Sicurezza

Piscine e bambini, come prevenire i rischi di annegamento

La piscina non è soltanto un impianto natatorio fatto di acqua e calcestruzzo, ma un microcosmo sociale in cui interagiscono attori con ruoli e atteggiamenti diversi da quelli dei contesti esaminati in altri corpi idrici. Questa è la ragione per cui, parlando di sicurezza della balneazione, dobbiamo distinguere anche tra i tipi di piscina – ambienti fortemente differenziati tra loro da un punto di vista comportamentale e diversamente regolamentati – per afferrare e comprendere i meccanismi causali capaci di provocare incidenti di annegamento. In questo articolo approfondiremo il tema, dopo avere trattato più in generale quello dell’annegamento dei bambini.

L’atteggiamento verso la piscina è di grande fiducia e viene considerata a ragione come il luogo più sicuro dove fare il bagno. Nelle piscine estive scoperte (dove avviene la quasi totalità degli annegamenti) non vi sono quei rischi legati a un ambiente esposto a forze naturali: onde, correnti, vento. Delimitata e circoscritta, la piscina si presta a essere sorvegliata facilmente anche con un numero esiguo di assistenti bagnanti; il fondo ha una forma regolare e l’acqua limpida permette di poterlo controllare integralmente. D’altra parte, la piscina è il luogo ideale per fare sport e allenarsi, ma anche per imparare a nuotare o giocare nell’acqua, ed è quindi frequentata anche da persone che non sanno nuotare, in particolare i bambini. Per la sicurezza che infonde, attira nuotatori scadenti o persone fragili.

In piscina si annega, e indicarla come luogo più sicuro in cui fare il bagno non significa che una piscina sia esente da questo rischio, bensì che i pericoli presenti possano essere messi facilmente sotto controllo. Un impianto “a norma” può escludere quasi del tutto questo pericolo. Come abbiamo accennato nel precedente articolo, la fonte più grande di rischio in una piscina è infatti l’assenza o la scarsa qualità del controllo, per la leggerezza con la quale viene talora gestita da responsabili improvvisati. Vogliamo sottolineare ancora che il pericolo più grande è una gestione maldestra della sicurezza. Il problema degli annegamenti, legato soprattutto a quello dei bambini “non-nuotatori”, è di natura attentiva.

La piscina, a ragione, non incute il timore che incutono il mare o il fiume. I frequentatori adulti sottovalutano però facilmente la fragilità dei bambini non-nuotatori, esposti a un pericolo mortale. Il concetto di “fragilità” è la chiave interpretativa del rischio legato a qualsiasi corpo idrico. Indica il fatto che un gruppo sociale – nelle piscine i bambini, in mare gli anziani, nei fiumi gli immigrati – sia particolarmente sensibile a un pericolo, laddove gli altri gruppi ne sono immuni o quasi. Ciò provoca una sottovalutazione del rischio da parte della massa degli utenti, e purtroppo, nel caso delle piscine, anche di gestori spesso improvvisati. Tale sottovalutazione può rivelarsi letale per la supponenza e la superficialità dei loro atteggiamenti.

Il rischio di annegare in una piscina è sottovalutato. Molte persone non si rendono conto del pericolo mortale che hanno attivato in casa propria o nella propria attività. Se si trattasse di una voragine aperta nel terreno, un pericolo non più temibile per un bambino non-nuotatore di una vasca piena d’acqua, si renderebbero immediatamente conto del pericolo che hanno creato. Anche la pozza d’acqua di una mini piscina domestica può essere altrettanto pericolosa per il bambino che ha da poco imparato a camminare e sfugga all’attenzione dei genitori, cadendo a capofitto nell’acqua. Inoltre, a differenza di una voragine, la piscina è invitante. L’acqua chiara, azzurrina, circondata da siepi e fiori, è l’ornamento di un fabbricato o di una abitazione. Il fatto che, unita alla sua attrazione seducente, non sia affatto pericolosa per adulti e nuotatori, induce a sottovalutare il pericolo anche per quelli per i quali invece la piscina è un pericolo mortale.

I filtri che possono impedire l’annegamento dei bambini

L’attenzione dei genitori, la presenza di assistenti bagnanti e una recinzione adeguata sono i filtri che possono impedire l’annegamento dei bambini. I genitori sono responsabili dell’incolumità e della sicurezza dei loro figli in età minore, dovendo esercitare un controllo protettivo sul loro comportamento soprattutto quando sono piccoli. La protezione sfuma mano a mano che il bambino cresce e diventa adolescente. Infatti, nelle piscine i bambini sotto i 12 anni non possono accedere se non sono accompagnati da un adulto che ne ha la responsabilità. Nella quasi totalità dei casi, il bambino – che non sa nuotare – annega perché, sfuggito all’attenzione dei genitori, cade in acqua o finisce, giocando, nell’acqua profonda.

Oltre al genitore che deve sorvegliare il bambino, l’assistente bagnanti – almeno nelle piscine in cui la sua figura è obbligatoria – è l’altro “filtro” che può impedire l’annegamento. Sia i genitori che gli assistenti bagnanti sono “filtri sociali”, perché prevedono l’interposizione di una persona tra il bambino e il pericolo. Nel caso di una piscina scoperta, a qualunque categoria appartenga, c’è poi il terzo filtro della recinzione, che dovrebbe essere un accorgimento obbligatorio. Molte leggi regionali hanno previsto che le piscine scoperte (all’aperto) siano recintate, di solito indicando questo accorgimento come una delle condizioni per fare a meno della presenza di un assistente bagnanti nelle piscine turistiche. Tuttavia, le leggi purtroppo non specificano le caratteristiche di una recinzione appropriata, lasciando il compito di farlo al gestore responsabile. Vogliamo sottolineare che la recinzione dovrebbe essere comunque un obbligo previsto per tutte le piscine all’aperto, anche per le piscine domestiche, che non sono oggetto di regolamentazione.

La recinzione serve per impedire che un bambino, sfuggito all’attenzione dei genitori, possa entrare nel perimetro della vasca. Blum e Shield (in Guidelines for Safe Recreational Water Environments, vol. 2, “Swimming pools and similar environments”, World Health Organization, 2006, pag. 16) hanno trovato che, tra i casi di annegamento di bambini in piscine australiane da loro analizzati, tutti i bambini sfuggiti all’attenzione dei genitori hanno avuto accesso a una vasca priva di una recinzione e una chiusura adeguata del cancello. Dunque è fondamentale non solo che una vasca sia recintata, ma che sia recintata in modo corretto. Invece in molti hotel, bed & breakfast, campeggi e stabilimenti balneari, pressoché in tutta Italia, le piscine non presentano alcun sbarramento o separazione. Nelle piscine turistiche all’aperto, la recinzione, quando c’è, è realizzata talora da una siepe che ha solo per lo più una funzione ornamentale.

La barriera della piscina deve avere due caratteristiche essenziali:

  1. deve essere a prova di bambino piccolo: ciò significa che un bambino sotto i 4 anni non deve essere in grado di scavalcarla (il 37% degli annegamenti riguarda i bambini più piccoli di 4 anni che hanno accesso a una vasca “chiusa”);
  2. deve fornire un deterrente in grado di trasmettere il segnale al bambino più grande che la recinzione non deve essere scavalcata.

L’Organizzazione mondiale della sanità consiglia che la recinzione sia alta almeno 1,2 metri; che gli assi che la formano siano verticali, non forniscano prese per le mani o i piedi e siano distanziati tra loro non più di 10 centimetri; e che il cancello sia a chiusura e serratura automatica (ovvero che si chiuda da sé facendo scattare la serratura, per evitare di dimenticare di lasciarla aperta). Non ci devono essere gradini, scale o altro vicino alla barriera, che possano facilitarne lo scavalcamento. Queste sono le condizioni minime; ma si possono anche aggiungere 20 centimetri per una maggiore sicurezza (1,4 metri di altezza) e installare assi verticali che finiscano con una punta stondata come deterrente. Sono possibili anche altre soluzioni, come quella indicata nella foto seguente, che forniscono le stesse garanzie.

Piscina del Bagno Nettuno a Viareggio. La recinzione, in questa come nella foto di apertura dell’articolo, è a prova di scavalcamento e rivela la professionalità del gestore, consapevole del rischio che possono correre i suoi clienti.

Le carenze della legge italiana

Il problema in Italia risiede in una legislazione carente. Alcune normative regionali si sono in parte distaccate dall’Accordo Stato-Regioni del 2003 che aveva, sotto il profilo che stiamo esaminando, un atteggiamento più accorto. Secondo l’accordo, infatti, «l’assistente bagnanti abilitato alle operazioni di salvataggio e di primo soccorso, vigila ai fini della sicurezza, sulle attività che si svolgono in vasca e negli spazi perimetrali intorno alla vasca. In ogni piscina dovrà essere assicurata la presenza continua di assistenti bagnanti» (articolo 4.1). Le leggi regionali hanno fatto a gara nell’eludere questa norma, esentando del tutto dall’obbligo, come in Toscana, le piscine turistiche o sostituendo il servizio con accorgimenti gestionali inadeguati, dando ancora una volta prova della permeabilità agli interessi economici privati a dispetto della sicurezza degli utenti.

Uno dei criteri che permette di fare a meno del servizio di salvataggio è dato dalla profondità dell’acqua, se inferiore a 1,4 metri (oppure quando la metratura della vasca è inferiore ai 100 metri quadrati o la quantità dell’acqua è inferiore ai 300 metri cubi; il limite della profondità varia da 1,2 metri in Umbria a 1,6 metri nelle Marche). Con tali condizioni, sembrerebbe che la piscina cessi di essere pericolosa. Ma queste indicazioni sono prive di senso. Come abbiamo visto nel precedente articolo sono i bambini, spesso piccoli, che annegano e l’acqua alta 1,4 metri è per un bambino una profondità abissale. Per quanto piccola sia una vasca, è sempre possibile trovare un bambino abbastanza piccolo da affogarci dentro. La profondità dell’acqua non è dunque un criterio razionale per esentare dal servizio di salvamento. Rileviamo inoltre che, nel caso di un annegamento, vengono in ballo norme di rilievo penale che portano inevitabilmente alla condanna per omicidio colposo il responsabile della piscina che, pur osservando alla lettera una normativa ambigua e mal scritta, si trova in una posizione di garanzia nei confronti degli utenti della struttura. Una cosa pericolosa come la piscina obbliga il suo custode a custodirla come si deve e a risponderne, in base agli articoli 2050 e 2051 del Codice civile.

Le piscine turistiche sono responsabili del maggior numero di incidenti di annegamento che colpiscono i bambini, ma anche di processi e condanne, e su questo che non c’è commento che tenga. Dobbiamo poi lamentare il fatto che il responsabile – il ruolo di gran lunga più importante nella gestione della piscina – sia sprovvisto di un qualsiasi titolo abilitante (con l’eccezione della Toscana e della Sardegna, che prevedono corsi di formazione obbligatori). Il responsabile è in realtà il quarto e più importante filtro, perché deve congegnare quei meccanismi che garantiscano la sicurezza degli utenti. È un mistero come chiunque – che però deve, suo malgrado, utilizzare una metodologia scientifica, come dice la legge! – possa gestire la sicurezza di impianti che possono essere complessi e che richiedono una competenza specifica, anche in merito alla sicurezza balneare, dove è in gioco non un’infezione da stafilococchi, ma la vita.

Sotto il profilo della sicurezza balneare, le piscine domestiche non sono regolamentate a causa di un male inteso senso della privacy, quindi non è previsto l’obbligo di una recinzione. D’altra parte, abbiamo visto che la quasi totalità degli annegamenti di questi impianti riguardano i bambini sfuggiti all’attenzione degli adulti presenti nell’abitazione. Quasi un terzo del totale dei bambini che annegano nelle piscine annegano nella piscina di casa. Abbiamo fatto notare che altri paesi sono corsi al riparo obbligando i proprietari a recintarle correttamente, in pratica azzerando il problema. Sarebbe auspicabile una normativa di autoprotezione simile a quella che ci obbliga a portare il casco sui motocicli o mettere la cintura sugli autoveicoli.

L’importanza degli assistenti bagnanti nelle piscine pubbliche

In questo articolo abbiamo riportato solo i dati, i passi e le osservazioni più importanti di un lungo rapporto Istisan dell’Istituto superiore di sanità di prossima pubblicazione, a cura dell’Osservatorio nazionale dell’annegamento, molto dettagliato e al quale rimandiamo. Concludiamo tuttavia con una breve analisi del ruolo degli assistenti bagnanti, per gettare un po’ di luce su ciò che si verifica effettivamente nei casi di annegamento nelle piscine turistiche.

Come abbiamo detto, nelle piscine turistiche la presenza dell’assistente bagnanti non è sempre garantita. Ma cosa accade quando si verifica un incidente di annegamento fatale? Qual è, quando c’è, il comportamento del bagnino?

Ruolo dell’assistente bagnanti nei casi di annegamento nelle piscine turistiche in Italia (2016-2021).

I casi di annegamento prospettano tre scenari diversi, come emerge dal grafico qui sopra:

  • in 25 casi (53%) il bagnino è assente;
  • in 17 casi (36%) il bagnino è presente, ma interviene richiamato dagli utenti della piscina;
  • in 5 casi (11%) il bagnino interviene troppo tardi.

La prima situazione non ha bisogno di molti commenti: il bagnino non c’è. Punto. I gestori hanno scelto soluzioni alternative (meno costose di un assistente bagnanti) che, pur previste dalla legge, non si sono rivelate all’altezza della situazione perché la vigilanza non è stata adeguata o l’intervento non è stato abbastanza rapido per scongiurare l’annegamento.

Il secondo caso è più problematico. Il bagnino c’è, ma è richiamato da uno o più bagnanti che hanno visto una persona sul fondo. Un incidente di annegamento in piscina – soprattutto quando c’è un bambino di mezzo – finisce sempre nell’aula di un tribunale (a differenza degli annegamenti in mare, dove quasi sempre una sbrigativa indagine elimina il problema alla radice). In un’aula di tribunale – quando sono le testimonianze sotto giuramento che documentano il fatto – risulta, pressoché regolarmente, che il bagnino non era presente a bordo vasca o che era impegnato in altri compiti. Il film è pressoché sempre lo stesso. Sono due o più persone che, di regola, chiamano l’assistente bagnanti, e questo ci descrive con precisione ciò che accade: qualcuno vede una persona sott’acqua e immobile, ci pensa un po’ e dopo essersi convinto che forse c’è un problema, richiama l’attenzione di un altro, confabulano un attimo ancora e poi chiamano. Col tempo che, inesorabile, passa. È l’atteggiamento tipico di una persona normale che si trova improvvisamente di fronte a un fatto per lui eccezionale, che ha bisogno di sostegno per agire (anche solo per chiamare) e di un po’ tempo per rendersi conto che sì, forse c’è un problema. Una situazione ben diversa da quella dell’assistente bagnanti, il cui ruolo richiede invece la comprensione immediata dell’accaduto e un intervento tempestivo. Quando c’è, l’assistente bagnanti deve essere presente e non è distratto da altri compiti. In questi casi è il responsabile che, con la connivenza del bagnino, intenzionalmente manomette il sistema di sicurezza dell’impianto: per esempio, per risparmiare sulla manodopera, il responsabile assegna anche altri compiti all’assistente bagnanti, cioè quello di manutentore o di cameriere del bordo vasca.

La terza situazione, infine, è l’unica che lascia adito a dubbi (difatti è l’unica in cui, con un buon avvocato, il processo può concludersi con un’assoluzione, anche se ciò accade di rado). Quando il bagnino interviene da sé, non richiamato da altri, ma comunque lo fa troppo tardi, deve giustificare il ritardo con cui è intervenuto e deve essere in grado di dimostrare nel processo – mediante testimonianze – la sua presenza attiva e continua sul bordo vasca. È l’unica situazione in cui, seppure raramente, si possa fare ricorso al “caso fortuito” che può esimere da una gravosa responsabilità penale.

Ovviamente non possiamo dire che questo sia l’andazzo delle piscine commerciali; possiamo dire però che è l’andazzo delle piscine commerciali dove le persone – in maggioranza bambini – annegano.

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Dario Giorgio Pezzini e Francesco Bianchi

Dario Giorgio Pezzini è consulente della Federazione italiana nuoto per i problemi relativi alle spiagge, membro del Gruppo nazionale per la ricerca sull’ambiente costiero e dell'Osservatorio nazionale sull'annegamento dell'Istituto superiore di sanità. Francesco Bianchi, giornalista, ha ricoperto il ruolo di consigliere nazionale della Società nazionale di salvamento ed è membro dell'Osservatorio nazionale dell'annegamento del Ministero della salute e del Gruppo nazionale per la ricerca in ambiente costiero.