La questione della sicurezza balneare delle piscine è affrontata molto superficialmente, con poche eccezioni. Quasi tutta l’attenzione è dedicata alla gestione dell’acqua, come se l’unico o il più grande pericolo presente sia quello di contrarre verruche, dermatiti o una malattia esantematica. In gran parte ciò è dovuto a un atteggiamento degli “esperti”, per lo più chimici o biologi di professione, che non hanno una formazione giuridica né una competenza in materia di sicurezza balneare per affrontare la questione degli annegamenti. Nelle piscine, infatti, si annega, ed è questo il rischio più temibile, di cui ci occuperemo nell’articolo. Scopriremo facilmente che la questione della sicurezza balneare non concerne, come è ovvio, il funzionamento dell’impianto per la purificazione dell’acqua, bensì quasi esclusivamente la conduzione della piscina. Il punto critico non è il trattamento dell’acqua, ma la gestione dei bagnanti, e il pericolo più grande è la cattiva e superficiale organizzazione gestionale.
L’accordo stipulato il 16 gennaio 2003 tra il Ministero della salute e le Regioni sugli aspetti igienico-sanitari “per la costruzione, la manutenzione e la vigilanza delle piscine a uso natatorio” è una fonte giuridica importante da cui partire per comprendere l’attuale quadro normativo. Tale accordo ha fissato i princìpi di base e definito i parametri igienico-ambientali a tutela della salute pubblica per tutto il territorio nazionale; ma purtroppo la regolamentazione effettiva è demandata alla legislazione regionale. L’accordo del 2003, infatti, non ha forza di legge: lo Stato fissa i principi fondamentali, mentre le Regioni emanano le normative di attuazione.
Sebbene l’impegno tra lo Stato e le Regioni sia stato confermato anche l’anno dopo con l’accordo del 16 dicembre 2004 tra le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano sulla disciplina interregionale delle piscine, ad oggi alcune Regioni (Valle d’Aosta, Veneto, Abruzzo, Lazio, Campania, Sicilia) non hanno emanato le leggi che avrebbero dovuto realizzare l’atto d’intesa in ottemperanza del principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato. La Regione Sardegna ha assolto i suoi obblighi solo nel 2019, in seguito a terribili episodi di annegamento di bambini nelle piscine locali e alla pessima pubblicità sofferta, mentre la Basilicata lo ha fatto nel 2020, e senza avere ancora emanato il relativo regolamento di attuazione della legge. Inoltre i princìpi – e in particolare la normativa di autocontrollo, profondamente innovativa nella legislazione italiana – sono stati mal compresi e ancor peggio recepiti dalle leggi regionali, per tacere degli organi di controllo locali (le Asl) che hanno continuato imperterriti a fare come prima facevano, quasi incuranti del cambiamento. Ciò ha creato di fatto un vuoto normativo, lasciando gli stessi gestori delle piscine in una situazione di grande incertezza. In compenso la giurisprudenza non ha lasciato dubbi, con un orientamento univoco: in caso di annegamento in piscina, il giudizio è quasi invariabilmente di omicidio colposo, con tutto quel che ne consegue.
La classificazione delle piscine prevista dall’atto d’intesa del 2003 riveste un’importanza particolare. Identificando il tipo di piscina, combinato con quanto disposto dalla legislazione di una determinata regione, si può capire quali siano le modalità gestionali cui si è tenuti, se la presenza di un assistente bagnante sia obbligatoria o non obbligatoria, come e con chi poterlo sostituire, eccetera. Si tratta di argomenti cruciali per la questione di cui ci stiamo occupando. Come vedremo, i tipi di piscina sono diversamente correlati agli episodi di annegamento e alcune piscine sono più pericolose o meno sicure di altre. Per evitare una terminologia di stampo burocratico, opaca e poco comprensibile, utilizzeremo le seguenti dizioni per indicarle:
- piscine pubbliche o aperte al pubblico, “estive”, di proprietà pubblica o privata: chi vi accede paga un biglietto, un abbonamento o una quota associativa unicamente per accedere alla vasca;
- piscine turistiche (piscine a uso collettivo) cui accedono solo gli avventori (ospiti, clienti, soci) della struttura ricettiva di cui fanno parte (hotel, bed & breakfast, eccetera, comprese le piscine demaniali degli stabilimenti balneari);
- piscine domestiche, di pertinenza di un’abitazione privata (nelle tre categorie: 1. interrate; 2. fuori terra; 3. mini piscine);
- parchi acquatici (aquapark), complessi attrezzati destinati al gioco acquatico.
Le piscine condominiali, termali e curative, nonché le piscine comunali coperte (utilizzate per lo più nella stagione invernale, da ottobre a maggio) verranno complessivamente indicate nei grafici come “altro”, perché il numero delle vittime è così esiguo da essere statisticamente quasi irrilevante. D’altra parte, ciò non significa che da esse non vengano informazioni importanti. Per quanto riguarda le piscine domestiche, invece, per un male inteso senso della privacy, queste non sono mai state oggetto di regolamentazione; tuttavia i dati presentati fanno pensare che il legislatore, trascurandole, abbia fatto un grossolano errore di valutazione.
Lo scopo della classificazione è guidarci verso meccanismi e scenari di incidenti di annegamento tipici di ciascuna classe. Il tipo di piscina – per le caratteristiche tecniche o gestionali possedute – fornisce infatti una parte importante della spiegazione, del perché le persone vi annegano. Ciascun tipo di piscina presenta un proprio rischio specifico. In questo articolo faremo parlare soprattutto i numeri – con qualche scarna spiegazione – riservando un’interpretazione dei fatti a una seconda analisi che verrà pubblicata il mese prossimo. I dati – che qui sono soltanto una selezione – sono tratti dal rapporto Istisan 25 dell’Istituto superiore di sanità, a cura dell’Osservatorio nazionale dell’annegamento, di prossima pubblicazione.
In Italia annegano in media circa 370 persone l’anno, di cui 270 durante la balneazione (un’attività ricreativa in cui si entra in acqua per gioco o divertimento, per il semplice piacere di farlo: quando si va a fare il bagno o a nuotare). Di queste 270, le vittime in mare (sulle spiagge) sono il 58%, nelle acque interne (fiumi e laghi) il 32%, nelle piscine il 9%.

Il grafico successivo ci dà il numero delle vittime nelle piscine negli anni dal 2016 al 2021, con una media di 25 annegati l’anno. Di questi anni abbiamo dati piuttosto precisi che possono essere utilizzati, per la vicinanza temporale, come indicativi anche dell’oggi. I dati sono stati calcolati per difetto e i numeri risultanti devono essere letti come “non meno di questi”. Il 2020 – l’anno del Covid, quando le piscine furono per alcuni mesi chiuse e poi contingentate – non fa testo.

I grafici seguenti ci danno invece il numero delle vittime, in percentuali, per tipo di piscina. Nel grafico di sinistra le piscine demaniali sono scorporate dalle piscine turistiche, alle quali peraltro appartengono come categoria. Le piscine degli stabilimenti balneari hanno caratteristiche particolari perché assoggettate anche all’ordinanza di sicurezza balneare delle Capitanerie di porto, che prevede sempre l’obbligo dell’assistente bagnanti e qualche altro accorgimento di sicurezza. Le mini piscine (quelle gonfiabili, del tipo “pronte all’uso”, poco più che un giocattolo) appartengono come categoria alle piscine domestiche e vengono indicate a sé, nel grafico di sinistra, perché presentano la stessa frequenza (5%) degli incidenti di annegamento dei parchi acquatici (!), ben altrimenti pericolosi, il che rivela l’alto rischio di questi manufatti. Il grafico di destra incorpora le piscine demaniali nelle piscine turistiche e le mini piscine in quelle domestiche, dando un quadro globale della situazione.

I due grafici seguenti sono i più rilevanti per i nostri interessi. Ci rivelano che il grosso delle vittime, tra il 53 e il 55%, sono bambini della classe di età compresa tra i 18 mesi e i 12 anni. Non ci sono bambini più piccoli annegati nelle piscine. Il bambino piccolo che annega è un bambino che, sfuggito all’attenzione dei genitori, cade in acqua senza che nessuno se ne accorga; e per farlo deve essere in grado di camminare abbastanza speditamente.
Gli annegamenti si interrompono poi bruscamente all’età di 12 anni. La spiegazione di questo fatto va cercata in un dato culturale confermato dai dati relativi agli altri corpi acquatici esaminati. Nelle classi di età relativi agli annegamenti in mare o nei fiumi, gli incidenti cominciano ad addensarsi proprio a cominciare dai 13 anni. A questa età il bambino diventa adolescente e gli viene accordata dalla famiglia una libertà che prima non gli veniva concessa. Non va più in piscina sotto la tutela di mamme o papà, ma quasi sempre con un gruppo di coetanei va al mare o nei fiumi a fare il bagno, spesso a insaputa degli stessi genitori. Quindi non annega più nelle piscine, ma in altri corpi idrici.
La classe successiva – dai 13 ai 19 anni – è in forte calo, ma conserva una certa significatività. Una voce importante qui è probabilmente quella dell’epilessia (che mette lo zampino, purtroppo, in molti episodi di annegamento di adolescenti), ma non abbiamo dati in grado di confermare l’ipotesi o di quantificarla, data la reticenza che circonda questa malattia. Probabilmente – questa è l’ipotesi – il ragazzino che ne è affetto continua a frequentare la piscina, anche dopo i 12 anni, perché si sente più sicuro o protetto in un corpo idrico circoscritto, non soggetto ai pericoli tipici delle acque aperte.

Le classi successive – dai 20 ai 59 anni – presentano un plateau che rivela l’assenza di cause sistematiche capaci di produrre annegamenti, che riprendono invece a salire dai 60 anni. Le due classi di età critiche (0-12, e >60) rivelano che gli annegamenti tipici delle piscine sono quelli di bambini non nuotatori o di anziani colpiti da un malore o da un mancamento in acqua. Rivelano anche, ma saremo più precisi nel secondo articolo, che il problema dell’annegamento nelle piscine è un problema “attentivo”. I bambini, e in subordine gli anziani, annegano perché nessuno se ne accorge.

Il grafico seguente ci dice invece che gli anziani annegano in pratica solo nelle piscine turistiche e in quelle aperte al pubblico. I bambini annegano anche nelle piscine domestiche, ma qui il dato è eclatante: delle 21 vittime degli anni 2016 -2021, 20 sono bambini. Nelle piscine domestiche annegano quasi esclusivamente bambini.

Il grafico sottostante mostra, in percentuali, i dati sui bambini che annegano nelle piscine.

Per avere un’idea e per quantificare in qualche modo la pericolosità delle piscine per i bambini, possiamo confrontare questi dati con quanto accade negli altri corpi idrici, ovvero mare e acque interne. Il grafico successivo mette in rapporto il numero complessivo delle vittime di un corpo idrico con quelle dei bambini che vi annegano, indicando le rispettive percentuali.

L’ultimo grafico ci dà infine le percentuali dei bambini che annegano complessivamente nei vari corpi idrici. Su 100 bambini annegati, 23 annegano in mare, 14 nelle acque interne e 63 nelle piscine.

Se ce n’era bisogno, il grafico ci dice che la piscina – considerato il luogo più sicuro dove fare il bagno – è invece quello più pericoloso per questa classe di età. Nella seconda parte dell’articolo, cerchiamo di spiegare questo apparente paradosso: leggi “Piscine e bambini, come prevenire i rischi di annegamento“.
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