Attualità

Una “Carta del waterfront” per ridefinire la linea di costa

L'architetto Cristian Gori illustra la proposta lanciata in occasione della Biennale dello spazio pubblico a Roma

Tra i tanti spunti e riflessioni emersi al convegno “Spiagge 2035: i cambiamenti climatici fra aspetti economici e ambientali”, tenutosi lo scorso 9 ottobre in occasione della fiera InOut di Rimini, particolarmente rilevante è stata la proposta di una “Carta del waterfront” promossa dall’architetto Cristian Gori, assieme all’associazione WaterfrontLab presieduta da Franco Giacotti. L’idea è stata avanzata per la prima volta in occasione della Biennale dello Spazio Pubblico svoltasi a Roma lo scorso settembre: si tratta di un documento che intende sensibilizzare l’attenzione ai territori dei waterfront, cercando di definire caratteristiche, tipologie, requisiti e obiettivi. Un tema divenuto negli ultimi anni oggetto di attenzione per la riqualificazione di molti tratti del territorio costiero italiano.

“Oltre a richiamare l’attenzione al riconoscimento delle architetture balneari, è opportuno riconoscere e richiamare l’attenzione al concetto di waterfront come argomento specialistico”, afferma Gori. “Col termine waterfront non possiamo più limitarci alla semplice connotazione di un fronte acquatico, ma occorre approfondire e ampliare l’argomento; analizzando caratteristiche ambientali, funzioni urbane e ambiti disciplinari. È importante capire che esistono tipologie differenti di ambienti waterfront: costiero-marittimo, fluviale, lacustre, lagunare e portuale. Si può parlare di waterfront per opere che riguardano architetture prospicienti un fronte d’acqua, ma anche per opere infrastrutturali come piattaforme o cantine subacquee per affinare il vino”.

La proposta del documento vorrebbe aiutare a configurare e dare organicità all’argomento, proprio a fronte della complessità operativa dei contesti coinvolti, che implica l’interazione di molteplici conoscenze professionali; dall’analisi ambientale dell’ecosistema, alla progettualità architettonica e idraulica, alla complessità delle numerose normative. “Parlare del rapporto terra-acqua in ambito progettuale urbanistico significa evidenziare un passaggio interpretativo da una semplice condizione di natura (come avveniva in passato) alla consapevolezza di una forma di cultura dei nuovi luoghi”, sottolinea Gori. Un argomento che i balneari italiani stanno vivendo sulla loro pelle, a causa delle molteplici complessità che si trovano a dover affrontare: dall’irrisolta questione della direttiva Bolkestein ai fenomeni di erosione, dalle sempre più frequenti calamità naturali alle necessarie scelte costruttive per ammodernare i propri stabilimenti.

“La proposta della “Carta del waterfront” potrebbe aiutare a costruire un linguaggio comune, ma soprattutto riconoscere l waterfront come una specifica disciplina insediativa, generatore di spazio pubblico sulla quale aprire nuovi scenari nel campo urbanistico”, aggiunge Gori. “Molte di queste riflessioni sono la sintesi dell’esperienza maturata sul campo con la realizzazione del piano dell’arenile e lungomare Carrà di Bellaria Igea Marina, ma anche il contributo maturato con WaterfrontLab a Milano e con la Biennale dello Spazio Pubblico a Roma. Ritenevamo logico lanciare questa proposta a Roma, essendo la più vasta città italiana di mare. Uno degli aspetti a nostro avviso più interessanti inseriti in questa carta è il richiamare, per gli ambienti waterfront, la creazione di luoghi pubblici incentrata sui requisiti di sicurezza, inclusività e sostenibilità”. Requisiti che riprendono gli obiettivi del punto 11.7 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un documento sottoscritto nel settembre 2015 dai governi di 193 Paesi membri dell’Onu, finalizzato a delineare un programma d’azione volto a promuovere il benessere delle persone e la salvaguardia del pianeta.

“Abbiamo cercato di tradurre questi obiettivi negli interventi realizzati recentemente dove siamo stati coinvolti come progettisti”, conclude l’architetto. “L’intenzione di fondo è quella di concepire i waterfront come una peculiarità territoriale, da trattare come specifica disciplina insediativa, dove l’azione costruttiva dell’uomo non vada a pregiudicare l’ambiente naturale, ma nello stesso tempo i luoghi realizzati non vengano messi a repentaglio dai fenomeni calamitosi della natura. Premesse e linee guida che potrebbero essere molto utili anche per il futuro degli stabilimenti balneari italiani”.

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