Sicurezza

Tecniche di voga nel salvamento

Consigli per migliorare un gesto fondamentale per gli assistenti bagnanti

Vorrei continuare qui un discorso che ho cominciato su questa rivista in settembre a proposito del moscone (o pattino, come si chiama in altre parti d’Italia), concentrando l’attenzione sulla vogata. Parlare della voga, così come è utilizzata nel salvamento, significa analizzare un gesto che ha un rilievo notevolissimo in quella serie di azioni concatenate che caratterizzano l’intervento in mare di un assistente bagnanti. Per cercare la migliore efficienza del gesto dobbiamo esaminare anche i meccanismi energetici che sovraintendono alla voga, specificando i muscoli e le catene cinetiche interessate dall’azione, e indicando infine le modalità di allenamento più appropriate.
L’assistente bagnanti non deve essere necessariamente un atleta di caratura olimpionica, ma è tenuto, per il ruolo che svolge (e, oggi, anche per legge) a mantenere una buona condizione fisica. Deve essere in grado di svolgere al meglio le mansioni alle quali il possesso del brevetto lo abilita. Perizia e buona forma fisica debbono accompagnare l’assistente bagnanti durante tutta la carriera. Quanto scrivo è una semplice proposta per mantenere tale condizione e, se possibile, migliorarla focalizzando l’attenzione sulla voga. Parleremo anche di come stimolare l’area coordinativa proponendo alcuni esercizi per sviluppare l’equilibrio e il coordinamento muscolare. Oltre la scienza, ci sentiamo in dovere di raccomandare all’assistente bagnanti neo-brevettato anche di salire sul moscone il più spesso possibile, affrontando così nuove situazioni in mare, affinando l’esperienza e la padronanza del gesto adattandolo a circostanze sempre mutevoli di un intervento di salvataggio.

Il moscone e le tecniche di voga

L’evento più impegnativo da affrontare per un assistente bagnanti è il recupero di un pericolante in mare. Questo può avvenire anche in prossimità della riva, ma è bene sapere che la distanza di un intervento può allungarsi fino a 300 metri e oltre dal bagnasciuga. Il recupero viene effettuato con un pattino o “moscone”. Il moscone di salvamento è un natante inaffondabile di colore rosso con la scritta in bianco, ben visibile (“Assistente bagnanti Salvataggio – Rescue”), lungo da 4,12 a 5 metri, largo da 140 a 170 cm, composto da due corpi galleggianti affusolati, tenuti insieme da un pianale e da due “trasti” (cioè da due strutture di sostegno) su uno dei quali è installato un seggiolino. A bordo debbono essere presenti le dotazioni di sicurezza previste dall’ordinanza della Capitaneria di porto competente per territorio.

Parti del remo

La propulsione è affidata ai lunghi remi, quasi sempre di un legno duro e resistente (douglas,  tulipier o larice), di una lunghezza variabile da 2,75 a 2,92 metri. Come indica la figura qui sopra, la parte terminale superiore del remo è il girone, che termina con l’impugnatura, la parte centrale che entra nello scalmo è il ginocchio, la parte terminale inferiore, la pala (che è affusolata per consentire l’entrata in acqua senza eccessivi spostamenti di acqua e sgocciolamenti). La pala, coordinata dal movimento del polso – che chiameremo per il suo moto rotatorio “dare gas” – inizierà la presa, l’appoggio e la passata per poi finire nella spinta finale. I remi sono vincolati ai due scalmi, alti sull’acqua di circa un metro, solidali con lo scafo e posti lateralmente alla sua metà.

Questo natante – pattino o moscone – è il più diffuso sulle coste italiane nel salvamento. L’assistente bagnanti lo utilizza per uscire in mare sia per sorvegliare quella parte di litorale che gli è assegnata, sia per effettuare interventi di salvataggio, cioè di recupero di uno o più pericolanti. Le possibili “vogate” – cioè i modi in cui i remi possono essere azionati nell’acqua – sono molteplici. La scelta dipende dalle condizioni del mare, dalla natura del fondale e dal tipo di intervento effettuato. Le vogate utilizzate più consuetamente in queste operazioni, che qui di seguito descriviamo dandogli una denominazione e, in un certo qual modo, “codificandole”, sono le cinque seguenti:

  1. vogata in avanti, a due remi, in piedi
  2. vogata all’indietro, a due remi, con 1 soccorritore (o con 2 soccorritori, uno seduto e l’altro in piedi)
  3. vogata di poppa, a un remo, in piedi
  4. vogata a spinta, a un remo (pertica), in piedi                                 
  5. vogata a pagaia, a un remo, di prua, in piedi
tecniche di voga
Vogata in avanti, in piedi

Le prime due sono utilizzate negli interventi di recupero del pericolante perché più redditizie in termini di velocità e di resa dell’energia fisica impiegata. La vogata in avanti a due remi, in piedi (nella foto sopra), è quella che, entrata nell’immaginario collettivo, ha contribuito a creare la mitologia del bagnino, capace con il suo moscone di affrontare faccia a faccia le onde di un mare minaccioso sfidando gli elementi, dominando l’orizzonte, per poi tornare a terra con un prezioso bottino di vite umane salvate. Il vantaggio più importante di questa vogata è dato dalla posizione sopraelevata rispetto al livello del mare che, offrendo una buona visuale, risponde alla necessità di non perdere mai di vista il pericolante.

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Voga con due soccorritori

La seconda vogata (nella foto sopra), effettuata da due soccorritori, è altrettanto efficace e presenta alcuni punti di forza. Il primo è dato dalla maggior potenza della remata (solo in parte neutralizzata dal maggior peso dell’equipaggio). Il mare contrario viene affrontato meglio e, grazie al peso aumentato del natante, garantisce una maggiore stabilità del mezzo. Altro indiscutibile vantaggio operativo è il fatto che uno dei due assistenti ha la possibilità, se necessario, di gettarsi in acqua, mentre l’altro può governare l’imbarcazione e aiutarlo nel momento in cui il pericolante deve essere issato a bordo. Dobbiamo ricordare qui come la principale richiesta per l’efficacia di un intervento di salvamento sia la tempestività. E’ molto improbabile, però, che due assistenti bagnanti siano entrambi vicini al moscone nel momento in cui è necessario un salvataggio. Le tempistiche dell’intervento impongono di decidere con estrema rapidità senza lasciare spazio a indugi. Per questo motivo la vogata in doppio (cioè con due operatori) non è così consueta come potrebbe, o dovrebbe, essere.

La terza vogata, di poppa, si effettua in piedi, con un solo remo. Difficile da imparare, il suo utilizzo è col solo mare calmo. Viene usata per l’avvicinamento al pericolante, e può essere definita una “vogata di destrezza”. Anche per le altre due vogate è corretto usare questa definizione, “vogate di destrezza”. In quella “a spinta” il fondale deve essere basso perché il remo viene usato come fosse una pertica. In quella “a pagaia di prua” l’impegno fisico è di bassa o media intensità. Non vengono usate durante un’emergenza. L’utilizzo di un solo remo fa sì che si produca una spinta asimmetrica che l’assistente bagnanti deve correggere, grazie alla sua perizia, se vorrà procedere nella direzione voluta senza deviare.

La vogata a pagaia merita una precisazione perché, utilizzata talvolta nelle gare di salvamento, è molto dispendiosa. Effettuata con un solo remo dall’assistente, posto in prua al moscone, offre però un’ottima visibilità. È per questo motivo che venga utilizzata nei casi in cui si presenti la necessità di una ricerca “fine” che prevede anche una ispezione visiva del fondale. In questo caso non è la tempestività che importa.

Vogata con un solo remo. Si può utilizzare il remo come fosse una pagaia (come si fa con un SUP) o come una pertica spingendosi dal fondo.

Il salvataggio: dall’avvistamento al ritorno a terra

Qual è la successione degli eventi quando si verifica un’emergenza in mare? Lo step iniziale è quello dell’avvistamento. L’assistente bagnanti, posizionato sulla torretta, osserva un tratto di mare impegnativo che assorbe tutta la sua attenzione. La sua estensione può arrivare a 300 metri dalla battigia per un fronte mare di 150 metri (derogabile secondo l’ordinanza regionale 2016 della Regione Emilia-Romagna). Dalla sua postazione avvista il pericolante (o i pericolanti). L’avvio dell’intervento deve essere immediato. Con una breve corsa di 20-40 metri raggiunge il moscone e lo spinge in acqua. È bene evitare di saltare giù dalla torretta e, per scendere, si deve usare la scala. Saltando un assistente bagnanti potrebbe infortunarsi procurandovi una distorsione o, anche peggio, una frattura (tanto più, ricordiamo, che un assistente interviene a freddo senza una fase di riscaldamento). La corsa e la messa in acqua del moscone mettono in azione il meccanismo anaerobico alattacido.

Salito a bordo e preso possesso dei remi, l’assistente bagnanti è ora in piedi e inizia la fase di vogata. L’impegno è massimale. Si attiva il sistema anaerobico lattacido, integrato già dopo 30-40 secondi dal sistema aerobico. Più si prolunga l’impegno, maggiore sarà il contributo dato da questo sistema. Il recupero del pericolante non interrompe l’impegno fisico profuso, ma comporta l’utilizzazione di altri distretti muscolari, in una sequenza di azioni che possono essere: tuffarsi, nuotare, afferrare il pericolante, trasportarlo e issarlo a bordo. Il ricorso maggiore in questa fase è, con grande probabilità, al meccanismo anaerobico. In molte situazioni il pericolante può essere anche recuperato e issato a bordo direttamente dal moscone senza che sia necessario che l’assistente bagnanti si cali in acqua.

L’interessamento dei vari sistemi energetici è legato anche al grado di allenamento di un assistente bagnanti, alla durata e alla intensità dello sforzo (che può avvicinarsi o toccare quello massimale). Senza scendere in particolari fuori luogo qui, ma in estrema sintesi: migliore è il livello di preparazione fisica, maggiore sarà il supporto del sistema aerobico, e in misura minore, e più tardi, verrà coinvolto il sistema anaerobico lattacido. Il risultato è una superiore disponibilità psico-fisica ad affrontare la situazione di stress richiesta da una situazione di emergenza.

Issato a bordo il pericolante, inizia la fase di rientro a terra che, a seconda delle condizioni del mare (calmo, con onde frangenti o con onda lunga; presenza di correnti, contrarie o a favore) e del natante (che adesso è carico anche del peso del pericolante), potrà richiedere una maggiore o minore perizia nella sua esecuzione. In questa fase va dato rilievo alla stanchezza derivante dall’impegno fisico precedentemente affrontato. Ciò fa intuire che, nella fase finale del rientro, ci sarà un più intenso coinvolgimento del sistema anaerobico lattacido. Anche se l’impegno in mare è stato importante, è necessario avere a disposizione ancora una riserva di energia. Dopo l’arrivo a terra potrebbe esser necessario prestare il primo soccorso alla vittima dell’incidente. I primi soccorsi da prestare dipendono, come è ovvio, dallo stato del pericolante, ma anche in questo caso dobbiamo rimarcare ancora una volta come un buono stato di forma consentirà, in un momento drammatico quando anche i secondi contano, lucidità e prontezza. L’assistente bagnanti dovrà essere in grado di operare con la massima efficienza in entrambe le fasi (il salvataggio in mare e il soccorso a terra), ugualmente importanti per la salvaguardia della vita umana.

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Giorgio Gori

Maestro internazionale di salvamento per la Federazione Italiana Nuoto (FIN). Stella d’oro al merito sportivo.