Sicurezza

Annegamento di non nuotatori, come riconoscerlo

Gli annegamenti possono essere classificati in cinque gruppi, ciascuno dei quali si mostra con una propria “sindrome”

Gli annegamenti in aree di balneazione (sulle spiagge marine, i laghi, i fiumi, le piscine) possono essere classificati in cinque gruppi ciascuno dei quali si mostra con una propria “sindrome”:

  • Annegamento di non-nuotatori: quando la vittima non sa nuotare e si trova improvvisamente in acqua fonda;
  • Annegamento improvviso (o per malore): per la perdita di coscienza o della più semplice capacità di galleggiare e tenere le vie aeree al di sopra della superficie dell’acqua in seguito ad un malore, un malessere o un piccolo incidente in grado di provocare la sommersione quasi immediata della vittima;
  • Annegamento di nuotatori (o ritorno impedito): quando, pur sapendo nuotare e in buona salute, un ostacolo impedisce ad una vittima di recuperare la terra ferma;
  • Annegamento per caduta: quando la vittima non si trova originariamente in acqua, ma vi cade dentro o vi è trascinata da un’ondata;
  • Annegamento durante un’attività sportiva: la vittima annega per un incidente durante la pratica di uno sport acquatico.

Questa classificazione – in combinazione con i pericoli caratteristici di un corpo idrico – contribuisce ad individuare le cause degli annegamenti. Le cause per cui annegano i non-nuotatori non sono quelle per cui annega chi sa nuotare o la vittima di un malore in acqua, per esempio. Ciascun tipo di annegamento è correlato ad una serie di cause specifiche: individuare il tipo di annegamento significa delimitare una gamma ristretta di cause capaci di spiegarlo. Ciascuno dei tipi di annegamento, inoltre, è identificato da una particolare “sindrome”, una serie di caratteristiche interrelate con cui si mostra in modo inequivocabile e che contribuisce a qualificarlo con sicurezza. Conoscere queste “sindromi” serve anche per riconoscere un annegamento mentre accade – in tempo reale – e ciò è parte integrante della formazione professionale di un assistente bagnanti. Un assistente deve essere in grado di individuare nell’immediato il bagnante che è in difficoltà o che sta annegando. Solo in tal caso può intervenire tempestivamente. Non saper riconoscere una persona che annega o è in difficoltà è una gravissima mancanza professionale. Ho già descritto quest’anno alcuni dei tipi di annegamento su Mondo Balneare (l’annegamento improvviso e il ritorno impedito) e vorrei continuare adesso con quello dei non-nuotatori.

Il grafico indica la distribuzione dei tipi di annegamento sulle spiagge nel periodo 2016-2021 in Italia. Alla fine del secolo passato il quadro era molto diverso, poi modificato da profondi cambiamenti nella popolazione italiana. Tratto da D. G. Pezzini, “Sociologia dell’annegamento”, di prossima pubblicazione.

La ricerca empirica sugli incidenti di annegamento degli esseri umani è cominciata in un modo tristemente famoso e drammatico nel campo di Mauthausen (1943), dove furono calcolati sperimentalmente i tempi di sopravvivenza in base alla temperatura dell’acqua (ipotermia). La curva di sopravvivenza in mare, oggi nota a tutte le marine del mondo, ha origine da questi infami esperimenti. Su un piano totalmente diverso, un professore di psicologia americano, Frank Pia, ex capo-spiaggia ad Orchard Beach (New York), nei primi anni ’70 ha raccolto dati preziosissimi sugli incidenti di annegamento filmando persone che, non sapendo nuotare, rischiavano di annegare su una spiaggia al riparo dal mare aperto.

annegamento non nuotatori grafico
Curva di sopravvivenza in mare. La curva indica il limite temporale oltre il quale, in base alla temperatura dell’acqua, sopraggiunge la morte di una vittima per ipotermia.

Oggi si impara a nuotare da piccoli, e molti ragazzi hanno l’opportunità di imparare a nuotare in modo tecnicamente corretto e, taluni, in modo eccellente. “Saper nuotare”, tuttavia, quando si parla di annegamento, indica più semplicemente la capacità di stare a galla, cioè di essere in grado di stare in equilibrio tenendo le vie aeree al di sopra della superficie dell’acqua e di spostarsi anche solo per brevi tratti. È una capacità natatoria minima, ma fa spesso la differenza tra la vita e la morte. Col termine “non-nuotatore” si indica la persona al di sotto di questa soglia minima di abilità acquatica


Imparare a nuotare significa per gli uomini saper assumere in acqua una posizione locomotoria inusuale (orizzontale), necessaria per spostarsi. I cani o altri animali sanno nuotare “naturalmente” perché, in realtà, non devono modificare il loro assetto o la loro tecnica di spostamento: nuotano in acqua come camminano sulla terra. Un uomo in acqua, in posizione verticale – privo dell’abilità di recuperare la posizione orizzontale – andrà, altrettanto naturalmente, a fondo.

Saper assumere la posizione orizzontale da quella verticale e viceversa è una delle prime abilità acquatiche insegnate nei corsi di nuoto. (da: L. Alivernini, D. G. Pezzini, “L’insegnamento del nuoto – la sicurezza in acqua”, Società Stampa Sportiva, Roma, 2006, disegno di Angelo Cinquini)

Questo tipo di incidente di annegamento è ad altissima letalità: se non soccorso, la probabilità di annegare di un non-nuotatore, improvvisamente in acqua più alta delle sue vie respiratorie, è praticamente totale. Annegherà con certezza. Nella maggior parte dei casi – con l’importante eccezione dei bambini (e degli immigrati) – si tratta di vittime prudenti. Gli incidenti sulle spiagge avvengono a mare calmo, perché il mare appena mosso è già sufficiente per scoraggiarli dall’entrare in acqua o li fa restare sulla riva. La vittima di un incidente crede di fare il bagno o di tuffarsi in una zona sicura: salta da una imbarcazione o nella vasca di una piscina valutando male la profondità dell’acqua; fa il bagno vicino alla riva ignorando la presenza di una buca o di un avvallamento nel fondale, ecc. Nei fiumi questo tipo di annegamento è oggi frequentissimo e colpisce persone che ignorano o sottovalutano la presenza della corrente in grado di trascinarli dall’acqua bassa di una morta, scelta per fare il bagno, nel letto profondo del fiume. Nella maggioranza dei casi si trova a brevissima distanza dalla linea di sicurezza, talvolta a meno di un metro! La vittima, infatti, in assetto verticale, non è in grado di avanzare nemmeno per coprire quella distanza minima che la separa dalla salvezza. Manca delle cognizioni minime per spostarsi in acqua che negli uomini non sono innate, ma devono essere apprese. Non deve contrastare, come sulla terra, la forza di gravità, ma la resistenza dell’acqua che si oppone frontalmente ai suoi spostamenti e non sa quindi cosa deve fare per spostarsi in una direzione.

Questo tipo di annegamento associa normalmente alla incapacità di nuotare l’ignoranza delle regole più elementari con cui ci si deve avvicinare ad un ambiente acquatico. Tra i bagnanti che possono annegare, il non-nuotatore è l’analfabeta del gruppo.

I bagnanti vicini alla vittima, normalmente, non si accorgono delle sue difficoltà perché il suo comportamento non è facile da distinguere da chi scherza o fa finta di annegare. La disattenzione di chi in acqua cerca un momento di svago poi, è altissima e, talora, una persona annega nel bel mezzo di una massa di bagnanti senza che questi se ne rendano conto! L’assetto di annegamento è verticale – la bocca aperta, la testa all’indietro – incapace di reggersi in equilibrio sull’acqua, la vittima è tirata giù dalle pesanti gambe che, irrigidite dal panico, non riescono più a muoversi. L’annegamento è silenzioso. La vittima che non riesce a stare a galla non può gridare aiuto. La funzione primaria delle vie aeree non è la fonazione (emettere voce), ma respirare e, per qualcuno che non riesce a respirare, è impossibile gridare. D’altra parte, non è nemmeno in grado di agitare un braccio o una mano fuori dell’acqua per segnalare la sua situazione perché non ha il controllo di questo gesto, troppo difficile per una persona che non sa nemmeno tenersi a galla. Il peso e il movimento verso l’alto delle braccia spinte fuori dall’acqua hanno l’effetto di affondare la vittima. Agitate ritmicamente verso il basso e verso l’alto, battono l’acqua in un gesto scomposto, simile a quello di ali che battono l’aria. Questo messo in atto è un comportamento riflesso, involontario, che F. Pia ha chiamato “risposta istintiva all’annegamento”, un comportamento che accomuna qualsiasi essere umano che non sa nuotare e annega rispondendo istintivamente ad un’emergenza fuori controllo con un atteggiamento difensivo del tutto inadeguato in acqua.

annegamento non nuotatori
La posizione della testa, reclinata all’indietro, la bocca aperta rivela la difficoltà del piccolo bagnante

Da parte della vittima, quindi, non c’è un’esplicita richiesta d’aiuto. D’altra parte, il suo comportamento – le braccia che battono l’acqua e l’effetto di bobbing prodotto (la testa che emerge e sommerge in corrispondenza del movimento opposto delle braccia) – rivelano il tentativo scomposto di restare a galla (si dice infatti che l’annegamento è attivo). Questo disperato gesticolare prima dell’affondamento è l’unico segnale che può attirare l’attenzione di un assistente bagnanti. La durata di questa fase è un dato molto importante: va da circa 20 secondi (il tempo approssimativo di un bambino) fino ad un minuto (quello di un adulto). L’affondamento di un bambino è tanto rapido quanto silenzioso! Saper interpretare e riconoscere questo comportamento in un tempo utile è un aspetto essenziale della professionalità di un soccorritore acquatico e della sua capacità di sorvegliare i bagnanti. Il gruppo colpito da questo incidente di annegamento è, come detto, quello dei non-nuotatori. In “acqua fonda” (dove una persona non tocca) può annegare il bambino di 4 anni o un quarantenne che non ha mai imparato a nuotare (la profondità dell’acqua è, come è ovvio, un concetto relativo).  Questa categoria si sovrappone ad altri gruppi – in particolare a quello dei bambini e, oggi in Italia, agli immigrati – che presentano un’alta frequenza di non-nuotatori tra le loro file. 

annegamento non nuotatori
Il pericolo più grande per non-nuotatori è l’irregolarità del fondale, quando sono presenti nella zona abituale del bagno sbalzi improvvisi di profondità.

Il pericolo – la causa oggettiva più frequente dell’incidente –- non è la profondità dell’acqua in se stessa ma l’acqua improvvisamente fonda: quando cioè l’acqua fonda è, per una vittima, inattesa e improvvisa. Nelle spiagge dove il fondale degrada regolarmente, anche se ripide, questo tipo di annegamento è quasi assente. La vittima tipica è una persona timorosa, prudente, che avanza nell’acqua con cautela, valutandone attentamente la profondità e facendo il bagno con una certa tranquillità solo quando è certa di muoversi in uno spazio acqueo per lei sicuro.  Le spiagge dove questo incidente è più frequente sono le spiagge sabbiose che, nella zona del bagno, presentano avvallamenti o buche improvvisamente fonde. E’ il profilo irregolare del fondale che presenta sbalzi improvvisi di profondità (salti, drop) la causa dei più frequenti annegamenti di questo tipo nelle spiagge.

Qualcosa di simile accade nelle piscine che presentano un fondo inclinato o un pozzetto per i tuffi dove la vittima finisce inavvertitamente. L’acqua torbida – che impedisce di controllare visivamente la profondità dell’acqua – può essere una concausa di questo annegamento, soprattutto nei laghi (ma purtroppo anche su molti litorali marini). I laghi sono spesso scoscesi: ad una breve piattaforma di acqua bassa sulla riva fa seguito improvvisamente un dirupo, nascosto dalla torbidità.

Nei fiumi, durante l’estate, l’acqua apparentemente ferma (ma un fiume, per definizione, è “acqua viva”, cioè mossa) induce in errori di sottovalutazione del pericolo molti non-nuotatori che vengono trascinati dalla corrente dall’acqua bassa vicino all’argine (dove hanno scelto di fare il bagno) nell’acqua profonda dell’alveo. Lo stesso pericolo è prodotto “artificialmente”, in qualsiasi ambiente o corpo acquatico, dall’uso di galleggianti giocattolo: non solo i giocattoli per bambini (da usare solo in acqua bassa, sotto la stretta sorveglianza di adulti), ma anche quelli destinati agli adulti (come i materassini) che danno una falsa sensazione di sicurezza e possono trasportare inavvertitamente in acqua fonda una vittima che non sa nuotare.

Agli atteggiamenti di prudenza, capaci di ridurre sensibilmente l’incidenza del rischio, fanno eccezione i bambini che non hanno ancora il senso del pericolo “acqua” (come vedremo, anche gli immigrati, soprattutto di origine africana o magrebina, manifestano comportamenti altamente imprudenti). Non è per caso che l’incidenza dell’annegamento sia in tutto il mondo tra le primissime cause di morte accidentale di queste vittime. Per i bambini più piccoli – cha pure sanno già camminare (fino a due-tre anni) – l’acqua è sempre pericolosa, qualunque sia l’altezza (se vi cadono bocconi, non sempre sono in grado di recuperare la posizione “seduti”); fino a 3-4 anni anche 50 cm d’acqua possono essere “acqua fonda”. Dai 5 anni in su il rischio si affievolisce progressivamente sia perché a molti bambini viene insegnato a nuotare (il bambino non-nuotatore diventa nuotatore), sia perché ha sviluppato un senso del pericolo dell’acqua che prima non aveva. Purtroppo, dai 5 anni in su si affievolisce anche il controllo che il genitore dovrebbe esercitare assiduamente sui propri figli quando fanno il bagno o giocano vicino all’acqua.  Inoltre, la coscienza del rischio è, nei bambini, facilmente offuscata dal gioco che provoca una forte emozione capace di cancellare la paura. L’acqua è per i bambini un’attrazione fatale. Questa è la ragione per cui il bambino che anche soltanto gioca vicino ad un ambiente acquatico deve essere controllato a vista, ininterrottamente, anche se il suo gioco non prevede di entrare in acqua. La causa di questi annegamenti può essere imputata alla mancata sorveglianza dei genitori (o dei loro sostituti), prima ancora di chiamare in causa gli assistenti bagnanti, se presenti. Il modo più efficace di scongiurare questo rischio è di vaccinarli insegnando loro a nuotare quanto prima.

Sulle spiagge il numero delle vittime, in Italia, di incidenti di annegamento di non-nuotatori è, nei sei anni presi in esame (2016-2021) di 156, con una media di 26 per stagione balneare, un numero tenuto alto da quello degli immigrati che, pur essendo l’8,8% della popolazione, probabilmente il 10% compresi i non registrati (Rapporto sulla popolazione, a cura di F. C. Billari e C. Tomassini, Il Mulino, Bologna, 2021, pag. 83 e ss.)  contribuiscono con il 62% a questo tipo di annegamento (92 casi su 156).La probabilità di annegare di un immigrato è circa 14 volte quella di un italiano. La tendenza complessiva – malgrado l’impennata del 2019 – sembrerebbe scendere verso il basso lentamente, ma in modo continuo, dalla fine del secolo passato (quando circa il 40% degli annegamenti totali, sulle spiagge, erano ancora per lo più di italiani che non sapevano nuotare). Questa voce si è sensibilmente ridotta modificando il quadro complessivo dell’annegamento, ma lo sarebbe stata molto di più se non ci fosse stato il massiccio contributo degli immigrati.

Annegamento di non-nuotatori: immigrati contro turisti (italiani, europei)

I numeri più alti in questo tipo di annegamento si registrano nelle regioni del centro-nord: Emilia Romagna (28), Marche (19), Veneto (12), Liguria (17), con uno sbilanciamento evidente verso il Medio e Alto Adriatico.   L’affluenza massiccia di queste regioni fornisce una prima spiegazione: gli annegamenti di non-nuotatori avvengono per lo più a mare calmo (quando quasi tutti i presenti sulla spiaggia entrano in acqua per fare il bagno) e, in tal caso, la correlazione tra incidenti di annegamento e affollamento della spiaggia è molto forte. Anche qui però, nelle regioni adriatiche, una parte della spiegazione è offerta dalle strutture artificiali costruite per proteggere la spiaggia dall’erosione (barriere parallele e pennelli). In prossimità delle strutture artificiali il fondale è fortemente alterato da dislivelli improvvisi, e questo fattore è la causa di frequenti annegamenti di non-nuotatori che in una zona di acqua bassa, al riparo delle scogliere, possono trovarsi inaspettatamente in acqua fonda, più alta delle vie respiratorie, come in una trappola. Il fondale irregolare (la causa più frequente di annegamento di non nuotatori), la grande affluenza di pubblico (che moltiplica le occasioni di annegamento), postazioni di salvataggio troppo distanziate tra loro (fino a 300 m una dall’altra, grazie alla compiacenza degli organismi regionali nei confronti delle associazioni balneari) sono una miscela esplosiva che rende conto del triste primato di cui godono oggi l’Emilia Romagna e le due regioni limitrofe.

L’alto numero di non-nuotatori annegati della regione Liguria (17), che presenta una costa alta e scoscesa (anche questa fortemente artificializzata), ha una spiegazione diversa. Si tratta   nella quasi totalità di immigrati (15 casi su 17):  di africani annegati per lo più nel litorale  attorno e dopo  Imperia e,  soprattutto, attorno a Ventimiglia (si raggruppano in questa zona e probabilmente  molti annegano nel tentativo di passare a nuoto il confine con la Francia),  di sud americani  e di europei dell’est che dalle zone di entroterra del nord (Piemonte e  Lombardia)  raggiungono il litorale attorno a Savona nelle poche spiagge libere sopravvissute allo scempio privatizzante di questa regione. L’ignoranza delle più elementari regole di prudenza fa compiere loro dei gesti che possono sembrarci dettati da completa pazzia o stupidità umana (ma che non sono poi così diverse da quelle compiute da molti italiani che negli anni ’50 e ’60, come cavallette, dall’entroterra calavano al mare la domenica).

annegamento non nuotatori grafico

Otteniamo un quadro più preciso e realistico – recando giustizia alle regioni a più ampio sviluppo costiero del sud – se rapportiamo il numero delle vittime di non-nuotatori alla lunghezza della costa balneabile (le spiagge) di ciascuna regione. I 140 km dell’Emilia Romagna non sono i 1.650 km della Sicilia. Nel grafico sopra i numeri indicano, per ogni regione, quanti km di spiaggia siano necessari per produrre una vittima ogni 6 anni in questo tipo di annegamento.

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Dario Giorgio Pezzini

Consulente della Federazione italiana nuoto per i problemi relativi alle spiagge, membro del Gruppo nazionale per la ricerca sull’ambiente costiero e dell'Osservatorio nazionale sull'annegamento dell'Istituto superiore di sanità. È stato per vent'anni alla direzione nazionale della Società nazionale di salvamento.