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Balneari, Capacchione su sentenza Ue: ‘Niente panico’

Il vicepresidente Sib illustra i reali risvolti dell'imminente pronuncia sulla validità della proroga al 2020. Invitando ad avere fiducia.

L’imminente sentenza della Corte di giustizia europea sulla validità della proroga al 2020, il cui esito negativo è stato già anticipato dalle conclusioni dell’avvocatura, sta rappresentando un motivo di timore per gli imprenditori balneari italiani. Complice la stampa generalista che ha distorto la questione, i balneari temono infatti di trovarsi in mano una concessione non più valida alle porte della stagione, essendo la sentenza attesa per questo mese.

Ma queste paure sono prive di fondamento, e proprio per questo abbiamo intervistato Antonio Capacchione, avvocato e vicepresidente vicario del Sindacato italiano balneari – Confcommercio (nella foto). Come sottolinea Capacchione, la sentenza non riguarda una procedura di infrazione da parte del nostro Stato, ma avrà ricaduta immediata solo su due casi specifici. La riforma delle concessioni balneari italiane deve procedere indipendentemente dalla sentenza, e per questo il governo – sostiene Capacchione – ha sbagliato ad aspettare. Ciò che più conta sarà il parere della Corte sul legittimo affidamento, cioè sulla proprietà delle imprese. Invitiamo a leggere questa preziosa intervista per capirne di più.

Avvocato Capacchione, il governo sta preparando una riforma che cambierà profondamente la disciplina delle concessioni balneari italiane. Allo stesso tempo è in arrivo la sentenza della Corte di giustizia europea sulla validità della proroga al 2020. Era meglio varare la riforma prima della sentenza?

A nostro avviso, rimettersi alle valutazioni della Corte di giustizia europea per risolvere un problema politico tutto italiano è stato un errore da parte del governo. Ma ormai ci troviamo in questa situazione, con la sentenza che arriverà tra pochi giorni, per cui non ha più senso ormai discutere del prima e del dopo. L’intero sistema normativo su cui si sviluppa la balneazione attrezzata italiana andava risolto ben prima della direttiva Bolkestein, cioè già a metà degli anni ’90, quando è stato superato il tacito rinnovo automatico dei contratti con la pubblica amministrazione. Ma ciò non è stato fatto, e la situazione si è trascinata fino a oggi, incancrenendosi. Ci sono delle gravissime responsabilità da parte dei vari governi e parlamenti che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, che avrebbero dovuto predisporre una riforma organica delle concessioni demaniali marittime anziché continuare a lasciarle disciplinare dal Codice della navigazione, datato 1942. Davanti a tali tempistiche, parlare di qualche giorno o qualche settimana ormai non cambia nulla.

Oltre alla durata delle concessioni, quali sono gli aspetti più urgenti da regolare?

Innanzitutto va impedita la facilità con cui la pubblica amministrazione può revocare o far decadere una concessione balneare: questo non si verifica in nessun altro settore industriale o artigianale in Italia, mentre nel nostro comparto è un aspetto piuttosto problematico (si veda per esempio quanto sta accadendo a Ostia). Inoltre, va abolita la distinzione tra opere di facile e difficile rimozione – che è interpretata in modo radicalmente diverso a seconda delle regioni – e va semplificato il regime che ci impone di chiedere infiniti pareri per la costruzione di qualsiasi opera sul demanio, anche la più insignificante. Tutto ciò aveva bisogno da tempo di una riforma organica, e a pagare questo ritardo rischiano purtroppo di essere i piccoli imprenditori che hanno investito nel settore balneare.

La strada annunciata dal governo sarà quella di una legge delega. A suo parere è il giusto strumento per affrontare la materia?

No, la mia opinione è che la riforma delle concessioni balneari andrebbe affrontata con una legge ordinaria, in modo che i vari aspetti di un tema così complesso possano essere analizzati adeguatamente. Ma si tratta di un aspetto secondario. Ciò che più conta per gli imprenditori balneari non è lo strumento, ma il contenuto di questo testo di legge: occorre costruirlo al più presto, abbandonando le prese di posizioni politiche ed elettoralistiche.

In merito al contenuto della nuova legge, le richieste dei sindacati di categoria sono note, a partire dal periodo transitorio di 30 anni prima dell’applicazione sulle concessioni già esistenti. Vi sentite fiduciosi su questo punto oppure temete che la sentenza negativa della Corte europea possa metterlo in discussione?

Per noi i 30 anni sono un punto fermo su cui non siamo disposti a discutere, indipendentemente da quello che dirà la Corte Ue. La sua sentenza riguarda solo la legittimità della proroga al 31 dicembre 2020, che era finalizzata a permettere allo Stato italiano di normare in materia. Forse quella proroga è stata costruita male, tanto che il Sindacato italiano balneari non è mai stato d’accordo sulla modalità con cui è stata approvata. Basta leggere l’articolo di legge al comma 18, articolo 1, decreto 194/2009: si è cambiato “31 dicembre 2015” con “31 dicembre 2020”, concedendo allo Stato ben dieci anni di tempo per legiferare in materia. Un tempo che è stato immediatamente contestato dalla giustizia amministrativa italiana perché ritenuto eccessivo e irragionevole.

Gli imprenditori balneari stanno aspettando la sentenza con timore, dopo il parere dell’avvocatura che ha anticipato l’esito negativo. È giusto rassicurarli, dicendo che non tutto sarà perduto?

Certamente, dal momento che la sentenza avrà effetti diretti e immediati solo sulle due concessioni oggetto dei ricorsi ai Tar della Lombardia e della Sardegna. Anche se si tratta di una sentenza autorevole, che rappresenterà un precedente vincolante, è importante ricordare che siamo davanti a un rinvio pregiudiziale su due casi specifici e non a una procedura di infrazione per inadempimento del nostro Stato. Inoltre, il nostro vero problema non sta in questa proroga, bensì nel legittimo affidamento, e cioè nella tutela della proprietà aziendale. Un aspetto solo sfiorato dalle conclusioni dell’avvocato generale, e che mi auguro sarà affrontato dalla sentenza. Le premesse ci fanno ben sperare: l’avvocato generale sostiene che, riguardo i due casi portati a conoscenza della Corte, non ci può essere tutela del legittimo affidamento (cosa che comunque noi contestiamo), ma ammette implicitamente che questa tutela possa esserci in altri casi, come per esempio nelle concessioni di più antica data che sono la maggior parte. La pronuncia su questo risvolto sarà molto importante per la nostra causa. Proprio per questo, in occasione dell’udienza dello scorso 3 dicembre abbiamo evidenziato insieme all’autorevole avvocato Righi la necessità di una pronuncia sulla tutela del legittimo affidamento e della proprietà aziendale. La Corte europea non potrà ignorare questi aspetti giuridici della vicenda, dando una preziosa indicazione per tutti, anche per il legislatore italiano.

Per concludere, qual è il suo appello al governo italiano?

Invito ad affrontare e risolvere il prima possibile la questione balneare, che non è più rimandabile. Il caso della Spagna lo conferma: al di là degli equivoci avvenuti, anche in questo paese è emerso il presupposto di una diversa durata delle concessioni dovuto alla necessità di tutelare la proprietà privata. Nel caso spagnolo si è trattato di proprietà immobiliare, nel nostro caso di proprietà aziendale, ma si tratta sempre dello stesso diritto. La Spagna ha tutelato il legittimo affidamento dei beni rilasciato prima della Ley de Costas del 1988, come si dovrebbe fare in Italia. Occorre una politica lungimirante che crei nuove condizioni giuridiche per lo sviluppo della balneazione. Tutti gli studi di settore confermano che è il mare l’elemento portante di tutta l’economia turistica italiana: risolviamo il problema delle concessioni balneari per dare nuova linfa all’economia.

intervista a cura di Alex Giuzio

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