Attualità

Balneari, il pungiball dell’estate italiana

Ritorna il tormentone estivo tra clickbait e fake news

Anche quest’anno, puntuali come le ondate di calore, tornano gli attacchi al comparto dei balneari, trasformati nel perfetto pungiball dell’estate italiana. Stampa generalista, blogger, showman e persino qualche attore non si risparmiano: il “bagnino” diventa il bersaglio perfetto per un titolo acido, un post virale, una battuta in tv. Il risultato è un’immagine distorta di un intero settore, già messo sotto pressione da norme incerte, costi alle stelle, una concorrenza che non sempre gioca con le stesse regole, un maltempo sempre più violento che spazza via le coste e un caldo eccessivo che in alcuni casi fa da deterrente per la balneazione.

Non vogliamo assolvere nessuno

Non è nostra intenzione dire che “non ci sono colpe”. Le colpe, in ogni comparto, ci sono; esistono anche nel mondo delle spiagge e vanno denunciate e, se necessario, sanzionate. Ma esistono altrettanto i meriti, si i meriti di quegli imprenditori che, negli anni, hanno investito e contribuito a costruire un modello di business di successo, studiato e invidiato in tutto mondo, che ha reso l’Italia sinonimo di vacanza di qualità, ordine e sicurezza in spiaggia.

Un dibattito distorto che ignora le vere emergenze

In un momento storico in cui le tasche delle famiglie italiane sono messe a dura prova da rincari strutturali, a partire dai costi dei carburanti e dell’energia che continuano a pesare silenziosamente sull’intera economia, stupisce vedere dove si concentri l’indignazione a comando di certi media. Questioni complesse che toccano la vita quotidiana dei cittadini, dall’efficienza dei servizi pubblici essenziali e della sanità fino alle reali difficoltà del potere d’acquisto, vengono ormai liquidate come dettagli di sfondo e accettate come un dato di fatto.

Al contrario, si preferisce canalizzare la frustrazione collettiva contro il comparto balneare, elevato a capro espiatorio perfetto e causa di tutti i mali dell’estate. È decisamente più semplice ed economicamente redditizio per un algoritmo social o per un titolo acchiappaclick, prendersela con il prezzo di un ombrellone, piuttosto che analizzare e proporre soluzioni serie sulle reali criticità economiche e sociali che il Paese si trova ad affrontare ogni giorno.

Il modello balneare come presidio di sicurezza

Oggi più che mai, in un’epoca in cui prepotenza e violenza imperversano un po’ ovunque, il nostro modello balneare resta uno dei pochi sistemi capaci di garantire una certa sicurezza ai turisti in vacanza. Presidi di salvamento, personale formato, controllo degli accessi, regole di comportamento, gestione delle emergenze: tutto questo non è scontato e contribuisce a migliorare l’esperienza del turista.

È normale che gli operatori balneari ne traggano un beneficio: è il loro lavoro, la loro attività, il frutto dei loro investimenti. Ma la domanda che andrebbe posta a tutti quelli che lo dicono con disprezzo è una sola: Voi lavorate gratis?

Se un imprenditore, che sia un meccanico, un carrozziere, un dentista o un panettiere, vende un servizio o un prodotto e viene giustamente remunerato, perché il balneare dovrebbe farlo gratuitamente? Il beneficio economico non è un fine illegittimo, è la condizione stessa perché quel servizio esista e sia garantito ogni giorno.

Spiagge libere: diritto reale o slogan?

In molti reclamano le spiagge libere, e questo è sicuramente un loro diritto. A volte però sembra più uno slogan che una reale esigenza. Perché se è vero che una parte di italiani vorrebbe e utilizzerebbe sicuramente le spiagge libere, c’è da dire che un’altra parte di loro, forse anche più numerosa, si è abituata nel tempo ad avere tutte le comodità: lettino, ombrellone, bar, docce, servizi igienici, assistenza, animazione. Quei servizi sotto l’ombrellone che, realisticamente, nella spiaggia libera non potrebbe più avere.

Chiedere più spiagge libere è legittimo, ma sarebbe onesto farlo anche con i piedi per terra: raccontando cosa significa davvero “spiaggia libera” in termini di servizi, sicurezza e manutenzione, e senza usare il tema come bandiera per attaccare un intero comparto che, nel bene e nel male, garantisce a milioni di persone un’esperienza di vacanza ordinata e sicura.

Il “contabile improvvisato” dei social

Capita sempre più spesso di vedere giovani che si improvvisano inviati speciali e pubblicano sulle loro pagine social servizi nei quali tentano di fare i conti in tasca ai balneari, pur non avendo palesemente la minima idea di cosa significhi gestire un’azienda. Conti che ignorano investimenti, rischi, stagionalità, ammortamenti, costi fissi, personale, energia, manutenzione, tasse. Un esercizio di stile che fa molto “giustiziere del web”, ma che nella realtà si riduce a un’operazione superficiale, spesso fuorviante, costruita più per raccogliere like che per informare.

L’unica esperienza di gestione che molti di loro possono vantare, probabilmente è quella del gestirsi la paghetta settimanale ricevuta dai genitori. Eppure si lanciano in calcoli campati per aria, basandosi soltanto su quello che sentono dire, sui canoni di concessione demaniale, senza avere la più pallida idea di come si quantifichino tutte le altre voci di costo che tengono in piedi un’azienda.

E’ vero che lo stabilimento balneare lavora 3-4 mesi all’anno, a seconda delle zone (maggio, giugno, luglio, agosto), ma chi attacca dimentica che altri 2-3 mesi sono interamente dedicati alla preparazione delle strutture, alla sistemazione dell’arenile, al rimessaggio e alle manutenzioni. In altre parole: vedono della spiaggia solo quello che appare durante le vacanze, ignorando tutto il lavoro che l’operatore deve svolgere prima e dopo la stagione per poter offrire un servizio di qualità.

Senza presidio, la spiaggia diventerebbe come il Colosseo

Togliere presidio e controllo alle spiagge, potrebbe portare a quello che abbiamo visto nei giorni scorsi in luoghi simbolo del turismo come il Colosseo a Roma: aree fuori controllo e scene di degrado che oltre ad essere pericolose, diventano pessimi biglietti da visita per la promozione turistica del nostro Paese all’estero.

Il modello turistico italiano non regge su singoli comparti, ma su un indotto intero. La gente che viene in vacanza e va al mare lo fa perché trova un’offerta di servizi organizzata. E questo soggiorno fa lavorare anche gli hotel, i ristoranti, le gelaterie, i negozi e i trasporti. Immaginarsi spiagge alla mercé di chiunque e prive di sicurezza, significherebbe vedere il turismo colare a picco, trascinando con sé tutte le attività che ruotano intorno al business della vacanza.

Il modello balneare italiano non è perfetto, ma è un patrimonio di know-how, occupazione e immagine dell’Italia nel mondo. Se proprio si vuole discutere di spiagge, sarebbe utile farlo con dati, proposte e rispetto, non trasformando i balneari nel “pungiball dell’estate” solo per racimolare un po’ di attenzione mediatica.

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Mauro Oddone

Direttore di Mondo Balneare