C’è un dato che, ogni anno, la stampa specializzata riporta con la stanchezza delle cose ripetute troppe volte: in Italia gli annegamenti causano tra i 350 e i 400 decessi ogni anno, accompagnati da circa 800 ricoveri ospedalieri e da oltre 60.000 salvataggi documentati sulle nostre coste, laghi e piscine. I dati sono ufficiali (Istituto Superiore di Sanità e ISTAT) e nel loro complesso, letti a distanza di anni, sono sostanzialmente stabili: lievemente calanti, ma stabili.
Per collocare la cifra: 350-400 morti l’anno significano più o meno un morto ogni giorno dell’anno, con una concentrazione impressionante nei mesi estivi. Solo che, a differenza di molti altri rischi per la salute, per l’annegamento non abbiamo un antidoto. L’unico antidoto è la prevenzione. E la prevenzione, in acqua, si chiama cultura della sicurezza. In questo articolo proviamo a mettere in ordine alcuni principi di quella cultura, con lo sguardo di chi in acqua ci vive – come tecnico, come formatore, come istruttore di salvamento – e con l’obiettivo di parlare tanto agli operatori balneari quanto ai bagnanti consapevoli.
La sicurezza non è uno stato: è un habitus
La prima cosa che occorre chiarire, per parlare seriamente di sicurezza acquatica, è cosa intendiamo esattamente con questa parola. La sicurezza non è uno stato – non è una condizione che si raggiunge una volta per tutte, una specie di traguardo che, una volta tagliato, ci lascia tranquilli. La sicurezza è un habitus mentale che diventa comportamentale: un abito, letteralmente, che si indossa prima di entrare in acqua e non si toglie fino a quando non si è tornati sulla battigia.
Questo cambio di prospettiva ha conseguenze concrete. Significa che la sicurezza non è delegabile – non del tutto – a nessuno: non al presidio dell’assistente bagnanti, non alla muta, non alla boa di segnalazione, e nemmeno alla propria esperienza. Tutti questi elementi sono parti importanti del sistema, ma il centro del sistema è la testa di chi entra in acqua e la testa di chi lo sorveglia. Se manca lì, nessun dispositivo esterno può rimediare ed ottenere i risultati desiderati.
Le tre dimensioni della sicurezza: individuale, collettiva, organizzativa
Nella pratica, l’analisi della sicurezza acquatica si articola in tre dimensioni distinte, che si intersecano e che vale la pena tenere separate concettualmente.
- Sicurezza individuale. È la responsabilità del singolo. Riguarda la propria condizione fisica del giorno, la conoscenza dei propri limiti tecnici, l’attrezzatura appropriata, l’alimentazione e l’idratazione, il riconoscimento onesto dei segnali del proprio corpo. È la dimensione che si sposta con il bagnante ovunque vada, ed è quella su cui – dolorosamente – accadono la maggior parte degli incidenti fatali in acqua.
- Sicurezza collettiva. È la responsabilità verso gli altri. In allenamento significa non staccarsi dal gruppo senza avvertire; in spiaggia significa non nuotare in zone di transito delle imbarcazioni; in situazioni di soccorso significa non trasformarsi in una seconda vittima. È una dimensione che gli operatori balneari conoscono bene: la disciplina delle corsie, delle aree bambini, delle zone riservate al windsurf o al SUP, esiste per proteggere i più deboli dai più forti.
- Sicurezza organizzativa. È la responsabilità delle strutture: normative (D.M. 18 marzo 1996 per le piscine, ordinanze balneari per il mare), presenza di personale qualificato, dispositivi di salvataggio, piani di emergenza. È la dimensione su cui il legislatore lavora e su cui gli operatori balneari italiani hanno costruito, negli ultimi decenni, uno dei sistemi migliori d’Europa. Ma un sistema organizzativo, per quanto ben disegnato, funziona solo se le altre due dimensioni reggono.
La sicurezza reale non è la somma delle tre dimensioni, è la loro intersezione. Un assistente bagnanti perfettamente formato non può nulla contro un bagnante che non tiene conto della bandiera rossa e nuota da solo alle sei del mattino; un bagnante prudente rischia se lo stabilimento non ha attrezzato il corridoio di lancio; un piano di emergenza esemplare non salva se il collega di sorveglianza è distratto dal cellulare. Le tre dimensioni si sorreggono a vicenda, o cadono insieme.

Chi muore in acqua in Italia, e dove
I dati epidemiologici degli ultimi vent’anni disegnano una geografia dell’annegamento che vale la pena conoscere, perché smentisce alcune credenze diffuse. Circa il 65% degli annegamenti avviene lungo i litorali marini, il 35% in acque interne (fiumi, laghi, bacini, canali). Il mare è statisticamente l’ambiente più esposto, non per pericolosità intrinseca ma per la sovrapposizione tra alto numero di frequentatori e minore percezione del rischio. Gli annegamenti in piscina rappresentano 30-40 casi l’anno, prevalentemente bambini in contesti privati non sorvegliati. Sono in larghissima parte prevenibili con la supervisione qualificata di un adulto.
La fascia 0-19 anni pesa per circa 40 decessi l’anno. Bambini e adolescenti sono particolarmente vulnerabili, soprattutto quando si trovano senza supervisione qualificata. Gli over-65 hanno un tasso di mortalità superiore alla media, perché una volta in difficoltà le riserve fisiche per il recupero sono ridotte, e spesso concorre una polipatologia preesistente non nota.

Il dato che dovrebbe più interessare l’operatore balneare è quello sulla distribuzione temporale: la maggior parte degli annegamenti in Italia si verifica nei mesi di luglio e agosto, con picchi nelle prime ore del pomeriggio (quando la vigilanza si allenta per il caldo, la fatica, la routine, o per il diradamento della sorveglianza dovuto alla “pausa pranzo alternata”) e nelle prime ore del mattino (quando gli stabilimenti aprono ma i frequentatori del bagno «prima delle otto» spesso agiscono in autonomia). Sono le finestre in cui la sicurezza organizzativa incontra i propri limiti fisiologici, e in cui la sicurezza individuale deve compensare.
Il grande sottovalutato: lo shock da acqua fredda
C’è un fenomeno fisiologico che la letteratura internazionale ha studiato negli ultimi trent’anni e che nel dibattito italiano è ancora troppo poco presente: la cold water immersion, l’immersione in acqua fredda. Non parliamo di temperature glaciali: parliamo di acqua sotto i 20 °C, e con effetti drammatici sotto i 15 °C – condizioni che si verificano regolarmente in Liguria, in certi laghi alpini, nell’Adriatico settentrionale in primavera e in autunno, in molte situazioni di balneazione fuori stagione.

La reazione del corpo umano all’immersione improvvisa in acqua fredda si articola in quattro fasi, ognuna con rischi propri.
- Fase 1 – Shock termico (0-3 minuti). La risposta del sistema nervoso al raffreddamento rapido della pelle è violenta: gasping involontario, iperventilazione che porta la frequenza respiratoria da 12-15 atti al minuto fino a 40-60, vasocostrizione massiva, picco della pressione arteriosa. Se il bagnante è sott’acqua durante il gasping, aspira acqua. Se ha una patologia cardiovascolare non nota, il picco pressorio può scatenare un evento acuto. È la fase in cui la classica «congestione» estiva si trasforma, statisticamente, in annegamento.
- Fase 2 – Cedimento della nuotata (3-30 minuti). L’acqua fredda raffredda progressivamente la muscolatura degli arti. La forza cala, la coordinazione si deteriora, il bagnante si accorge di non riuscire più a nuotare come faceva pochi minuti prima. È la fase in cui, spesso a 100-200 metri dalla riva, un nuotatore che si giudicava allenato si scopre incapace di rientrare autonomamente.
- Fase 3 – Ipotermia (oltre 30 minuti). Dopo 30-60 minuti di immersione, la temperatura corporea centrale scende sotto i 35 °C. Compaiono tremori, confusione mentale, riduzione della destrezza. Sotto i 33 °C i tremori cessano paradossalmente – un segnale che, per chi sorveglia, deve suonare come un allarme rosso – e si entra in una zona di rischio serio.
- Fase 4 – Collasso post-soccorso. È la fase meno conosciuta ma documentata: il collasso cardiovascolare al momento del recupero. Quando la vittima viene sollevata in posizione verticale, il sangue freddo può precipitare verso il cuore scatenando aritmie potenzialmente fatali. Per questo motivo, il salvataggio in acqua fredda va condotto – quando possibile – mantenendo la vittima orizzontale.
Il messaggio, per chi sorveglia una spiaggia in cui l’acqua è sotto i 20 °C, è chiaro: la cold water immersion non è un tema di alpinisti. Riguarda le nostre spiagge di aprile, settembre e ottobre, riguarda le prime ore del mattino di luglio in molti tratti liguri, riguarda i laghi. E riguarda chi entra in acqua con troppa sicurezza dopo una lunga sosta al sole.
Gli altri pericoli specifici delle acque libere
Correnti, onde, rip current
Le correnti – di marea, di vento, di ritorno – sono uno dei rischi meno percepiti perché raramente visibili. Una corrente di mezzo nodo (25 centimetri al secondo) è sufficiente a impedire a un nuotatore principiante di tornare a riva. La regola operativa, di fronte a una rip current, è universale: nuotare parallelamente alla riva finché non si esce dal canale, mai controcorrente.
Traffico marittimo e imbarcazioni
Il rischio di collisione con imbarcazioni – soprattutto in aree ad alto traffico, vicino ai porti, in zone non riservate – è documentato e talvolta drammatico. Nuotare sempre in zone autorizzate, indossare una boa di segnalazione colorata (obbligo di legge in molti regolamenti locali), non allontanarsi dai limiti segnalati. Per gli operatori: il posizionamento delle boe di delimitazione è un tema di sicurezza reale, non di adempimento formale.
Fauna marina
In Italia gli incidenti gravi con fauna marina sono rari ma non nulli. Le specie di maggiore attenzione sono le meduse (Pelagia noctiluca in particolare, urticante ma raramente pericolosa per la vita salvo reazioni allergiche), le tracine (pesci ragno con spine velenose, spesso confuse con banali punture), i ricci di mare (traumi meccanici e infezioni secondarie). Un cassetto ben fornito di primo soccorso in stabilimento è la risposta operativa più semplice a questi rischi.
Maltempo improvviso
Il rischio di temporali estivi al mare è significativo, soprattutto sul Tirreno meridionale, in Adriatico centrale e sui grandi laghi. Una cellula temporalesca a dieci chilometri può arrivare sulla zona di balneazione in un quarto d’ora. Controllare le previsioni prima dell’apertura, avere un piano di sgombero, comunicare in modo chiaro il protocollo di rientro sono responsabilità operative dell’operatore balneare, non gentilezze accessorie.

Il decalogo della sicurezza del bagnante consapevole
A chiusura, dieci principi sintetici da tenere presenti – per sé, e da diffondere presso i propri clienti se si opera in spiaggia. Non sostituiscono la normativa, ma la accompagnano: sono la traduzione operativa dell’habitus mentale di cui parlavamo all’inizio.
- Prima di entrare in acqua osserva l’ambiente: vento, onde, colore dell’acqua, presenza di correnti riconoscibili.
- Rispetta le bandiere. Il codice colore (verde, giallo, rossa) è universale e non ammette interpretazioni personali.
- Non entrare in acqua da solo. Vale per il bagno mattutino, per la nuotata al tramonto, per la traversata «tanto sono capace».
- Non entrare mai in acqua sotto l’effetto di alcool. È la causa singola più frequente di annegamento in età adulta in Italia.
- Se soffri di patologie cardiovascolari, informa il tuo medico dei tuoi programmi di nuoto e – se possibile – informa anche l’assistente bagnanti del tratto in cui frequenti abitualmente.
- Non tuffarti mai in acqua bassa dando le spalle al mare. I traumi cervicali da onda frangente sono una delle cause più sottovalutate di infortunio grave sulle nostre spiagge.
- Se ti trovi in una corrente di ritorno, non nuotare controcorrente: nuota parallelamente alla riva finché non ne esci.
- Con acqua sotto i 20 °C considera seriamente l’uso di una muta o di indumenti termici, anche se sei un nuotatore allenato.
- In condizioni marine incerte, indossa sempre una boa di segnalazione: ti rende visibile alle imbarcazioni e ti offre un appoggio in caso di malore.
- Insegna a nuotare ai bambini presto, e comunque non delegare mai la sorveglianza a un fratello maggiore, a un bracciolo, a un salvagente giocattolo. La supervisione dei minori in acqua richiede l’attenzione di un adulto qualificato.
Conclusione: la sicurezza è cultura, non regolamento
La normativa italiana sulla sicurezza acquatica è, nel confronto internazionale, tra le più avanzate: dal D.M. 18 marzo 1996 sulle piscine alle ordinanze balneari, dalla formazione degli assistenti bagnanti al sistema del 118 lungo le coste. È un impianto che salva vite ogni giorno, e che gli operatori balneari italiani hanno contribuito a costruire con un secolo di lavoro.
Ma la normativa da sola non basta. La normativa disegna il perimetro; dentro il perimetro servono persone attente, culture del gesto quotidiano, formazione continua degli operatori, educazione dei clienti. Servono, in una parola, quella cultura della sicurezza che non si acquista al banco e non si delega al collega più esperto.
L’Assistente Bagnanti ha responsabilità enormi; l’operatore balneare risponde di ciò che accade nel suo tratto di concessione; il bagnante è responsabile della propria testa. Nessuno di questi tre soggetti, da solo, garantisce la sicurezza: la garantisce l’intersezione delle tre attenzioni. E questa intersezione, nel nostro settore, si chiama con una parola sola – professione.
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