Come possiamo calcolare l’efficienza del sistema di salvamento sulle spiagge italiane? Se rapportiamo il numero delle vittime annegate a quanti di questi annegamenti avvengano in assenza di bagnini, otteniamo un indice dell’efficienza del servizio. La media, calcolata su base regionale e in base ai tipi di annegamento (le cause e i tipi di annegamento sono molteplici), dà un indice generale per l’Italia di 0,60. Questo significa che su 100 episodi di annegamento, 60 avvengono su spiagge non sorvegliate (l’indice è calcolato negli anni 2016-2021, un dato che possiamo ancora considerare attuale). Un risultato scadente rispetto alla stima – forse un po’ottimistica e sicuramente meno rigorosa – di 0,91 calcolata quindici anni prima, nel 2008, quando sulle spiagge sorvegliate avveniva solo un annegamento su dieci. Il sistema di salvamento aveva in pratica azzerato l’annegamento sulle spiagge italiane ove fossero presenti bagnini di salvataggio.
Le ragioni di questo calo vistoso sono più d’una, ma tra queste, una balza agli occhi. Se esaminiamo, per non complicarci la vita, solo il caso degli annegamenti nelle correnti di ritorno provocate dal moto ondoso, otteniamo un indice di 0,74 (quasi 3 casi di annegamento su 4 avvengono dove non c’è un servizio di salvataggio attivo). La media sale sensibilmente a 0,84 (più di 4 casi su 5 accadono in assenza del servizio) se si escludono le regioni del Medio e Alto Adriatico – Abruzzo, Marche, Emilia Romagna e Veneto – dove il rapporto si attesta su 0,45 (più di una vittima su 2 annega in una corrente di ritorno pur in presenza di bagnini). Perché in queste regioni, nonostante l’efficienza assicurata da piani collettivi di salvataggio e un’ottima organizzazione del servizio, la sicurezza garantita dai bagnini si abbassa oggi così sensibilmente?
Un dato che balza agli occhi è che dall’Abruzzo in su le ordinanze balneari prevedono la presenza obbligatoria di una postazione di salvataggio ogni 150 metri a fronte degli 80 metri previsti nel resto d’Italia. Il motivo che giustifica il diverso provvedimento è che la conformazione di queste spiagge – per lo più spiagge “piatte” la cui pendenza del fondale si attesta sul metro per cento – le rende meno pericolose, ma i dati in nostro possesso dimostrano invece che, oggi almeno, non è affatto così. Dobbiamo ipotizzare invece che la norma che stabilisce la copertura massima di una postazione di salvataggio sia il riflesso dei rapporti di forza tra le istituzioni e le associazioni sindacali dei balneatori, indipendentemente da valutazioni relative alla sicurezza e l’ordine pubblico. Le spiagge del Medio-Alto Adriatico – le più affollate di Italia, di gran lunga le più artificializzate e quelle in cui si verificano più frequentemente annegamenti improvvisi dovuti a un malore, sono anche le più sindacalizzate e, con la Liguria, le più privatizzate di tutte. Non dovrebbe essere necessario aggiungere tutto questo per capire, del resto, che una postazione di salvataggio che copre il doppio di un’altra abbia un’efficienza ridotta della metà. Se si considera il metraggio, lo specchio acqueo che un bagnino di Rimini o di Cervia deve sorvegliare, grazie anche alla “piattezza” del fondale, raggiunge 30.000 mq, affollatissimi di bagnanti.
Una delle giustificazioni del pessimo risultato conseguito da queste regioni, soprattutto di Romagna e Veneto, è che il numero molto grande delle vittime di annegamento sia dovuto alla fortissima affluenza e al grande successo turistico di questi litorali. E’ indubbio che, dove vi sono più bagnanti, più numerose sono le occasioni di annegamento. Questa è solo in parte una spiegazione, ma come detto, è più una giustificazione o una scusa maldestra. Se gestisco un ristorante e mi necessitano 10 camerieri per 100 avventori, nel caso in cui, grazie alla mia indubbia abilità, i clienti raddoppiano, quanti camerieri devo utilizzare? Non è un problema difficile, ma in queste regioni li hanno ridotti della metà invece di raddoppiarli. Eppure si dice che la matematica non è un’opinione.
Sull’Adriatico, un’ottima organizzazione del servizio e soccorritori professionali – con postazioni sopraelevate presidiate regolarmente, ma a una distanza oggi eccessiva, 150 metri una dall’altra – non risulta più adeguata quando sono richieste maggiori capacità attentive per il grande affollamento, la dispersione sul fondale e la presenza di numerosi anziani tra i bagnanti. Una spiegazione più seria è infatti che in questi ultimi due decenni sia cambiata sensibilmente quella che si chiama “struttura generale dell’annegamento”. Il tipo di annegamento di gran lunga più frequente è diventato quello in seguito a un malore o un piccolo handicap di anziani che camminano in acqua. Su molte spiagge camminare in acqua è diventato, negli ultimi due decenni, un’attività di massa come fare il bagno o nuotare. Ma purtroppo nessuno – nonostante il numero delle vittime in aumento costante in alcune voci di annegamento – si è ancora reso conto del cambiamento in atto che sta rendendo obsoleto il sistema.
L’annegamento in seguito a un malore viene visto come qualcosa di inevitabile contro cui non c’è nulla da fare, un “act of God”, come dicono gli inglesi, un evento imprevedibile dovuto a cause naturali di cui nessuno ha colpa. Le persone anziane muoiono in acqua perché sono “fragili”, affette da comorbilità e acciacchi vari. Alla fine della stagione è ormai un leitmotiv nelle regioni del centro nord, maggiormente colpite: “Non ci sono stati di fatto che pochi annegamenti, perché tutti o quasi gli eventi infausti hanno riguardato persone anziane, annegate perché colpite in acqua da un malore”. Forse le regioni che li accolgono dovrebbero aumentare il numero dei “camerieri” invece di ridurlo.
Il servizio di sorveglianza e salvataggio sulle spiagge si sta deteriorando di fronte a una struttura complessiva dell’annegamento mutata e non sa rispondere alle sfide di una situazione resa diversa soprattutto dall’invecchiamento della popolazione italiana (e in subordine per la presenza degli immigrati). Il sistema – per dirla con una parola di moda oggi – non si è dimostrato resiliente. Il calo nell’efficienza del sistema – da 0,91 a 0,60 – è di natura attentiva. Pensato soprattutto come un sistema in grado di riportare a terra un pericolante, il salvamento italiano sta rivelando i suoi limiti quando, come accade soprattutto nelle regioni del centro nord, la difficoltà più grande si rivela invece nell’individuare in tempo utile una vittima non in grado di inviare espliciti segnali d’aiuto.

I dati relativi agli annegamenti in Italia vengono presentati, nella cartina sopra, su base regionale. Le Regioni hanno in Italia voce in capitolo nella gestione amministrativa delle spiagge (il demanio “ricreativo” è affar loro): una legge infatti distribuisce tra lo Stato e le Regioni dei compiti istituzionali diversi relativi al demanio e l’immagine offerta da questi dati riflette anche una politica ormai ventennale delle Regioni che ha accentuato, se era possibile, la difesa di interessi settoriali a spese dell’interesse pubblico, sacrificando la sicurezza della balneazione alla tutela economica di un gruppo di pressione potente.
Le regioni italiane presentano, d’altra parte, dimensioni che possono render conto e illustrare i diversi risultati. I 37 km della costa ionica della Basilicata (un annegamento in sei anni) li rendono poco comparabili con i 1.623 km della Sicilia (80 annegamenti), ma possono essere confrontati con i 37 km della costa ravennate che, da Casalborsetti a Lido di Classe, hanno provocano in anni passati fino a 12 annegamenti in una estate. I 130 km dell’Emilia-Romagna d’altra parte – un litorale interamente balneabile, privatizzato da interminabili teorie di stabilimenti balneari – dovrebbero per lo stesso motivo farci sobbalzare dalla sedia per il triste primato che questa regione vanta oggi in pressoché tutte le voci di annegamento.
Il grafico seguente indica, per ciascuna regione, il numero delle vittime (N) nei sei anni 2016-2021, per km lineari di spiaggia balneabili.

La Romagna presenta un morto ogni 1,1 km di litorale balneabile nei sei anni 2016-2021. Uno dei motivi di questo alto indice è l’eccessiva artificializzazione del litorale romagnolo. La spiaggia artificializzata indica la spiaggia trasformata da opere di difesa costiera (pennelli e barriere parallele per lo più) in qualcosa di diverso, messa a fuoco sotto il profilo dei pericoli creati per la balneazione. Queste strutture difensive, che alterano radicalmente la morfodinamica di un fondale, sono in grado di provocare pericoli tra i più grandi per i bagnanti e hanno trasformato quelle che erano spiagge naturali poco pericolose – a basso indice di rischio – in spiagge ad altissimo rischio.
Ovviamente, quello dell’efficienza del servizio di salvataggio è solo una faccia della medaglia che le due controparti (concessionari balneari e marinai di salvataggio) si rimbalzano tra loro e utilizzano per discutere, perché non meno importante è l’altra faccia, quella della sicurezza dei soccorritori. La norma dei 300 metri per postazione nell’orario 12,30 – 14,30 è una norma, per la mia esperienza, aberrante se letta su entrambi i risvolti. Se il mare è calmo, la questione che si pone è solo a carico del pubblico, perché controllare uno specchio acqueo abnorme significa che il bagnante che è in difficoltà o che annega in questo orario dovrà contare quasi esclusivamente sulla sua buona stella. Ancora una volta, viene addotto che questo provvedimento è dettato dalla scarsa affluenza in questo orario. Ma a dispetto della scarsa affluenza, questo orario presenta uno dei picchi dell’annegamento durante la giornata balneare (cioè in questo orario la gente annega di più). Non possiamo dare spiegazioni o numeri oggi, lo faremo in altra occasione, ma un operatore – balneare o marinaio di salvataggio che sia – sa, o dovrebbe sapere, che le persone che vengono al mare a mezzogiorno ci vengono perché si sono alzate tardi (sono in vacanza) o perché sono nella pausa di lavoro. A dispetto delle condizioni del mare, il bagno lo vogliono fare comunque.
Le condizioni cambiano col mare mosso. Se il mare è molto mosso o agitato o durante una mareggiata, anche un marinaio di salvataggio potrebbe trovarsi in difficoltà e se il compagno più vicino è a 300 metri di distanza, sarà in pratica da solo e non potrà contare su nessuno. Come se un pompiere fosse inviato da solo a spengere un incendio: questa norma inadeguata non garantisce le condizioni minime di sicurezza. Questo spiega in sostanza perché le spiagge della Romagna, un tempo non molto lontano le più sicure e le meglio gestite, sono diventate invece la maglia nera d’Italia. Un servizio collettivo di salvataggio – inventato in Italia proprio dai romagnoli (!) e invidiato e copiato da tutti – è diventato il più individualistico. E il meno sicuro, a giudicare dai numeri.
Come è noto, un decreto del Ministero dei trasporti ha allungato quest’anno l’obbligo del servizio di salvataggio da parte degli stabilimenti balneari di qualche settimana. Non si può fare a meno di pensare che il provvedimento dei 300 metri sia stato una compensazione, una rivalsa o uno sconto per chi deve pagare il servizio. Ho letto e leggo i commenti di balneari – molti dei quali conosco e stimo – che non stanno né in cielo né in terra. Sono solo discorsi, e “quando un uomo coi discorsi incontra un uomo coi numeri, l’uomo coi discorsi è un uomo morto” (cit. Giuseppe Andreana, Federazione Italiana Nuoto).
© Riproduzione Riservata















