Per avere un quadro complessivo della situazione italiana sulla sicurezza della balneazione, dopo avere presentato i dati relativi agli annegamenti sulle spiagge del mare e nelle piscine, esaminiamo ciò che emerge dalla ricerca sugli episodi di annegamento nelle acque interne. Per “acque interne” si intende una varietà assai ampia di ambienti e corpi idrici: non solo fiumi e laghi, ma anche torrenti, canali, bacini artificiali, rogge, cave e stagni. Il tributo di vittime di questi corpi acquatici è molto grande, soprattutto se il numero di chi li frequenta – espresso in migliaia – è rapportato a quello di chi frequenta le spiagge marine (alcune delle quali da sole, come Rimini o Cavallino-Treporti, vantano presenze giornaliere misurabili in milioni per stagione balneare). Dal che ci si può fare un’idea del rischio altissimo che corrono i frequentatori di questi ambienti.
Il rischio dipende soprattutto da alcuni fattori:
- La maggioranza delle vittime sono immigrati che non sanno nuotare, “non-nuotatori” che, per ragioni culturali ed economiche, trovano soprattutto nei corsi d’acqua un sostituto delle spiagge del mare.
- Con la parziale eccezione dei laghi più grandi, non c’è un servizio di sorveglianza e salvataggio dei bagnanti.
- La pericolosità intrinseca dei fiumi e dei canali.
Teatri degli incidenti sono quasi sempre delle “località balneari” improvvisate, dove un cartello (per esempio, “vietato bagnarsi”) non è certo sufficiente per tenere lontano i malcapitati che, nella calura delle zone interne, vanno a cercare un refrigerio o un’occasione di svago a costo zero. Inoltre la bellezza e lo scenario di alcuni nostri fiumi, che tornano dopo un periodo di scempio ecologico a essere nuovamente – almeno di fatto – balneabili, costituisce per molti, italiani o immigrati, un irresistibile richiamo.
La quasi totalità dei fiumi in Italia non è considerata balneabile dalle autorità regionali, quindi sulle loro sponde non vi sono bagnini e, in teoria, non vi dovrebbero essere nemmeno bagnanti. La situazione di alcuni fiumi – come l’Adda, il Ticino, l’Oglio, il Piave, il Tagliamento, l’Adige, il Po, il Reno – ricordano quelle delle spiagge libere del mare, dove un cartello sostituisce l’impegno che dovrebbe assumersi la comunità responsabile di un territorio nel quale accadono ripetutamente incidenti mortali.
Le vittime designate sono in gran parte immigrati, giovani, che non sanno nuotare (appena giunti nel nostro paese, ma anche di seconda generazione). Molti sono africani (della fascia equatoriale o magrebini), ma anche indiani, cinesi, ecuadoregni o dell’Est Europa (soprattutto rumeni). In genere provengono da zone continentali lontane dal mare e, a differenza degli italiani, conservano come retaggio della loro cultura una maggiore dimestichezza con l’idea di fare il bagno nei corsi d’acqua, nei bacini artificiali, nelle cave, negli stagni, nei canali. Gli italiani hanno perso questa abitudine (ancora fiorente negli anni sessanta e settanta) e solo negli ultimi anni stanno recuperando alcune sponde che si prestano in qualche modo a fare da succedaneo delle spiagge marine. Gli italiani che annegano lungo i fiumi o nei corsi d’acqua sono in gran parte persone in su con gli anni, che cadono in acqua passeggiando lungo l’alzaia di un canale o pescando dalla riva di un fiume. I laghi presentano una casistica variegata, più in linea con quanto accade in mare.
Gli “esperti” che si pronunciano, quando si verifica un episodio di annegamento, non vanno molto al di là delle generiche affermazioni che i fiumi sono pericolosi (più del mare), che i laghi sono diversi e che bisogna conoscerli o che si debba esser prudenti; per tacere dell’acqua dolce, più subdola dell’acqua salata. Aria fritta. I pericoli più tipici dei fiumi e dei torrenti (mulinelli, rulli, colini, nicchie o sifoni) provocati dalla forza della corrente e la morfologia del fiume sono ad altissima letalità – raramente offrono una via di scampo a una vittima – ma costituiscono di fatto un rischio assai più limitato rispetto all’acqua mossa in se stessa.
La causa del più grande numero di annegamenti in un fiume, un torrente o un canale di scorrimento è l’acqua viva. Anche nel caso del fiume, i pericoli sono occasionati da grandi masse d’acqua in movimento, azionate in mare dalle onde, qui dal declivio lungo il quale scende il fiume. La situazione più tipica di un incidente di annegamento è che la vittima, che non sa nuotare, fa il bagno sottostimando l’esistenza della corrente che improvvisamente lo trascina in acqua fonda.
La zona che scelgono per bagnarsi – una spiaggia lungo il fiume, cioè una sponda bassa e piatta che permetta di entrare in acqua agevolmente e di sostare sulla riva come se fossero al mare – prevede una zona di calma protetta da un ostacolo o un’ansa del fiume (una “morta”). La corrente del fiume, debole per la povertà delle acque d’estate, non spaventa più di tanto, ma trae in inganno la vittima che non vede quella linea di confine (eddy line) tra la morta – che presenta una debole corrente a ritroso o una zona di calma – e quella del fiume che con una velocità anche minima – anche meno di un metro al secondo – è in grado di trascinarla via, in acqua fonda, annegandola senza scampo. Ancora, si deve notare che il filone della velocità raggiunge il massimo al centro dell’alveo, laddove ai lati si riduce per l’attrito dell’acqua con le sponde, e anche questo può trarre in inganno una vittima inducendola a sottostimare la forza della corrente o a non vederla affatto Il fiume, d’estate, non dà quegli avvertimenti che dà il mare quando si agita (e i bagnini issano le bandiere rosse). Povero di acque, riesce a nascondere con successo i pericoli dell’acqua viva.
Molti laghi, d’altra parte, sono subdolamente scoscesi perché presentano sulla riva una breve piattaforma seguita da un baratro che può ingannare un non-nuotatore anche per la scarsa trasparenza dell’acqua. Ben nota alle popolazioni rivierasche e ai pescatori, si tratta di una piattaforma lacustre che precede la falesia (di cui testimonia l’arretramento) o che si è formata per l’accumulo di detriti. Anche in questo caso gli episodi di annegamento – che riguardano immigrati – sono per lo più annegamenti di persone che non sanno nuotare e che l’apparente assenza di pericoli dell’acqua calma di un lago, uno stagno o una cava fa loro sottostimare il rischio altissimo che corrono. Il seguente grafico rende conto di quanto detto.

Nella grande maggioranza dei casi, gli immigrati annegano perché non sanno nuotare (89%). Solo nel 5% dei casi incappano in un pericolo geomorfologico del fiume o di un lago o cadono in acqua senza volerlo (5%). A differenza degli italiani-europei, non vi sono quasi casi di annegamento in seguito a un malore (1%) né di incidenti durante un’attività sportiva (0%). Gli immigrati infatti sono assai più giovani degli italiani (il che spiega l’assenza di malori) o non vanno certamente in canoa (il che rivelerebbe una diversa dimensione culturale della balneazione). L’unica attività balneare degli immigrati è in pratica quella di fare il bagno.
Come mostra grafico seguente, gli immigrati sono il 57% complessivo delle vittime dei tre corpi idrici (laghi, fiumi, canali). Per “immigrati” intendiamo quelli appena giunti nel nostro paese, ma anche quelli di prima o seconda generazione, alcuni dei quali potrebbero essere anche naturalizzati italiani. Il gruppo ha cioè un carattere culturale, non giuridico. Le vittime, pur avendo origini geografiche diverse, presentano lo stesso tratto culturale nel rapporto dell’uomo con l’acqua.

Oltre alla scarsa dimestichezza col nuoto, gli immigrati non hanno la stessa ritrosia degli italiani nel frequentare un ambiente balneare che non sia in qualche modo istituzionalizzato da pratiche correnti: uno stagno, una cava o il fiume sono ottime occasioni per fare il bagno, se non c’è altro a disposizione. I nostri concittadini hanno invece perso questa dimensione culturale. Per un motivo analogo assimiliamo i turisti stranieri agli italiani: si tratta comunque di “turisti europei” che frequentano questi corpi idrici alla stessa maniera (e presentano, negli incidenti, la stessa meccanica: annegano alla stessa maniera degli italiani). Gli incidenti di annegamento sono gli stessi, stesse le cause, stessi i rimedi, quando ci sono.
Gli italiani/europei annegano, rispetto agli immigrati, secondo una casistica molto più variegata che riecheggia quella delle spiagge marine. Il ben diverso peso dei tipi di annegamento spiega d’altra parte un atteggiamento culturale assai differente verso fiumi e laghi rispetto al mare.

Gli italiani che annegano per caduta (43%) o in seguito a un malore (22%) sono per lo più anziani che passeggiano lungo l’alzaia di un canale o pescano lungo la sponda di un fiume. I non-nuotatori e chi annega a causa di un pericolo morfologico sono, per ciascuna voce, solo il 7%. L’alto numero degli sportivi, vittime di annegamento (19%), rileva il diverso uso culturale di questi ambienti da parte degli europei.
Il grafico seguente indica, in percentuali, le vittime nei diversi corpi idrici. Gli immigrati totalizzano il massimo nei fiumi (con il 64%), ma sono maggioranza anche nei laghi (54%) e di poco inferiori agli italiani nei canali (46%). Se ponderassimo le percentuali degli annegamenti ricordando che gli immigrati, compresi anche i non registrati, sono circa il 10% della popolazione in Italia, avremmo un’idea più precisa del rischio corso da questo gruppo sociale, della loro fragilità e della loro predisposizione culturale a frequentare questi corpi idrici (soprattutto fiumi e canali) come ambienti balneari.

Il dato complessivo degli annegamenti nelle acque interne è piuttosto consistente: prendendo come riferimento i sei anni 2016-2021, le vittime sono in totale 470, per una media di 78 decessi annui. Gli episodi di annegamento sono, all’incirca, la metà di quelli che avvengono sulle spiagge marine.

Fiumi e laghi si equiparano per il numero di vittime: ciascuno contribuisce al 44% dei casi (con 201 e 200 vittime rispettivamente nei sei anni presi in considerazione), mentre i canali danno un contributo inferiore, ma comunque consistente: il 12% (56 vittime). La media annua degli annegamenti è sia nei laghi che nei fiumi di 33 vittime, 9 nei canali.
Una curiosità – si fa per dire – sono le vittime del 2020, l’anno del covid: aumentano! Ma la spiegazione è semplice: contingentate le presenze sulle spiagge libere da parte dei Comuni rivieraschi, gli immigrati si sono riversati sulle acque libere dei fiumi e le altre acque interne.

Un’altra curiosità è data dai “canali”. Un lettore attento si sarà chiesto “A cosa si fa riferimento con questo termine? Che tipo di canali?”. Sono i canali di scorrimento, tipici delle regioni del nord, ma dei quali qui non vogliamo dire di più, perché ne parleremo prossimamente in un articolo dedicato.
La cartina seguente descrive la distribuzione dei casi su base regionale. Ci rivela, senza ombra di dubbio, la localizzazione del fenomeno, offrendoci con questo anche una prima spiegazione. Il 49% dei casi si verifica in Lombardia (quasi 1 su 2, per una media di 37 casi annui) e, se a quelli lombardi si sommano poi i casi di Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, si ottiene il 79% del totale: 4 su 5 annegamenti avvengono in queste quattro regioni. Il loro territorio corrisponde al sistema fluviale del Po (il Po e i suoi affluenti) e ai bacini dei fiumi lombardi e veneti che scendono dalle Alpi e sfociano nel Mare Adriatico: il Po, il Sesia, il Ticino, l’Adda, l’Oglio, il Mincio, l’Adige, il Brenta (cui possono aggiungersi il Piave e il Tagliamento nella Venezia Giulia). La linea spartiacque di questo sistema fluviale è costituito dalle Alpi a nord e dagli Appennini, fino al tratto tosco-emiliano, a sud-ovest. Il Po fa la sua parte ma, tutto sommato, ha un ruolo modesto rispetto a quello di altri fiumi che, alimentati d’estate dall’acqua fredda dei ghiacciai, scendono dalle Alpi con una discreta velocità anche in questo periodo colmando un forte dislivello. Anche gli affluenti di destra del Po che scendono dagli Appennini (il Trebbia, Il Secchia, il Panaro) e il Reno, che sfocia a sud delle Valli di Comacchio, hanno una voce in capitolo, seppure minore, forse per la pendenza meno accentuata e la ridotta portata, alimentata d’estate da scarse piogge, ma in grado comunque di aggiungere l’Emilia-Romagna al novero delle regioni più colpite. Se a questo si aggiunge che i quattro laghi prealpini che più contribuiscono al fenomeno (Lago Maggiore, d’Iseo, Lario e Garda) si trovano qui, in Lombardia o ne lambiscono i confini con le regioni limitrofe, avremo una facile, prima spiegazione: in fondo, localizzati gli incidenti, basta guardare una carta geografica per capire.

Alla geografia devono aggiungersi però altri due fattori. Uno, per così dire “storico”, di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, sono i canali di scorrimento che offrono un contributo ragguardevole e che sono tipici di questa stessa area (nei canali i tipi di annegamento hanno un carattere proprio, talora illuminante nel fornire spiegazioni, che vale la pena di tenere distinto da quello degli altri corsi d’acqua). L’altro è il fatto che questo popoloso territorio “continentale” sia il più lontano dal mare, e che quindi le sue acque interne offrano, a chi non possa permettersi una costosa trasferta, un sostituto delle spiagge e l’occasione di fare un bagno non lontano da casa. Ne è prova, al contrario, la Liguria che, con soli 8 casi in 6 anni, non fa parte a questo titolo delle “regioni del nord”. La Liguria ha fiumi brevi e torrentizi, lo spartiacque degli Appennini la separa dal sistema fluviale del Po, ma soprattutto, gli immigrati scendono dal Piemonte e preferiscono andare sulla Riviera di ponente (attorno a Savona, Imperia o Ventimiglia), contribuendo copiosamente ai dati sull’annegamento in mare, perché tutto sommato non abitano troppo lontano dai litorali marini. Gli stessi fiumi piemontesi (affluenti di destra del Po) sono probabilmente per la stessa ragione meno frequentati da bagnanti e quindi, per fortuna, un po’ meno “produttivi” di quelli veneti o lombardi, anche se fanno parte del coro.
Nel resto d’Italia, se si fa eccezione di alcuni grossi laghi (Trasimeno, Bolsena, Bracciano) e alcuni fiumi (il Tevere e l’Arno), che concorrono con una certa regolarità alla voce, le acque interne offrono un contributo quasi solo occasionale.
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