente asintomatica. Quindi conviene sempre bagnarsi con calma e gradualmente per evitare qualsiasi rischio. Brutta cosa che nel 2019 non venga fatta informazione. Si salverebbe qualche vita”.

Il testo che abbiamo riportato è stato pubblicato dalla pagina Facebook di una associazione di promozione sociale che si definisce “Agenzia Nazionale per la Prevenzione” e ha avuto un’enorme diffusione nel tam tam dei social network. Non nascondo che dopo averlo letto ho avuto anche io un sovrastimolo, ma non al cervello, così ho chiesto un parere al dott. Riccardo Ristori, medico del 118 di Livorno ed esperto nell’annegamento. «La parola shutdown – commenta Ristori – è forse più adatta ai sistemi Unix per spegnere o riavviare un computer, ma non per il cervello e tantomeno per uno sbalzo termico. Avete mai visto i tentati suicidi nelle spa? Secondo le tesi di questo articolo, sarebbe pieno di persone che sperano di morire passando dalle saune all’acqua fredda, ma quando scoprono che non muoiono, rivogliono il prezzo del biglietto».

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Resta il fatto che questo articolo è uno dei pochi che incredibilmente non attribuisce una possibile causa di annegamento alla congestione, bensì all’idrocuzione. Per questo ci teniamo a voler spiegare che cos’è davvero l’idrocuzione, o meglio cosa si intendeva in passato per idrocuzione. Prosegue Ristori: «Per inquadrare il fenomeno dell’idrocuzione basta ricorrere ai libri di medicina di vent’anni fa, in cui veniva definita come una sincope (svenimento) da immersione rapida in acqua fredda che poteva portare anche a arresto cardiorespiratorio o annegamento. Questo termine è ancora possibile trovarlo in alcuni testi, nei vocabolari e negli articoli nostalgici come quelli che girano in questi giorni. L’ipotetico meccanismo che condurrebbe all’idrocuzione sarebbe legato alla “vasocostrizione da immersione in acqua fredda che provocherebbe dei riflessi (ma nessuno dice quali) a livello del tronco dell’encefalo che condurrebbero ad arresto cardiorespiratorio“. In altri poco saggi testi l’idrocuzione viene affiancata a una più moderna fantasia, definita “shock termico”, ma questo tipo di shock non esiste in medicina, mentre è piuttosto utilizzato dagli idraulici per stabilizzare i riscaldamenti a pavimento delle case».

«E ora veniamo ai sintomi che ci rivela questa tale Agenzia Nazionale per la Prevenzione», continua sorridendo Ristori. «Ronzii alle orecchie, nausea, senso di freddo improvviso, riduzione del campo visivo e affaticamento: si tratta di sintomi che tutti noi abbiamo provato nella vita in caso di abbassamento della pressione, che come tutti sappiamo noi che studiamo l’idrodinamica, non possono avvenire in acqua perché la pressione idrostatica non lo consente. Quello che succede realmente è definito nel termine “shock da freddo” (cold shock): affinché possa essere innescato tramite attivazione de nervo trigemino, l’immersione deve essere accidentale, avvenire di faccia e l’acqua deve essere al di sotto dei 10 gradi, anche se è più inducibile in acque con temperature al di sotto dei 5 gradi, ma non è mai stato correlato a elevate temperature corporee e ambientali».

Di seguito gli studi per chi volesse approfondire:

  • Tipton M.J., The initial responses to cold water immersion in man (1989, Clin Sci 77:581–588)
  • Tipton M.J., Eglin C., Gennser M. et al, Immersion deaths and deterioration in swimming performance in cold water (1999, Lancet 54:626–629)
  • Gilbert M., Resuscitation from accidental hypothermia (2000, Lancet Jan 29; 335 (9201):375-6)
  • Golden F., Tipton M.J., Essentials of sea survival. Human Kinetics, Champaign (2002)
  • Mantoni T., Rasmussen J.H., Belhage B., Pott F.C., Voluntary respiratory control and cerebral blood flow velocity upon ice-water immersion. (2008, Aviat Space Environ Med 79:765–768)

Invece, per chi volesse scervellarsi nella fisiologia, una recente teoria propone che le interazioni tra la bradicardia mediata sia dal sistema parasimpatico, sia dalla risposta all’immersione e la vasocostrizione mediata sia dal simpatico, sia dal cold shock conducano alla co-attivazione autonomica aritmogena del cuore: la risposta all’immersione tenta di rallentare il cuore nello stesso momento in cui la risposta al cold shock innesca una tachicardia mediata da simpatico. Questa stimolazione casuale del cuore da parte di entrambe le divisioni del sistema nervoso autonomo è stata definita “conflitto autonomico”, poiché ci sono stimoli cardiaci cronotropici contrastanti, positivi e negativi. Ma affinché avvenga occorre l’acqua fredda (i gradi ormai li sapete già). Per gli approfondimenti su questo tema specifico, il riferimento è Shattock M.J., Tipton M.J., Autonomic conflict’: a different way to die during cold water immersion? (2012, J Physiol 590:3219–3230).

Tralasciando le fantomatiche spiegazioni diffuse da inattendibili pagine Facebook di pseudo-informazione, un modo autentico e semplice per ridurre il rischio di annegamento è immergersi solo quando le proprie condizioni fisiche e ambientali lo consentono, mentre i bambini devono essere costantemente sorvegliati a distanza di un braccio, preferibilmente portandoli a frequentare luoghi dove è assicurato un servizio di salvataggio. Nella fatalità che accada l’incidente è poi necessario conoscere le manovre di rianimazione e allertare prontamente il servizio medico sanitario d’emergenza 118. Per i semplici cittadini sarebbe utile frequentare un corso di primo soccorso e per gli operatori professionali essere sempre aggiornati nel proprio addestramento e utilizzare presidi sanitari idonei ed efficienti come la bombola di ossigeno ricaricabile e il pallone autoespansibile con reservoir, elementi ritenuti indispensabili dallo stesso Ministero della salute in caso di assistenza a vittime da sommersione.

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Stefano Mazzei

Stefano Mazzei

Dottore in scienze dell'educazione e della formazione, è il fondatore di Salvamento Academy, azienda specializzata in corsi di alta formazione di primo soccorso e fornitura di kit per l'emergenza.
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    la playa cz says:

    Con la teoria tutti bravi ma poi la pratica è diversa, l’esperienza degli antenati insegna sempre. Ho patito personalmente un quasi annegamento per essermi immerso nel mare un ora dopo aver mangiato. Mi sono tuffato in mare nuotando sott’acqua, quando me ne sono reso conto la profondità alla quale mi trovavo era elevata e il mio corpo non volevate saperne di ritornare a galla. Sentivo il peso specifico di una pietra. Solo grazie alla mia prontezza di riflessi e per essere sempre stato un bagnino mi sono spinto energicamente con i piedi dal fondo e sono riuscito a riemergere. La medicina scrive la teoria, la pratica poi è un’altra cosa, magari ci sono tanti altri fattori scatenanti che non conosciamo. Io sono uno di quelli che continua a dare retta alle esperienze di vita del passato. E lo trasmetto ai miei figli “ignorantemente” ma saggiamente. Loro stessi dicono che “la medicina non è una scienza esatta”. Ricordiamoci i “virologi” del covid, ognuno diceva e dice la sua.

  2. Stefano Mazzei
    Stefano Mazzei says:

    Egregio Sig. “La playa”,
    non siamo abituati a parlare di fantascienza o di tradizioni quando è in gioco la vita umana, la medicina è una cosa seria e per questo quando mi curo (almeno io) mi affido al medico e non alla teoria e la pratica degli antenati, che forse nella notte dei tempi e in assenza di studi scientifici poteva pure andare bene. Oggi, per fortuna abbiamo a disposizione una tecnologia e delle conoscenze diverse e soprattuto aggiornate. La Sua disavventura, si chiama semplicemente pressione idrostatica e non ha nulla a che vedere con il peso di quanto aveva mangiato e non ancora digerito. La scienza può anche essere inesatta, ma ciò che è scritto nei libri di medicina è provato scientificamente da studi di ricercatori con alle spalle minimo una laurea, quattro o cinque master e una decina di anni di esperienza. Forse questo qualcosa conterà.

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