Il parlamento è chiuso per ferie, la premier Giorgia Meloni e i suoi ministri si stanno godendo qualche giorno di pausa e molti di loro, come spesso accade ad agosto, si trovano al mare. Chissà se, tra un bagno e l’altro, troveranno anche il tempo per pensare a come risolvere una delle questioni che si trascina da anni, quella delle concessioni balneari.
La politica tornerà a occuparsi dei dossier più delicati alla ripresa dell’attività parlamentare, prevista per il 7 settembre. Tra questi, oltre alla legge di bilancio, dovranno necessariamente trovare spazio le concessioni demaniali marittime. In particolare ci sono due provvedimenti che il settore attende da tempo: il decreto ministeriale sui criteri per gli indennizzi ai concessionari uscenti e il bando-tipo nazionale destinato a guidare i Comuni nelle procedure di gara.
Il primo avrebbe dovuto essere adottato entro il 31 marzo 2025 ma non è arrivato. Il secondo avrebbe dovuto essere trasmesso alla Conferenza unificata entro trenta giorni dall’entrata in vigore del decreto-legge 32/2026, quindi entro aprile, ma anche questo è in notevole ritardo. Il risultato è che, a poco più di un anno dalla scadenza fissata per completare le procedure di affidamento, il quadro continua a essere incompleto.
La situazione delle concessioni balneari è ormai nota. La legge sulla concorrenza del 2022 ha previsto il superamento del vecchio sistema delle proroghe sulle concessioni e l’affidamento attraverso procedure selettive, come previsto dalla direttiva Bolkestein. La norma ha fissato al 30 settembre 2027 il termine massimo di efficacia delle concessioni in essere, prevedendo che i Comuni concludano le procedure entro il 30 giugno 2027, come previsto dalla legge europea, per la quale l’Italia è sotto oggetto di messa in mora.
Il tema più delicato è quello degli indennizzi al concessionario uscente. La legge 118/2022 stabilisce che, quando una concessione viene affidata a un nuovo operatore, al precedente concessionario spetta un indennizzo a carico del subentrante per gli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati alla scadenza della concessione. La legge demanda a un decreto del ministro delle Infrastrutture, di concerto con il ministro dell’Economia, la definizione dei criteri per determinare concretamente questo valore. È questo il provvedimento che il settore più attende.
Il decreto dovrebbe rispondere a una domanda apparentemente semplice ma economicamente complessa: quanto vale la parte di investimento che il concessionario uscente non ha ancora recuperato attraverso la propria attività? Dall’altra parte ci sono i balneari che rivendicano il diritto di ottenere un indennizzo calcolato sull’intero valore aziendale.
La risposta non può essere lasciata alla discrezionalità di ogni singolo Comune. O forse sì? Se da un lato l’Europa contesta sistemi di compensazione troppo ampi, ritenendoli capaci di scoraggiare la partecipazione alle gare, dall’altro è evidente che un’attività commerciale ha un valore di mercato intrinsecamente differente a seconda della località in cui opera. Il rischio è che un criterio rigidamente uniforme non fotografi la realtà economica dei territori. Qui sta il vero nodo politico che il governo dovrà affrontare, mediando tra i paletti di Bruxelles e le reali specificità dei balneari italiani.
L’altro tassello è il bando-tipo. Il decreto-legge 32/2026 ha affidato al ministero delle Infrastrutture il compito di predisporre uno schema nazionale, da sottoporre alla Conferenza unificata, per favorire condizioni omogenee nell’affidamento delle concessioni demaniali marittime, lacuali e fluviali a finalità turistico-ricreativa e sportiva. Il percorso è effettivamente partito il 17 aprile 2026. Il ministero ha spiegato che il modello dovrebbe garantire regole chiare e uniformi, intervenendo sui criteri di selezione, sulle modalità di valutazione delle offerte e sugli indennizzi. Ma il percorso si è trascinato per mesi. A luglio il Mit ha annunciato che lo schema, elaborato dai gruppi tecnici con gli enti territoriali e sottoposto alle associazioni di categoria, era stato oggetto di un ampio confronto e attendeva il passaggio politico in Conferenza unificata. Da allora non si è saputo più nulla.
Il problema è che i Comuni non possono costruire migliaia di gare senza sapere con precisione quali regole applicare. Perciò il bando-tipo dovrà uniformare gli elementi fondamentali della procedura: individuazione dell’area, caratteristiche della concessione, investimenti non ammortizzati, durata, canone, indennizzo, garanzie e requisiti di partecipazione. Sono elementi già individuati dalla legge 118/2022, ma che devono essere tradotti in una procedura concretamente utilizzabile dagli enti concedenti.
Ma la questione non è soltanto che cosa deve fare il governo, bensì anche quando deve farlo. Il rischio è quello di arrivare alla primavera del 2027 con una situazione ancora frammentata: alcuni Comuni pronti a pubblicare i bandi, altri ancora alle prese con regolamenti e perizie, altri impegnati in contenziosi dopo avere già avviato le gare. Una situazione che aumenterebbe inevitabilmente il rischio di ricorsi e di nuove incertezze. Del resto, il Consiglio di Stato lo scorso maggio ha ribadito che l’assenza del decreto sugli indennizzi non impedisce di per sé l’avvio delle gare. Ma dire che i Comuni possono procedere non significa che sia auspicabile lasciare ogni amministrazione sola davanti a una materia così complessa. Dopo anni di rinvii, sentenze, procedure europee, proroghe e tavoli tecnici, la questione dei balneari è arrivata a un passaggio nel quale non servono più dichiarazioni politiche. Serve una decisione: occorre mettere nero su bianco le regole e assumersi la responsabilità di farle partire. Sarebbe il modo più serio per chiudere finalmente la questione dei balneari.
Nel frattempo, l’intera categoria continua a vivere in uno stato di profonda ansia e incertezza sul proprio futuro. Il blocco degli investimenti, conseguenza più che comprensibile di fronte a una tale situazione di incertezza, rischia concretamente di far regredire l’intero comparto turistico-balneare. Un enorme danno per il turismo balneare italiano che, fino ad oggi, ha rappresentato un modello di eccellenza riconosciuto in tutto il mondo.
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