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Costi quadruplicati e clienti infuriati: i problemi delle spiagge plastic free

In Puglia si fa il primo bilancio dei divieti per gli stabilimenti balneari a somministrare bottiglie e bicchieri di plastica. Una scelta giusta, ma

A stagione estiva avviata, gli stabilimenti balneari fanno i primi conti sul costo della conversione “plastic free“: una questione importante ma che, per come è stata gestita finora, si è rivelata fallimentare. Gli imprenditori del settore lamentano infatti costi quadruplicati e ostacoli eccessivi, come sottolinea per esempio Alfredo Prete, rappresentante del Sindacato italiano balneari – Confcommercio di Lecce. E finché i divieti si concentreranno solo sulle spiagge, il problema della plastica non potrà mai essere risolto.

Ma facciamo prima un passo indietro: quest’anno sono numerose le amministrazioni comunali che hanno proibito di somministrare sulle spiagge bottiglie, bicchieri, cannucce e piatti di plastica monouso, anticipando di due anni la direttiva europea in materia. Una scelta condivisibile, visti i danni che la plastica abbandonata sta provocando alla fauna marina, ma che in molti casi sembra essere stata dettata non da sincere motivazioni ambientali, bensì solo dalla propaganda per dimostrare di essere i più veloci e i più bravi. I divieti alla plastica, infatti, si sono spesso concentrati solo sugli stabilimenti balneari, escludendo inspiegabilmente le altre attività commerciali e obbligando invece i lidi a dotarsi di contenitori in materiale biodegradabile, che sono ancora di difficile reperibilità e hanno un costo molto elevato.

In particolare la Puglia è stata la prima regione italiana a vietare la plastica in tutti gli stabilimenti balneari (vedi notizia), e proprio qui gli imprenditori balneari hanno lamentato subito le difficoltà di una decisione così improvvisa, con le scorte di bottiglie d’acqua rimaste da smaltire dallo scorso anno e i fornitori impreparati all’alternativa ecologica. Un tema che continua a suscitare polemiche, ora che siamo nel pieno della stagione estiva e i balneari hanno toccato con mano gli ostacoli.

«Rinunciare alla plastica è un’idea che da subito abbiamo accolto con entusiasmo», spiega Prete a TeleRama. «Abbiamo condiviso all’unanimità la decisione di dire stop sin da questa stagione estiva alla plastica sui nostri lidi, in favore invece di materiale compostabile e monouso. Il primo grande ostacolo, però, si è rivelato sin da subito: le aziende produttrici non erano pronte a riconvertire la produzione. Il passaggio ha infatti costi altissimi – stiamo parlando di milioni di euro – dacché richiede l’adattamento di impianti e attrezzature in grado di trasformare la rivoluzione in realtà. Un investimento che la gran parte delle aziende ha scelto di rinviare: gli introiti potrebbero non ammortizzare i costi».

E tutto si è convertito negativamente sui turisti: «Il classico bicchiere d’acqua servito ai clienti su cortese richiesta non può più essere gratuito», sottolinea Prete. «Questo perché quel bicchiere biodegradabile oggi ha un costo alto. Idem per quell’acqua, confezionata in lattina o in vetro. Non è una questione di taccagneria, ma è il prezzo di una rivoluzione a macchia di leopardo. I primati hanno i pro e i contro. Intanto la categoria sta cercando di difendersi come può».

Insomma, un conto è prendere questa decisione su base volontaria, come hanno fatto tanti balneari virtuosi, e un altro conto è obbligare a compiere una rivoluzione ambientale che, per quanto giusta e urgente, richiede che il mercato sia pronto. E purtroppo non è questo il caso. Vietare la plastica è giusto, ma farlo solo per gli stabilimenti balneari è insufficiente: ciò non impedisce infatti al turista di portarsi una bottiglia da casa e di abbandonarla lo stesso. A essere vietato dovrebbe essere piuttosto il concetto di “usa e getta”. E soprattutto, è giusto anticipare la conversione ecologica, ma occorre che i costi ricadano su tutti e non solo su una categoria.

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