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Balneari, la riforma e l'unit sindacale: intervista a Riccardo Borgo

In piena stagione turistica abbiamo fatto due chiacchiere con il presidente del Sindacato italiano balneari per fare il punto sulla trattativa per la riforma del demanio marittimo. Partendo da un'esigenza: fare chiarezza su una situazione sindacale che negli ultimi mesi si complicata. Intervista a cura di Alex Giuzio.

Autore: Mondo Balneare

articolo pubblicato il 13/08/2015

mondo balneare

Le recenti azioni intraprese da Cna Balneatori – prima con gli interventi legali, poi con i colloqui individuali a Roma e a Bruxelles – hanno visto rompersi l’unitarietà sindacale che aveva finora contraddistinto le trattative sulla riforma delle concessioni balneari. In base al vostro ultimo colloquio con il sottosegretario Gozi, il governo come ha interpretato questa divisione?

Sono sempre stato uno strenuo sostenitore dell'unità sindacale, tanto più utile quando i problemi da risolvere, come i nostri, sono vitali. Per quanto mi riguarda ho fatto tutto il possibile per mantenerla, tanto che mi sono fatto promotore, lo scorso aprile a Bologna in casa Cna, di un incontro tra tutti presidenti per vedere se era possibile uscire da una situazione evidentemente deteriorata. Non ci siamo riusciti e per me è stata una sconfitta. È anche vero però che quando si gioca la finale della Champions League – e per noi si tratta anche di più – la fiducia nei compagni di squadra deve essere totale e occorre essere certi che tutti lavorino per il successo della squadra e non per il loro tornaconto e visibilità. Purtroppo ci siamo accorti, non una sola volta, che non era più così e che Cna giocava per sè, facendo venir meno i presupposti che ci tenevano uniti.

Per quanto riguarda l'incontro che recentemente abbiamo avuto con il sottosegretario Gozi, la compattezza delle sigle presenti al tavolo (Sib, Fiba, Oasi e Assobalneari) ha consentito al nostro interlocutore di valutare positivamente la sostanziale unità considerata la rappresentatività, anche numerica, delle sigle sindacali presenti e l'autorevolezza delle rispettive confederazioni (Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato e Confindustria).

Perché, come Sib-Confcommercio, avete dapprima appoggiato l’atto di opposizione di Cna Balneatori rispetto alla sentenza del Tar Lombardia, e poi avete ribadito “l’inutilità e l’inopportunità di iniziative singole” (cito dal comunicato congiunto del 22 luglio)? Più nello specifico: perché la vostra sigla sindacale giudica pericolose queste iniziative, anziché utili?

Occorre fare chiarezza su vicende del tutto diverse tra loro così da poter meglio capire le ragioni della rottura con Cna Balneatori. La nostra organizzazione aveva compreso da tempo la necessità di essere parte attiva alla Corte di giustizia europea sulla decisione del Tar Lombardia. Con Cna e Fiba eravamo d'accordo sul fare un unico ricorso, sull'affidarlo ai legali proposti da Tomei, sulle quote di partecipazione economica e, per rendere più rapida possibile l'azione preparatoria, sull'assegnare a Cna un ruolo di coordinamento. Quindi partner paritari con ruoli diversi, e non aggiuntivi, come strumentalmente siamo stati considerati anche nei comunicati ufficiali della stessa organizzazione e come si evince dalla stessa domanda. Tanto più che come Sib avevamo da subito assolto all'impegno economico, compensando con la stessa Cna un nostro credito per un'iniziativa comune del 2013 della quale avevamo anticipato i costi. Che poi la Cna abbia fatto di tutto per accreditarsi strumentalmente come unico attore nella vicenda è innegabile (tanto che la Fiba, capita l'antifona, si è sfilata), sia avviando una raccolta di fondi per sostenere le spese legali diretta anche verso associati di altre organizzazioni (come se - era implicito nella lettera di richiesta ed esplicito nei comunicati dei "trombettieri" di supporto - l'unica che si preoccupava di difendere la proroga era appunto Cna), sia nella gestione della redazione della memoria e nel rapporto con gli avvocati, non dandoci l'opportunità di portare a quella memoria il nostro contributo. Molti miei dirigenti, di fronte a una così palese scorrettezza e prevedendone altre, erano per far saltare l'accordo. Mi opposi per la salvaguardia dell'unità e per dare al ricorso/memoria il massimo della rappresentatività. Ma avevano ragione loro, perché quello era solo il primo di una serie di atti e fatti che purtroppo ci hanno portato al punto in cui siamo.

Per quanto riguarda "l'inutilità e l'inopportunità di iniziative singole" assunte recentemente da Cna Balneatori, e che nulla hanno a che fare con la vicenda Corte di giustizia, ci sono problemi di metodo e di merito. Sul metodo: abbiamo presentato al governo la nostra piattaforma sindacale che, come noto, al primo punto vede la richiesta che è stata tradotta "del doppio binario": evidenza pubblica per le nuove concessioni, una diversa durata delle concessioni che veda il riconoscimento di un periodo minimo di trent'anni per le concessioni in essere. Il governo, dopo un paio di incontri di approfondimento, per bocca del sottosegretario Gozi ha sposato la causa e ha cominciato la sua parte di lavoro con la Commissione europea. Che è esattamente quello che la stessa Commissione, a cominciare dal non rimpianto Barnier, ha sempre detto in questi anni a tutti gli interlocutori che andavano a perorare la causa dei balneari: "Occorre che il governo italiano faccia le sue proposte e ne venga a parlare in Europa". Quindi, per la prima volta concretamente il governo sta facendo quanto da noi richiesto. Anzi, di più: lo stesso governo, attraverso l'Avvocatura di Stato, si è costituito con una corposa memoria presso la Corte di giustizia europea a difesa della proroga al 2020, mettendo in campo tutta una serie di argomentazioni assolutamente valide e utilizzabili anche nel confronto con la Commissione. In questa fase a noi è parso del tutto inopportuno che ci fosse chi andasse in Europa, con l'evidente scopo di darsi visibilità, non solo a ribadire inutilmente quanto, in maniera ben più autorevole, stava facendo il governo; ma andando persino a ipotizzare soluzioni alternative (la direttiva Concessioni) che crea solo confusione e rischia di indebolire l'azione del governo nei confronti della Commissione europea. Sappiamo tutti che, in qualsiasi trattativa, parlare o peggio presentare ipotesi subordinate o alternative, indebolisce l'ipotesi principale. Nell'incontro dello scorso 22 luglio ci è parso di capire che le stessa lettura, aggiunta a un po' di fastidio, abbia dato lo stesso governo.

Nel merito della direttiva Concessioni la stessa, pacificamente, non si applica alla concessione di beni. Ricordo che, quando se ne discuteva in parlamento europeo e in quello italiano nella primavera del 2012, tentammo di farla estendere anche alla nostra problematica, inserendo norme di tutela del settore. A tal proposito fummo gli unici a proporre formalmente e suggerire a più di un parlamentare (dalla Comi alla Angelilli; dalla Mazzoni a Bartolozzi e tanti altri) emendamenti che furono effettivamente presentati e che tendevano a introdurre chiari elementi di salvaguardia per le imprese balneari (naturalmente se qualcuno è interessato ad approfondire la questione siamo pronti a fornire ogni documentazione al riguardo). Emendamenti che, purtroppo, furono dichiarati dal parlamento e dalla Commissione europea inammissibili, proprio perché la direttiva in discussione (“scoperta” con ben tre anni di ritardo da Cna!) si applica ai lavori e ai servizi forniti alla pubblica amministrazione, e non anche alle concessioni di beni. E questo, come è nostro costume, senza suonare la “grancassa” della propaganda, perché da concessionari siamo interessati unicamente a risolvere il nostro problema.

Detto questo, io non do per scontato nulla: sono consapevole delle difficoltà e delle resistenze che il governo trova a Bruxelles, né escludo che, se necessario, si debbano trovare e condividere altre strade con l'obiettivo irrinunciabile di dare futuro certo alle nostre imprese. Voler fare le prime donne sul nulla, cavalcando in solitudine demagogia e populismo, può portare uno scroscio di applausi e qualche associato in più, ma crea confusione e diffidenza negli interlocutori, false aspettative nei balneari e nessun vantaggio alle nostre imprese né, come si è visto, all'unità sindacale.

Secondo alcune indiscrezioni, la riforma delle concessioni balneari sarebbe ferma perché in attesa non solo della nomina del ministro agli affari regionali, ma anche della sentenza della Corte europea sulla validità della proroga al 2020. Un comunicato del Sib aveva invece dato per probabile la presentazione del disegno di legge già nel mese di luglio, che tuttavia è trascorso senza alcuna notizia in merito. Secondo lei c’è comunque la possibilità che il governo privilegi l’urgenza della questione in Italia, presentando il ddl nelle prossime settimane, oppure ritiene più giusta l’attesa di una pronuncia da Strasburgo che arriverà forse nel 2016?

Noi abbiamo sempre pensato che il 2015 debba essere l'anno della soluzione del problema concessioni balneari. Le nostre imprese e le nostre famiglie non reggono più lo stress della mancanza di certezze e futuro. Ogni sistema di impresa, tanto più se opera in campo turistico, ha bisogno di stare al passo con i tempi: innovare, ammodernare, cambiare. In altri termini, investire. Le nostre piccole e medie imprese (le tanto decantate PMI asse portante dell'economia italiana…) senza certezze non sono in grado di fare nulla di tutto ciò, e le difficoltà dei nostri fornitori sono lì a certificarlo. Detto ciò, rimango dell'opinione che, anche informalmente, sia necessario lavorare sul ddl da subito, abbandonando per sempre la parola proroga. Nelle nostre proposte abbiamo volutamente usato termini quale "diversa durata delle concessioni" oppure "periodo transitorio". Non si tratta di un esercizio lessicale, ma di individuare altri strumenti giuridici per dare certezza di applicazione al "doppio binario". Di proroga delle concessioni è necessario non parlare più, se non per difendere quella in atto. Peraltro ricordo che la natura della proroga era dovuta all'esigenza di tempo del parlamento a legiferare su una materia molto complessa e poco conosciuta. La proroga per le imprese è stata necessaria in quanto era ed è impensabile affrontare innovazioni così radicali senza una legge di riforma che tenga conto dell'esistente.

Tornando all'imminente ddl, il sottosegretario Gozi ci ha detto che, stante la prossima sentenza della Corte di giustizia europea, non se la sente di portare all'attenzione del parlamento un provvedimento che rischia di essere stroncato proprio sulla proroga. È da qui che dobbiamo partire e lavorare. Noi una proposta l'abbiamo fatta. Se il governo e il parlamento, e noi diciamo anche le Regioni, condividono l'obiettivo che si pone il "doppio binario", occorre trovare il modo di darvi concretezza. Se ci sono soluzioni migliori della nostra - ma sino a oggi non ne abbiamo viste - che non si vadano a schiantare contro il primo Tar, Consiglio di Stato o Corte di giustizia europea, noi siamo pronti a qualsiasi confronto. Sono certo che unendo le forze, anche intellettuali e giuridiche, lo si possa fare e uscire dal pericolo sentenza. E qui entra in gioco la politica: il sottosegretario Gozi non ci ha nascosto che la responsabilità di tutta la materia è stata assegnata al ministro dei rapporti con le regioni, e la sua assenza ha pesato. Speriamo che questa carenza venga al più presto superata, anche perché il confronto con le Regioni e con i Comuni è fondamentale per il ruolo, le competenze e, aggiungo, la conoscenza del territorio e delle realtà economiche che il nostro mondo rappresenta per ogni singola località.

Passando ai contenuti della riforma delle concessioni balneari, si hanno già notizie sull’entità del periodo transitorio, o diversa durata delle concessioni, che il governo è disposto a concedere?

Noi abbiamo fatto e argomentato le nostre proposte che, come è noto, richiedono "minimo trent'anni". Il governo in merito non si è mai espresso, quindi vedremo come la vicenda si evolverà. Ricordo anche che una legge di riforma importante come questa deve riguardare molti altri temi che abbiamo sintetizzato nei più importanti, quali il riconoscimento del valore commerciale delle imprese, la possibilità di avviare con cautela le verifiche sulla congruità delle attuali linee demaniali, i canoni. In quest'ultimo aspetto abbiamo poi un'emergenza nell'emergenza: nell'indifferenza quasi totale delle istituzioni, oltre centocinquanta imprese se ne stanno andando per non essere in grado, da anni, di corrispondere canoni impossibili, che peraltro le stesse istituzioni riconoscono tali. Occorre un provvedimento tampone che sospenda tutte le procedure di decadenza e che si vada a una nuova disciplina dei canoni che garantisca gettito, equilibrio, sostenibilità. Occorre intervenire subito.

Sulle possibili modifiche alla linea demaniale è invece di questi giorni una sorta di avvio delle procedure, contenuta nella legge sugli Enti locali. Nel merito, ribadendo che sono provvedimenti che non riguardano in nessun modo le spiagge, abbiamo sempre sostenuto che la sdemanializzazione, a certe condizioni, può essere una buona opportunità per molte imprese, ma non rappresenta "la soluzione" che, per essere tale, deve riguardare tutto il sistema. Anche qui vedremo come si muoveranno Regioni e ministeri competenti, nella certezza che le organizzazioni sindacali territoriali, coordinate dal centro, avranno modo e tempo per svolgere il loro ruolo negli indirizzi e nelle scelte.

Il Comune di Rimini nel frattempo ha agito per conto suo, lavorando a un bando per spostare le imprese balneari sul lungomare - fuori cioè dal demanio - e assegnando un diritto di superficie dai 50 ai 90 anni (vedi notizia). Come giudica questa operazione?

Partiamo da un dato di fatto: Rimini, dal punto di vista del turismo balneare, è un "top", e quindi quanto avviene in quella città non può essere trascurato, in quanto può determinare risvolti nazionali. Partendo da questa considerazione, mi sembra indispensabile approfondire meglio obiettivi e strumenti che il Comune di Rimini si è dato, prevedendo peraltro tempi così ristretti per scelte di una certa importanza, che fanno sorgere più di una perplessità. Peraltro in passato in molte località abbiamo sottoscritto accordi di programma con i Comuni attraverso i quali si è collaborato a risolvere problemi di interesse pubblico e delle nostre imprese. Il tutto evidentemente, oggi più di ieri, deve tenersi insieme e in equilibrio.

Spagna e Portogallo hanno ottenuto un prolungamento delle concessioni molto più cospicuo rispetto a quello chiesto dai sindacati balneari italiani. Perché questa differenza? Non c’è il rischio che, a fronte di una richiesta di 30 anni, in fase di trattativa si ottenga un compromesso di 10-15 anni che per gli imprenditori balneari sarebbe forse insufficiente?

Guardi, noi non abbiamo mai inteso partecipare a una riffa dalla quale doveva uscire un numero di anni. È troppo importante il problema che dobbiamo risolvere, che non si può immiserire in un tira e molla dequalificante. La nostra indicazione di 30 anni è seria, ponderata e individua in quel tempo un ciclo lavorativo completo a tutela dei nostri giovani che hanno intrapreso questo lavoro.

Per quanto riguarda i paesi citati, il confronto con il Portogallo non regge in quanto il loro "diritto di insistenza" cozza, come il nostro, con i principi della libertà di stabilimento, di non discriminazione e di tutela della concorrenza, di cui agli articoli 49, 56, e 106 del Trattato e, quindi, prima o dopo salterà come il nostro. Altra musica è la situazione spagnola: infatti, più volte abbiamo argomentato che riconoscere agli investitori spagnoli e sopratutto internazionali il diritto di proprietà che lo Stato ha espropriato è del tutto analogo, specie quando si tratta anche lì di attività economiche, alla nostra situazione. Là ci sono proprietà immobiliari, qui ci sono proprietà di impresa e salvaguardia del lavoro. Nell'incontro del 22 luglio con Gozi abbiamo ribadito questi concetti e il collega Licordari, molto documentato sull'argomento, ha lasciato all'attenzione del sottosegretario un dossier con foto, titoli concessori, progetti di sviluppo di quello che noi pensavamo fossero solo modesti chiringuitos, mentre invece si tratta di veri e propri stabilimenti balneari del tutto simili ai nostri. Ci è parso di capire che, forse per la prima volta, il governo ha preso atto che anche questo può essere un importante argomento da usare per smuovere la rigidità burocratica che spesso condiziona eccessivamente le scelte europee a scapito delle realtà e specificità nazionali.

In caso di ottenimento di una proroga dai 20 ai 30 anni, come proseguirà la vostra azione sindacale? Si lavorerà ancora per ottenere qualche diritto di proprietà in più sugli stabilimenti balneari, oppure riterrete sufficiente il prolungamento della concessione in relazione agli investimenti?

Credo innegabile che, nel rispetto delle regole, ognuno di noi (chi ci sarà) continuerà a lavorare con l'obiettivo di dare continuità alle nostre imprese nella gestione delle "nostre" concessioni. Un'impresa a scadenza è un non senso già nei termini. Quale sarà lo strumento giuridico più indicato lo si vedrà nel tempo, anche rispetto a ciò che sarà l'indispensabile evoluzione e il cambiamento delle regole che sovrintendono all'economia dell'Europa. Da parte mia posso affermare che difenderemo il presente con la feroce determinazione di chi sa di combattere una battaglia giusta e non lasceremo nulla, ma proprio nulla, di intentato. Con la certezza che la stessa feroce determinazione ce l'hanno le trentamila famiglie e i centomila lavoratori diretti che ne costituiscono l'asse portante.

Tutto ciò dovrà stare al passo con la capacità di capire l'importanza del bene che lo Stato ci dà in concessione e che ci dovrà vedere protagonisti di tante stagioni di legalità, rispetto dell'ambiente, sicurezza della balneazione, capacità di accoglienza e di innovazione.

Recentemente, commentando in una radio nazionale il buon andamento dei mesi di giugno e luglio, facevo la seguente riflessione: "Nel momento in cui stiamo parlando (domenica 2 agosto alle ore 8.15, NdR) ci sono centomila persone, i nostri figli, mogli, fratelli, nipoti che si stanno preparando al meglio per affrontare una giornata di lavoro molto impegnativa. Lo fanno con l'impegno di sempre, ma con un tarlo che ne mette a dura prova l'entusiasmo e che ormai da anni condiziona la nostra stessa vita: l'incertezza del futuro di così tante famiglie e imprese". Tutto ciò deve finire. È una sfida che i balneari italiani vinceranno nel loro interesse e di quello del turismo italiano.

intervista a cura di Alex Giuzio

Inserito da: Mondo Balneare
Articolo pubblicato il:13/08/2015
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