La Federazione italiana salvamento acquatico (Fisa) si scaglia contro «il nuovo monopolio del governo per il rilascio dei brevetti di assistente bagnanti», come lo definisce lo stesso presidente dell’associazione Raffaele Perrotta. Fisa è autorizzata dal 2010 alla formazione dei bagnini di salvataggio, ma il recente decreto ministeriale n. 85 del 28 maggio 2024 nella pratica ha creato un monopolio a favore della Federazione italiana nuoto (Fin), lasciando alla deriva le altre due storiche associazioni, la Società nazionale di salvamento (Sns) e la Federazione italiana salvamento acquatico (Fisa). Quest’ultima ora si appella allo Stato affinché apporti i necessari correttivi.
«Siamo indignati», sono le ferme parole pronunciate da Raffaele Perrotta. «È stato emanato un decreto altamente discriminante che favorisce una sola realtà, scritto male e che rischia di paralizzare e depotenziare un settore importante come quello del soccorso acquatico a svantaggio soprattutto degli assistenti bagnanti, che dovrebbero e devono essere il punto centrale intorno al quale costruire e studiare leggi. Sebbene l’obiettivo dichiarato fosse quello di favorire e incoraggiare l’accesso alla formazione per il personale addetto al salvataggio in acqua, in linea con la direttiva europea Bolkestein (2006/123/CE), nella pratica ha consolidato il monopolio della Federazione italiana nuoto… per ora». Con ciò Perrotta intende chiaramente dire che la Fisa non starà a guardare e metterà in campo tutte le proprie risorse per contrastare il nuovo decreto.
Ma la federazione si aspettava un simile decreto? «Sinceramente non mi sorprende affatto, considerando gli sforzi della Fin per ostacolare l’attuazione del decreto n. 206 del 2016 e in passato la stessa Fisa», afferma Perrotta. «Questo decreto sarebbe potuto diventare un vero e proprio esempio dell’Italia nei confronti di tutti gli altri paesi europei. Ma per farlo, occorreva una seria tavola rotonda basata su uno studio dettagliato, fatto da professionisti veri e non dello sport, valutando tutti gli elementi di un’attività professionale. In questo modo si sarebbe potuta creare quella serie di leggi e regolamenti basati soprattutto su un risk-assessment, attraverso dei programmi sviluppati da professionisti. Tutto ciò per limitare il fattore rischio nell’ambiente acquatico e non solo».
Secondo Fisa, il decreto metterebbe a rischio il settore del salvataggio in ambito acquatico: «Il decreto va contro ogni aspettativa che la Fisa attendeva, nonostante i vari esposti alle autorità e ministeri competenti», sottolinea Perrotta. «Infatti, venendo a sparire totalmente gli esami da parte delle Capitanerie di porto, esiste il pericolo che la formazione non venga svolta secondo i parametri di un’alta professionalità. Già prima la Fisa denunciava una falla nel sistema che permetteva ad alcuni di convertire il proprio brevetto da marinaio di salvamento in piscine interne a quello per il mare, con una semplice prova di voga e senza alcuna verifica da parte dell’autorità competente in merito alle effettive capacità dei discenti». Il presidente della Fisa ribadisce poi quanto già emerso dal nostro recente articolo che annunciava il monopolio Fin sulla formazione dell’assistente bagnante: «Ciò che sembra essere sfuggito al Garante della concorrenza è la disposizione che monopolizza la formazione al salvamento: l’allenatore di nuoto per salvamento di secondo o terzo livello (Snaq) è infatti un titolo che attualmente può essere rilasciato solo dalla Fin sotto l’egida del Coni. Si tratta di un monopolio passato stranamente inosservato. Peraltro, introdurre un brevetto sportivo a garanzia di un settore delicato e professionale come quello del salvamento acquatico è come dire che un sub sportivo potrebbe essere assunto a lavorare su piattaforme in mare, al posto di un sommozzatore OTS (operatore tecnico subacqueo)».
Perrotta ricorda infine che «la Fisa era il settore salvamento della stessa Fin, ma in seguito al “decreto Melandri” è stata separata dalla stessa per diventare un ente di formazione professionale». Secondo Perrotta, il decreto avrebbe dovuto considerare fattori di gran lunga molto più importanti per la salvaguardia della vita umana, come per esempio i metri lineari delle spiagge dove un assistente bagnante è costretto a controllare da solo un perimetro di 150/200 metri lineari per 300 di specchio d’acqua, «favorendo associazioni a discapito della sicurezza e incolumità degli assistenti bagnanti».
Sulla vicenda, gli animi si stanno scaldando e nelle prossime settimane ci sarà senz’altro modo di ritornare sull’argomento. La questione è infatti già al vaglio dell’Agcm, del Consiglio di Stato e della Comunità europea; inoltre è stata oggetto di un’interrogazione presentata dal parlamentare Luigi Nave (M5S) al ministro delle infrastrutture Matteo Salvini.
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